#Backstage. “Il silenzio non è mai silenzio. Oltre l’Alzheimer”: Carla Ciamarra si racconta

Omnia vincit amor. L’amore vince su tutto. A dimostrarcelo questa volta è la storia di Maria Teresa e Carla, legate da un filo invisibile ma tremendamente forte, quello che può legare solo una mamma e una figlia. Un amore fatto di mille ricordi ed esperienze vissute insieme, che si trova a combattere, da dieci anni a questa parte, con un mostro silenzioso, uno di quelli che non vorremmo mai sentir nominare: l’Alzheimer.

È questo che Carla Ciamarra, psicoterapeuta molisana, ci racconta nel suo nuovo libro “Il silenzio non è mai silenzio. Oltre l’Alzheimer”, presentato domenica 9 agosto alla Domus Area di Bagnoli del Trigno. Noi di #Backstage abbiamo fatto quattro chiacchiere con l’autrice, colei che ha voluto donare una nuova vita, ma soprattutto una nuova voce, a sua mamma Maria Teresa, per andare oltre. Oltre l’Alzheimer.

- Grazie per la disponibilità, dottoressa. Sin dalle prime pagine de “Il silenzio non è mai silenzio. Oltre l’Alzheimer”, si nota una stretta relazione tra la Carla Ciamarra psicoterapeuta e la Ciamarra scrittrice, ma in che modo esse si incontrano nel suo libro?
Questo è il mio secondo libro. Il primo, Il Risveglio dell’Io, lo scrissi 10 anni fa, al termine del mio percorso psicoterapeutico; scrissi perché sentivo l’esigenza di condividere la mia esperienza di crescita personale e professionale, invogliando il lettore a non aver paura ad aprirsi. Oggi ho voluto condividere un altro tipo di percorso, più doloroso sicuramente, ma che mi ha fatto “attraversare” il dolore completamente, per dare “voce” a un silenzio... che non è mai silenzio. Ho voluto dare diverse chiavi di lettura, e ci sono riuscita sicuramente grazie alla mia formazione, ma soprattutto all’amore che riesco a sentire ogni giorno per mia mamma. Non riesco a inventare storie, mentre riesco facilmente a scrivere ciò che è reale, ciò che si sente. Le “due Carla” coesistono, in entrambi i libri. Con una maturità forse diversa. Cito una frase del “Risveglio dell’Io”, in cui, combattendo con le mie insofferenze, esclamo “Vorrei mia madre qui con me! Che faccio? Scappo a Torella?”. Ricordo che il giorno dopo ero alla stazione Termini.

- Dal libro viene fuori l’idea secondo cui l’Alzheimer costringe ad un "silenzio" chi ne è affetto. Un silenzio che lei ha tentato di “squarciare” proprio chiamando in causa i ricordi e le emozioni vissuti con sua madre. Quanto questo silenzio pensa che possa influire nella vita di un malato e, soprattutto, nella vita di chi gli sta accanto?
Il malato di Alzheimer resta “in silenzio” nell’ultima fase. È un silenzio assordante, lo posso garantire, perché nelle altre fasi la voce c’è, anche se non sempre connessa “dove si è”. Sono due silenzi diversi. Nelle prime due fasi sussistono i cosiddetti ON/OFF, e chi è vicino al malato spesso è portato a dimenticare quasi quello che s쳭erà, perché s쳭erà. E poi c’è il silenzio, il cosiddetto “OFF”, che porta alla chiusura, porta tristezza, ma soprattutto consapevolezza nei familiari. La persona cara c’è ma non c’è. Eppure, il silenzio si ascolta attraverso il contatto. Oggi stringere la mano di mia mamma mi mette in contatto con lei, riesco a sentire e a non pensare.

- Durante la presentazione, ha affermato che, a parer suo, la vicinanza dei familiari, così come degli operatori, a persone affette da Alzheimer, ma anche da altre patologie, è in realtà un accompagnamento alla vita e non alla morte, anche quando il malato è in fin di vita. Cosa intende, precisamente?
Sì, ho detto proprio questo. Perché ogni vita è una vita. Gli anziani nelle case di riposo, ad esempio: se penso a questa realtà, mi arrivano piacevolmente immagini di persone felici perché riescono ancora a sentirsi vive, a volte più dei giovani. Giocano a carte, sorridono, con le operatrici stringono legami, preparano lavoretti per il Natale, passeggiano nel giardino, raccontano la loro storia di vita. Sono accompagnati alla vita, dalle persone che si prendono cura di loro. In questo momento, io sto accompagnando mia mamma alla vita. La sento, l’abbraccio, e non ti nego che a volte le strappo un sorriso. Questa è vita!

- Per lei e la sua famiglia questo libro ha rappresentato una tappa fondamentale, è stato un momento catartico della vostra vita…
Fondamentalmente è stato un processo di liberazione da un dolore, un dolore rappresentato dai ricordi, vissuti in modo triste e non piacevole. Liberazione da una non-consapevolezza di quella che è oggi la realtà. E se attraversi il dolore ti fortifichi, riesci ad andare oltre. Oltre l’Alzheimer!

- Questo libro è nato con due obiettivi principali: il primo è indurre alla riflessione su questa complessa problematica; mentre il secondo concerne i fondi ricavati dalle vendite. Le andrebbe di parlarci meglio di quest’ultima iniziativa?
La ricerca deve andare avanti. Me lo auguro. Non sarei mai riuscita a fare della storia di mia mamma una fonte di guadagno, e poi mia mamma avrebbe voluto così, perché era una persona estremamente generosa e altruista. Ho scelto l’associazione Airalzh, perché da varie ricerche che ho fatto, ho scoperto che molti ricercatori sono miei coetanei, ed è giusto contribuire anche con poco.

- Se dovesse dare qualche suggerimento ad un giovane che ha un suo caro affetto da questa malattia, cosa gli direbbe? Un giorno una mia paziente, durante l’ora di terapia, mi disse: “Mi sono sempre chiesta come facesse un figlio ad accettare per la propria mamma una malattia come questa. Ho letto il tuo libro. Ora lo so!

Mariagrazia Staffieri