Intervista a Edoardo Siravo, premio “Flaiano“ alla carriera

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Termoli. Successo per la presentazione del libro "La legge del mare" di Annalisa Camilli

Ho temuto per la tenuta democratica del Paese: con queste parole dell’agosto 2017, dopo lo sbarco estivo di qualche migliaia di persone sulle coste italiane, l’allora ministro dell’interno giustificava il codice di condotta contro le Ong che salvavano vite in mare e gli accordi con le milizie libiche dell’altra sponda del Mar Mediterraneo. La Libia era ed è un paese profondamente destabilizzato, dove si verificano quotidianamente gravissime violazioni dei diritti umani e che non riconosce il diritto d’asilo. In Libia finisci in un campo di concentramento se non hai i documenti giusti. Quella dichiarazione sancisce uno dei momenti più critici ed esemplificativi della gestione securitaria del fenomeno della migrazione ai tempi d’oggi. La mobilità umana, che da sempre caratterizza la storia della nostra specie, viene affrontata come un problema di ordine pubblico. Poi vennero i decreti sicurezza uno e due e le campagne d’odio sdoganate contro i migranti; la criminalizzazione della solidarietà organizzata, in mare e in terra, e la condanna all’irregolarità per centinaia di migliaia di persone che avevano avviato percorsi di vita in Italia, in Europa. Mentre crescono sfruttamento sessuale e lavorativo. Oggi, al dicembre 2019, il tema migratorio è stato silenziato dal racconto mediatico dell’azione di governo. Ma nessuna sostanziale discontinuità viene registrata: certo, saltato l’obiettivo di uscire dall’Europa, l’Italia riprende a sedersi nei tavoli multilaterali tra i Paesi dell’Unione, ma si continua a parlare soprattutto di centri per il rimpatrio ed accordi con i Paesi Terzi per le espulsioni. È di pochi giorni fa una circolare del Ministero dell’Interno che impone ai progetti di accoglienza diffusa di allontanare dalle proprie strutture richiedenti asilo e titolari di protezione umanitaria, con ciò rischiando di interrompere percorsi di inclusione avviati. Paura, odio, semplificazione, rancore, propaganda, autoritarismo: ecco i tratti che caratterizzano le politiche migratorie italiane. Ma come siamo giunti a tutto ciò? Come possiamo, ad esempio, ancora oggi accusare chi opera per salvare vite umane? Per lungo tempo abbiamo chiamato le Ong “angeli del mare”: impegnate nel Mar Mediterraneo per soccorrere i migranti erano considerate il simbolo della società civile europea pronta all’accoglienza, che aveva scelto di non abdicare al proprio ruolo dopo il conflitto in Siria e l’esodo legato al fallimento delle primavere arabe. Poi qualcosa è cambiato. Proprio nel 2017, nel giro di pochi mesi, il discorso pubblico è stato deviato: gli angeli del mare sono diventati vicescafisti, le loro navi taxi del mare. Un processo di criminalizzazione segnato da tappe precise: un dossier dell’agenda europea Frontex, una campagna mediatica, la commissione d’indagine del Senato, poi le accuse (perlopiù archiviate) di alcune procure siciliane, i sequestri delle navi, infine le dichiarazioni dei politici di casa nostra e di esponenti della destra sovranista di tutta Europa. Fino, appunto, allo stallo dei porti chiusi via Twitter, ai casi della Acquarius e della Diciotti, alla guerra di posizione sulla redistribuzione dei migranti che segna ogni giorno il dibattito politico italiano ed europeo. Di tutto ciò si è parlato sabato 21 dicembre nei locali de La Città Invisibile a Termoli, in piazza Olimpia 1, con la giornalista di Internazionale Annalisa Camilli. Una delle menti più lucide del giornalismo italiano, che negli ultimi anni si è dedicata soprattutto a promuovere un’operazione di informazione e verità rispetto al tema delle migrazioni contemporanee. Un lavoro non facile, eppure così fondamentale, di questi tempi.  Al contrario di molti analisti mainstream, la Camilli sa di cosa parla: è stata in Niger e in Libia, ha raccolto testimonianze dirette di migranti, ha condiviso le missioni con i volontari e gli attivisti delle Ong impegnati nei soccorsi in mare, conosce le norme e i regolamenti nazionali e internazionali. E, soprattutto, crede che il rispetto dei diritti umani non sia solo un principio stampato sulle Carte. Oggi è fondamentale collocare la questione migratoria dentro una narrazione più larga, che connetta tra loro le diverse criticità aperte che abbiamo dinanzi agli occhi tutti i giorni, per costruire altri racconti, liberatori, collettivi, ci ha detto Annalisa. Lavoro, vecchie e nuove povertà, questione ecologica, violenza sulle donne e patriarcato: in quanto fenomeno specchio le migrazioni contemporanee ci parlano di noi, di cosa siamo diventati. Ci parlano dell’attacco ai diritti dei lavoratori italiani ed europei e dell’esclusione sociale di fasce sempre più larghe di popolazione, di emigrazione autoctona e di abbandono dei territori, di crisi climatica e di questione ecologica; ci parlano della ingiusta distribuzione delle ricchezze e del potere, del mondo ridotto a mercato e delle persone ridotte a merce. Anche a partire dai nostri territori periferici, come facciamo ogni giorno e da anni, continueremo ad impegnarci per ribaltare le narrazioni che escludono e semplificano, per costruire un’idea di società, di città, giusta. Lo faremo portando avanti le nostre pratiche sociali e continuando a mettere al centro del discorso cittadino tutta un’altra storia. Il nostro ciclo di presentazioni di libri e di incontri con gli autori, infatti, si interrompe solo per una breve pausa. Dal 18 gennaio si riprende con la seconda parte di Tutta un’altra storia: molti altri dialoghi, molti altri autori verranno a trovarci a Termoli. Saranno nuove e proficue occasioni per tessere dialoghi e ricomporre insieme a loro, e a tutti gli abitanti che vorranno stare con noi, il racconto comune della società che vogliamo.