#Backstage. Il Cavaliere di San Biase: un viaggio nel passato tra fotografia e archeologia

L’archeologia, ancora una volta, si conferma assoluta protagonista in Molise, pronta a creare occasioni di conoscenza, tutela e soprattutto valorizzazione del patrimonio culturale della nostra regione. È stato questo il fulcro dell’evento che si è tenuto ieri, 20 agosto, a Campobasso, dove l’Associazione “Il Cavaliere di San Biase A.P.S.”, in collaborazione con la Direzione Regionale Musei del Molise, L’IRESMO Istituto Regionale per gli studi storici del Molise ed il Comune di Campobasso hanno dato luogo alla presentazione di un catalogo interamente dedicato al gruppo scultoreo di epoca sannita denominato “Il Cavaliere di San Biase”.  

Nella splendida cornice del cortile del Castello Monforte, il fotografo Mauro Presutti, autore degli scatti, la dott.ssa Susanne Meurer, direttrice del Museo Sannitico, la dott.ssa Nella Rescigno, presidente dell’IRESMO e la dott.ssa Silvia Santorelli, che ha curato il coordinamento scientifico del progetto editoriale, nonché gli ideatori del catalogo, Antonio Giagnacovo e Antonella Struzzolino, hanno ridato luce al suggestivo reperto del IV secolo a.C. Un cavaliere non armato, bensì in abiti civili di rappresentanza dell’élite aristocratica sannita, diventa ancora il protagonista di un incontro con la comunità, in seguito al docufilm realizzato nel dicembre scorso con la regia di Andrea Ortis. Un appuntamento di archeologia pubblica, quello di ieri sera, che si è tramutato in occasione di dialogo su vari temi storici. La scultura litica è stata rinvenuta casualmente negli anni ’90 nel territorio di San Biase, in Molise, ed è stata poi consegnata alla comunità scientifica che ha potuto così studiarla e valorizzarla, essendo essa parte centrale della collezione del Museo Sannitico di Campobasso, ovvero patrimonio di tutti. Per vedere il video della presentazione clicca qui.

Noi di #Backstage, per l’occasione, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’artefice degli scatti, il fotografo Mauro Presutti, per conoscere più a fondo questo gruppo scultoreo. Prima di iniziare, però, lo stesso ci ha tenuto a ringraziare per l’opportunità concessagli, gli organizzatori dell’iniziativa, Antonio Giagnacovo e Antonella Struzzolino, i quali  hanno dato vita all’evento stesso e lo hanno portato a termine con entusiasmo e tenacia, la dott.ssa e archeologa Silvia Santorelli, nonché tutti coloro che hanno permesso di dare luogo al catalogo fotografico in questione.

- Il Cavaliere di San Biase: una collaborazione molto importante, quella con l’Associazione, per “ridare” vita a questo gruppo scultoreo del IV secolo a.C. Cosa ha significato per lei prendere parte a quest’iniziativa in qualità di fotografo? Nel momento in cui mi fu proposto di partecipare a questo progetto, fui molto entusiasta, avendo già lavorato con la Sovrintendenza in ambito storico-artistico. Di base, quello della storia dell’arte è un campo che mi ha sempre affascinato, infatti quando realizzo foto simili rimango molto coinvolto emotivamente. Quando vidi per la prima volta il cavallo ed il cavaliere, intuii sin da subito che c’era molto da lavorarci, soprattutto con le luci; il giorno successivo, quando mi recai al museo per realizzare le foto, ed iniziai a sistemare le luci, oscurando le finestre ed organizzando tutta l’attrezzatura, la scena mi colpì molto. Avevamo in mente di realizzare due o tre foto, inizialmente, che potevano essere utili per eventuali locandine a fini pubblicitari, ma poi più andavo avanti e più mi rendevo conto degli immensi dettagli che c’erano da fotografare di cui non potevo fare a meno. L’idea del catalogo, quindi, è arrivata solamente in un secondo momento, quando ci siamo resi conto di avere a disposizione molti più scatti di quelli che ci aspettavamo.

- Quanto crede che sia importante la fotografia, sia in formato analogico che in formato digitale, per ridare luce ad un’opera d’arte del passato? Credo che la fotografia abbia sempre avuto un grande ruolo per ridare vivacità ad un’opera d’arte del passato, anche quando essa era in analogico. Ad oggi, sicuramente la fotografia in formato digitale è più comoda perché più immediata ed efficiente. Da questo punto di vista, penso che la fotografia digitale sia ad oggi, e molto di più rispetto ad alcuni anni fa, il miglior modo per far rinascere un’opera d’arte del passato, per la nitidezza e la resa dei dettagli che si può ottenere, che nel caso di un’opera d’arte sono i criteri fondamentali su cui focalizzarsi. In questo, mi ha aiutato anche realizzare un piccolo video che creasse movimento in una figura di per sé statica.

- Possiamo quindi dire che l'intento è stato quello di creare un dialogo tra fotografia e storia, o, in questo caso, storia dell’arte. Quali sono i dettagli del Cavaliere di San Biase da cui è rimasto maggiormente affascinato e su cui ha voluto focalizzare l’attenzione? Quest’opera d’arte è stata una continua scoperta per me, man mano che ci lavoravo. Nel caso della figura del cavaliere, sono rimasto affascinato da questo mantello ricco di curve ben definite e di alcuni piccoli sprazzi di colore, giallo ocra, ancora visibili. Proprio questi piccoli accenni di colore rendevano viva la figura del cavaliere, e infatti è come se fosse lì con me mentre continuavo a scattare. Per quanto riguarda il cavallo, i dettagli più evidenti cui ho voluto dare importanza sono stati la criniera e l’occhio (che in tutte le figure conferisce una certa vivacità e personalità). Ho cercato di rendere il tutto estremamente “vivo” proprio come l’ho visto e vissuto io.

- Proprio com’è accaduto per i resti del Cavaliere di San Biase, immaginiamo che tra molti anni queste foto verranno riportate alla luce e studiate. Si può affermare, secondo lei, che la fotografia abbia la funzione, in questo senso, di fornire una “traccia”, una “registrazione” del presente per le generazioni che verranno? Lo spero vivamente. In seguito alla scoperta di un reperto, e a tutto il lavoro che ne consegue, è anche attraverso la foto che lo studioso può effettivamente constatare l’esistenza di un pezzo, magari approfondendo le ricerche in merito. Credo quindi che una foto, soprattutto in ambito archeologico-artistico, possa dare il suo contributo per rafforzare gli studi e magari anche per dare un’interpretazione particolare, oltre a quella che ha già dato il fotografo stesso (a volte, quando siamo a tu per tu con l’opera, noi fotografi ci prendiamo anche questo diritto!).

Mariagrazia Staffieri