#ludostorie_Ospiti Molise Pride: intervista a Cristina Prenestina, la Drag Queen che racconta favole

di Ludovica Colangelo

Danzano, cantano, recitano. Tacchi vertiginosi, trucco impeccabile, parrucche e lustrini all'ordine del giorno. Sanno stare sul palco, conoscono l'ironia ma anche la riflessione. Quello delle Drag Queen è un mondo vario e in continua espansione, un mondo che riceve consensi e critiche, un mondo che può incuriosire a tal punto da chiedersi: chissà chi c'è sotto quei vestiti, chissà quale vissuto si nasconde dietro quelle spalle, chissà... #ludostorie ne ha esplorato una minima parte, cercando di svelare i 'chissà' di Cristina Prenestina, tra gli ospiti del Molise Pride 2019

Chi indossa i panni di Cristina Prenestina? “Francesco, un ragazzo pugliese che 7 anni fa si è trasferito a Roma perché aveva il sogno della grande città. Sono sempre stato appassionato di arte, cinema, pittura e ciò si è rivelato utile. Nella vita sono un assistente sociale. Mi è sempre piaciuto il mondo della sociologia e della società. La speranza è quella di portare un contributo nella società per migliorarla”.

Da cosa nasce e quando nasce Cristina Prenestina? “Nasce 5 anni fa, un poco per caso. Non c’era mai stato il desiderio di fare la Drag Qeen. Anzi, respingevo e criticavo quel mondo. Credo si trattasse di una omofobia interiorizzata. Il mio migliore amico, invece, sognava di fare la Drag Queen sin da bambino. Un giorno, per caso, a lui è capitata l’opportunità ma era troppo timido e da sola non riusciva. Così è nato un duo: Cristina Prenestina e Renèe Coppedè. I cognomi derivano dai quartieri di Roma dove abitavamo. La mia una zona popolare e la sua una zona benestante”.

Perché la scelta del nome Cristina? “Innanzi tutto era necessario un nome che facesse rima con il cognome. Poi, volevo far riferimento ad un personaggio con una storia alle spalle. Tra questi, mi ha sempre colpito Cristina di Svezia che è venuta in Italia per vivere la sua omosessualità”.

Facciamo chiarezza: cos’è una Drag Queen? “Partiamo da una citazione tratta dal film A Wong Foo: ‘Quando un uomo etero si veste da donna per spassarsela sessualmente, quello è un travestito. Quando un uomo è una donna intrappolata nel corpo di un uomo e si fa un'operazioncina, quello è un transessuale. [...] Quando un gay, invece, è fornito di fin troppo senso dello stile per un solo sesso, quello è una drag queen’. Una Drag Queen è un uomo che si veste da donna ma non è una donna. Una Drag Queen è un uomo che si traveste, che prende le caratteristiche di una donna e le esalta fino alla caricatura”.

Per te, invece, cosa significa essere Drag Queen? “Ci vedo il trasformismo, una forma d’arte che va dal punto di vista visivo a quello comunicativo”.

Ho visto che leggi anche storie ai bambini… “La Drag Queen è una forma d’arte. Per me, l’arte è comunicazione. Per me, fai arte quando hai un modo alternativo per comunicare un tuo messaggio. Io non volevo dare un messaggio solo da intrattenimento serale, volevo che fosse più incisivo, che potesse offrire un’opportunità, una speranza. Ho pensato di leggere le favole, senza sconvolgere e in modo semplice. Ho visto che esistevano sempre più libri per bambini su temi lgbt+ ed è nato il progetto. All’inizio ho cercato fondi al Comune, alla Regione ma non riuscivamo a raggiungere l’obiettivo. Poi, ho trovato il Circolo Mario Mieli”.

Sei mai stata a Campobasso? Come immagini sarà la seconda edizione del Molise Pride? “Non sono mai stata a Campobasso. Ho conosciuto il Molise Pride tramite il web. Ho trovato geniale lo slogan dello scorso anno (Molise R-esiste, ndr): una battutaccia è stata trasformata in un cavallo di battaglia. In questa cosa mi sono riconosciuta. Ho letto delle difficoltà che sono state affrontate per realizzare la manifestazione e mi sono appassionata. Lo scorso anno era a Stoccolma, quest’anno sono stata a New York. Quando mi hanno chiesto di partecipare al Molise Pride 2019, ho subito accettato. È semplice partecipare ai grandi eventi. Credo che si debba camminare soprattutto nelle realtà più piccole anche se penso che l’ostilità esista più nell’immaginazione. Mi immagino il Molise Pride aperto, colorato, una grande occasione per tutti di sentirsi orgogliosi di ciò che sono. Sarà un forte messaggio per trovare il coraggio e non sentirsi soli”.

Da un paese ti sei spostata a Roma: cosa consigli ai più giovani per lasciarsi alle spalle le chiacchiere e le critiche che possono nascere soprattutto nelle piccole realtà? “Arrivo da un piccolo paese del Sud Italia e ho vissuto sulla mia pelle le difficoltà. La grande città ti offre un anonimato, la possibilità di fare tutto ciò che ti pare senza che nessuno ti parli dietro. La grande città ti offre la possibilità di toccare con mano la diversità come ricchezza. Ti permette di capire che non sei solo. Per esempio, racconto un aneddoto. I miei compagni di Liceo nelle camerette avevano il poster del calciatore, avevano la bandiera della squadra del cuore. Io avevo la stanza piena di My Little Pony. Per me era una vergogna e non facevo mai entrare i miei compagni in camera. A Roma ho frequentato un ragazzo e la sua camera era piena di My Little Pony. Quando l’ho vista per la prima volta, ho pianto perché non mi sono sentita sola, sbagliata. Voglio dire che questo può accadere in qualsiasi altra parte del mondo e non solo a Roma. Dico ai giovani di non vergognarsi. Oltre quel lago c’è un mare di gente pronto ad accoglierci”.