PERCHè NON HO DENUNCIATO: LA STORIA DELLA MOLISANA GIULIA - Molise Web giornale online molisano

Perchè non ho denunciato: la storia della molisana Giulia

Oggi è il Demin Day, la gior­nata isti­tuita 15 anni fa dall’associazione “Peace Over Vio­lence” in rispo­sta alla sen­tenza della Cas­sa­zione che in Ita­lia assolse un uomo dallo stu­pro di una ragazza per­ché indos­sava un paio di jeans. E in que­sta gior­nata lan­ciamo la sfida di pub­bli­care arti­coli con lo stesso titolo: “Per­ché non ho denun­ciato” e comin­ciamo facen­dolo in prima per­sona sui blog del “Fatto”, “Il Mani­fe­sto” e del “Cor­riere”. L’iniziativa è pro­mossa da un gruppo di gior­na­li­ste (Luisa Pron­zato, Nadia Somma, Luisa Betti) che invi­tano tutte le altre, gior­na­li­ste e blog­ger, a fare pro­prio il titolo e l’immagine. E invita tutte le altre donne a rac­con­tarsi rispon­dendo a “Per­ché non ho denun­ciato”? Hanno già ade­rito all’iniziativa i blog di Anar­kikka (che rin­gra­ziamo per aver dise­gnato l’immagine di oggi), “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, “Lip­pe­ra­tura” di Lore­dana Lip­pe­rini e “Gen­der, genere, genre… ma non solo” di Rita Ben­ci­venga. Rilan­ce­remo, e chie­diamo di rilan­ciare, per tutta la gior­nata, pro­se­guendo anche nei giorni suc­ces­sivi, gli arti­coli e le sto­rie che segui­ranno a que­sto appello con l’hastag #per­ché­no­n­ho­de­nun­ciato #denimDay. Anche noi di Moliseweb.it vogliamo aderire all'iniziativa raccontando la storia di una donna molisana che non ha denunciato. Che chiameremo con un nome convenzionale che ha un grande significato: Giulia. E' il suo racconto dalla sua viva voce che intendiamo qui pubblicare. 
 
Avevo 16 anni quando ha ricevuto il primo schiaffo dal suo fidanzato. Era passato quasi un anno dall'inizio della sua relazione con lui. Era di giorno, davanti al portone della scuola che frequentavamo. Avevamo appena finito di litigare per una questione che ora giudico stupida ma che allora era di vitale importanza. Il mio tema di italiano aveva avuto una votazione superiore al suo. Lui questo non lo poteva accettare. E allora mentre litigavamo per questo è arrivato il primo schiaffo della enorme catena di violenze che è durata poi per anni. Ma quello schiaffo lo ricorderò per sempre. Per un 7 1/2 al mio tema d'italiano contro il suo 7. Come avevo osato prendere più di lui. Come avevo osato scavalcarlo. Come avevo osato essere per una volta io la più brava. Come mai il professore che stimava lui come il migliore della classe aveva fatto un complimento a me. E io che avevo fatto per meritarmi quello schiaffo? Gli avevo semplicemente detto che stavolta conoscevo l'argomento meglio di lui. Che lui poteva essere bravo con le parabole e con le iperboli ma che ero io quella che sulla politica della prima Repubblica ne sapeva di più. Un evento storico quello del mio voto migliore della classe. Io non ero tra le più brave della classe. Ma di politica ci capivo, mi interessava ed ero anche contenta che il professore, dopo aver sospettato che avevo copiato, mi disse pubblicamente che ero quella che mi interessavo di più alla politica e che meritavo io stavolta il voto più alto della classe. Ma la felicità si ruppe in un istante. Con quello schiaffo di cui mi vergogno ancora oggi. Perché al posto di dirlo a mia madre, piuttosto di dirlo a mio padre e andare dai carabinieri a denunciarlo me lo sono tenuto e zitta. E ho continuato a tenermene altri per altri anni ancora fino a quando lo schiaffo si è trasformato in violenza e sfruttamento. Fino a quando la mia anima anestetizzata non si è ribellata sotto il peso di una violenza sempre più pressante. Fino a quando quello schiaffo non si è trasformato nell'oppressiva depressione che mi ha portata anche a voler annullare la mia vita. Nascosta da chili e chili di sovrappeso e nascosta anche da una costante voglia di non far niente mascherata da euforica e continua voglia di dimostrare a tutti che nulla era successo. Facile sarebbe per me ora dire che non ho denunciato perché qui in Molise non abbiamo centri antiviolenza che funzionano. Facile sarebbe dire che ho vissuto in un paese della provincia di Campobasso dove denunciare queste cose era una vergogna per la gente. E' vero, anche oggi dopo venti anni se una donna molisana denuncia uno stupro o una violenza familiare non ottiene nemmeno il diritto a terapie psicologiche gratuite. E' vero anche che se si denuncia si rischia di finire in case rifugio fuori dalla propria regione e sradicate completamente dalla propria realtà. Si rischia che se denunci non lo arrestano subito perché ci vogliono le prove, come accaduto a una 45enne di Campobasso che ha dovuto aspettare cinque mesi di denunce prima di vedere il suo stalker in galera. Si rischia soprattutto che lo stupratore esce dal carcere e finisce ai domiciliari mentre la vittima nella sua casa si sente in carcere e in dovere di mettere le grate alle finestre. La vittima che diventa la carcerata vera e lo stupratore che se ne va in giro ridendo e facendosi beffa di te. Nonostante tutto questo mi sento di dire a chi legge che deve denunciare. Io non lo feci per tutti questi motivi. Ma non sono abbastanza per non chiedere giustizia. Non sono abbastanza da perdere la stima di se stesse per venti anni esatti. Tornando indietro denuncerei. Ma allora, a 16 anni, non avevo il percorso di consapevolezza che ho ora. Credevo che fosse colpa mia tutto quello che mi capitava. Credevo di averlo provocato e di essermi comportata male. Ora SO che non è vero. E per questo dico: Perchè non ho denunciato? Perchè ho sbagliato. 
 
Viviana Pizzi