Campobasso - Ennesimo incendio in carcere. Condizioni disumane per i detenuti: da dove parte il problema?

Si è verificato ieri 2 luglio nel carcere di Campobasso un episodio che ha visto protagonista un detenuto a cui non è stata concessa una telefonata e per protesta ha bruciato un materasso. La conseguenza è stata l'intossicazione di due agenti di Polizia a cui sono stati dati 2 e 15 giorni di prognosi.
Come spiegato dal segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, l'episodio è stato poco rilevante rispetto a quello che si è verificato lo scorso 22 maggio.
"Il problema - ha commentato Di Giacomo - è che i materassi nel carcere dovrebbero essere ignifughi, e quindi non infiammabili per evitare che si verifichino episodi del genere. Se il materasso fosse stato quello che stabilisce la norma i due colleghi non sarebbero finiti in ospedale. Il vero problema a questo punto è la normativa che consente di avere questo tipo di materassi che permettono di fare danni".
Il gesto del detenuto è rimasto isolato, nessun altro lo ha seguito, ma c'è stato un intervento da parte degli altri detenuti per riportare la calma.
Di Giacomo ha poi ribadito che il problema di fondo si verifica in seguito alla chiusura degli ospedali psichiatrici e i detenuti psichiatrici dovrebbero essere affidati ai Rems, i centri ospedalieri gestiti dalle Asl che in Molise non ci sono e dove ci sono hanno solo due o tre posti lasciando fuori anche 300 persone che poi vengono messi nelle carceri, "dove chi ha questo tipo di malattia - ha aggiunto Di Giacomo - crea problemi".
Ma è solo questo il problema?
Una situazione quella delle carceri che va peggiorando di giorno in giorno e il problema fondamentale è quello del sovraffollamento. Come evidenzia il XV Rapporto sulle condizioni di detenzione, intitolato provocatoriamente “Il carcere secondo la Costituzione”, il sovraffollamento del sistema penitenziario italiano continua a crescere. Al 30 aprile 2019 erano 60.439 i detenuti, di cui 2.659 donne (il 4,4% del totale). Le presenze in carcere sono cresciute di 800 unità rispetto al 31 dicembre 2018 e di quasi 3.000 rispetto all’inizio dello scorso anno. Ma soprattutto ci sono oggi ben 8.000 detenuti in più rispetto a tre anni e mezzo fa. 
Per quanto riguarda il Molise, il carcere di Larino ha una capienza di 114 persone e ospita 219 detenuti, mentre nella casa circondariale di Campobasso ci sono 174 detenuti rispetto ai 106 che dovrebbe ospitare, la situazione è totalmente diversa ad Isernia che dovrebbe ospitare 50 persone e ci sono 26 detenuti.
Tra questi detenuti a Campobasso ci sono 36 detenuti che assumono terapia psichiatrica, mentre a Larino ce ne sono 26 e ad Isernia soltanto 7. Far convivere detenuti con altri che hanno una malattia psichiatrica diventa difficile e, come sottolineato dal Rapporto sulle condizioni di detenzione di Antigone, queste persone hanno bisogno di una particolare attenzione. "La media nazionale - si legge nel rapporto - delle ore di presenza settimanale di psichiatri ogni 100 detenuti è di 8,9, quella degli psicologi di 13,5. Significa che, virtualmente, lo psichiatra dedica al singolo detenuto meno di 5 minuti alla settimana, mentre lo psicologo intorno agli 8 minuti settimanali".
È evidente che l'intervento terapeutico e riabilitativo dei professionisti della salute mentale per questa categoria di detenuti è importante soprattutto in un contesto  come quello penitenziario e se diventa insufficiente si rischia di scaricare il problema sulle altre figure che vivono e lavorano in carcere, dagli educatori, al personale di sicurezza ai compagni di detenzione.
A gestire dunque tale situazione, quando il lavoro degli psichiatri e psicoterapeuti manca, sono gli agenti di Polizia Penitenziaria che non  hanno le giuste competenze e probabilmente potrebbero solo peggiorare la situazione non sapendo o riuscendo a gestire nel modo giusto il comportamento sbagliato dei detenuti, che diventano protagonisti di episodi di violenza come quelli che si sono verificati nel carcere di Campobasso, noti alla cronaca e altri che magari sono rimasti chiusi tra le mura della casa circondariale.
Evidentemente quello che è necessario è la riforma del sistema carcerario, i detenuti, persone che hanno sbagliato e devono pagare una pena, dovrebbero vivere in condizioni più dignitose e anche gli addetti ai lavori dovrebbero esercitare in condizioni diverse. Un problema dunque che dovrebbe essere affrontato alla radice, riformulare  il sistema penitenziario  rispettando le persone e consentendo una vita dignitosa a chi lavora e a chi in carcere ci vive.
 
  Miriam Iacovantuono