RAPPORTO ISTAT 2022, CRESCONO DISUGUAGLIANZE E POVERTÀ. IL SUD PIÙ COLPITO - Molise Web giornale online molisano

Rapporto Istat 2022, crescono disuguaglianze e povertà. Il Sud più colpito

Più ombre che luci nel rapporto ISTAT sulla situazione economica italiana. Crescono le disuguaglianze: i più colpiti sono donne e giovani del Mezzogiorno. Povertà assoluta triplicata rispetto al 2005.
 
Vulnerabilità del mercato del lavoro, disagio economico delle famiglie, differenze di retribuzione (specie per donne e giovani), numero di poveri assoluti in crescita e triplicato rispetto al 2005: questo il quadro della situazione economica italiana tracciato dall'ISTAT nel suo ultimo rapporto, pubblicato in questi giorni. 
 
Diversi gli elementi negativi che emergono. Dallo studio si nota come dal 2005 la povertà assoluta in Italia sia quasi triplicata: le famiglie povere sono passate da poco più di 800mila a 1 milione 960mila nel 2021 (il 7,5% del totale). In totale, sono 2,6 milioni le persone costrette a chiedere aiuto per mangiare. Dati, questi, che si riferiscono al 2021 ma che sono in aumento nel 2022 a causa della crisi scatenata dalla guerra in Ucraina con l'aumento dell'inflazione, dei prezzi alimentari e i rincari delle bollette energetiche. Il rapporto dell'Istat evidenzia anche come le misure di sostegno economico erogate nel 2020, come il reddito di cittadinanza e di emergenza, hanno evitato a un milione di individui di trovarsi in condizione di povertà assoluta.
 
Capitolo mercato del lavoro. Il rapporto ISTAT evidenzia come circa 4 milioni di dipendenti del settore privato, con l’esclusione dei settori dell’agricoltura e del lavoro domestico (il 29,5% del totale) percepiscono una retribuzione teorica lorda annua inferiore a 12mila euro mentre per circa 1,3 milioni di dipendenti – il 9,4% del totale – la retribuzione oraria è inferiore a 8,41 euro l’ora. Tra questi, quasi 1 milione percepiscono meno di 12mila euro l’anno e meno di 8,41 euro l’ora. Solo 6,5 milioni di dipendenti del settore privato (esclusi i settori dell’agricoltura e del lavoro domestico) hanno un’occupazione a tempo indeterminato e full time per l’intero anno. Le loro retribuzioni annuali sono superiori anche a quelle degli altri dipendenti che, pur essendo a tempo parziale o determinato, hanno lavorato in tutti i mesi dell’anno: i dipendenti a tempo pieno e a termine hanno retribuzioni inferiori di quasi il 30%, quelli a tempo parziale e indeterminato di oltre il 50% e i dipendenti a tempo parziale e a termine di oltre il 60%.
Nel tempo è diminuita l’occupazione standard, a tempo pieno e a durata indeterminata, mentre sono sempre più diffuse modalità ibride di lavoro. La conseguenza è il peggioramento della qualità complessiva dell’occupazione. La combinazione tra contratti di lavoro di breve durata e intensità e una bassa retribuzione oraria si traduce in livelli retributivi annuali ridotti. Sono lavoratori non standard il 39,7% degli occupati under 35, il 34,3% dei lavoratori stranieri, il 28,4% delle lavoratrici, il 24,9% degli occupati con licenza media e il 28,1% dei lavoratori residenti nel Mezzogiorno. La sovrapposizione di tali caratteristiche aggrava le condizioni di debolezza nel mercato del lavoro: la quota di lavoratori non-standard raggiunge il 47,2% tra le donne sotto i 35 anni e il 41,8% tra le straniere. La presenza all’interno della famiglia di individui che si trovano in una posizione di svantaggio rispetto al mercato del lavoro può determinare condizioni di forte disagio economico. Donne, giovani, residenti nel Mezzogiorno e stranieri si confermano i soggetti più fragili, insieme ai portatori di disabilità e ai loro familiari.
 
In più, il rapporto ISTAT evidenzia un calo della popolazione italiana. Secondo i primi dati provvisori, al 1°gennaio 2022 la popolazione è scesa a 58 milioni 983mila unità (-1 milione 363mila dal 2014 ad oggi). 
 
Sempre più giovani italiani non riescono ad andarsene di casa. Nel 2021 erano poco più di 7 milioni i giovani di 18-34 anni a vivere in casa con i genitori (67,6%), in aumento di 9 punti dal 2010. Rispetto al 2019, ossia prima della pandemia, la permanenza è cresciuta di 3,3 punti. Nel Mezzogiorno la situazione per i giovani in famiglia è più critica. Non solo perché in questa area del Paese sono relativamente di più quelli che vivono con i genitori (il 72,8% contro il 63,7% del Nord e il 67% del Centro) ma anche per l’alta incidenza di giovani in famiglia che si dichiarano disoccupati (35%), doppia rispetto al Nord (17%), e la contestuale bassa incidenza di quelli occupati (29% nel Mezzogiorno contro 46% nel Nord).