#ludostorie_Primo Levi: cento anni del chimico-scrittore poliedrico che desiderava il ritorno alla capacità di meravigliarsi

Scrittore, chimico, partigiano. A cento anni dalla sua nascita, tanti sono stati e saranno gli eventi per celebrarlo. Un modo per dire grazie a quell’uomo che ha vissuto l’olocausto in presa diretta e  lo ha raccontato con dovizia di particolari ma anche grande umanità, conducendo il lettore verso profonde riflessione e una maggiore consapevolezza sull’importanza della memoria. Primo Levi nasce il 31 luglio del 1919 a Torino, di origini ebraiche, nei suoi libri ha anche descritto le pratiche e le tradizioni del suo popolo, rievocando alcuni episodi che vedono al centro la sua famiglia. Nel 1934 si iscrive al Ginnasio – Liceo D’Azeglio di Torino dove si dimostra uno studente eccellente e con una particolare predilezione per la chimica e la biologia. A seguire, si iscrive alla Facoltà di Scienze e nel 1942, per motivi di lavoro, è costretto a trasferirsi a Milano. Nello stesso periodo, la guerra impazza in tutta Europa e i nazisti hanno occupato il suolo italico. Levi, nel 1943, si rifugia sulle montagne sopra Aosta, unendosi ad altri partigiani, ma viene subito catturato dalla milizia fascista. Così, un anno dopo, si ritrova internato nel campo di concentramento di Fossoli e successivamente deportato ad Auschwitz. Viene liberato il 27 gennaio 1945 in occasione dell'arrivo dei Russi al campo di Buna-Monowitz, anche se il suo rimpatrio avverrà solo nell'ottobre successivo. Rientrato a Torino, riallacciò i contatti con i familiari e gli amici superstiti della Shoah. L’incubo vissuto lo spinse a scrivere “Se questo è un uomo”, uno dei primissimi memoriali di deportati ebrei nei campi di sterminio nazisti. Tuttavia, sarà solo nel 1975, dopo essere andato in pensione, che si dedicherà a tempo pieno all’attività di scrittore. Venne trovato morto nel 1987 a Torino. Un percorso che ha permesso la formazione di un uomo poliedrico e dal grande spessore morale. Non solo la dualità chimico-scrittore, c’è anche un Levi razionalista che definisce il suo stile redigendo i rapporti tecnici di fabbrica oppure descrivendo con lucida memoria la precaria situazione igienico – sanitaria del Lager. C’è un Levi naturalista che osserva e descrive fenomeni naturali con uno stile essenziale e chiaro. C’è un Levi tecnico che trascorre il tempo a risolvere problemi partici nel lavoro. Levi, infine, aveva colto il crescente disincanto che stava colpendo la società italiana. Desiderava, infatti, il ritorno alla capacità di meravigliarsi. “Noi molti, noi pubblico, siamo oramai assuefatti, come bambini viziati: il rapido susseguirsi dei portenti spaziali sta spegnendo in noi la facoltà di meravigliarci, che pure è propria dell’uomo, indispensabile per sentirci vivi”. E chissà cosa scriverebbe dei mali che caratterizzano il nostro tempo. Forse, dovremmo imparare a memoria, come il primo dei comandamenti, che  “Auschiwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia”.