Accadde Oggi 2 settembre - #almanacco

Il 2 settembre la Chiesa festeggia Sant’Abibo di Edessa, diacono e martire

1752 – Il Regno Unito adotta il calendario gregoriano, quasi due secoli dopo la maggior parte dell’Europa occidentale
1862 – Guerra di secessione americana: il Presidente Abraham Lincoln riassegna con riluttanza il comando generale dell’esercito dell’Unione al generale George McClellan, dopo la disastrosa sconfitta del generale John Pope nella Seconda battaglia di Bull Run
1870 – Guerra franco-prussiana: Nella Battaglia di Sedan le forze prussiane sconfiggono l’esercito francese e prendono prigionieri l’imperatore Napoleone III di Francia e 100.000 soldati
1901 – Il Vicepresidente statunitense Theodore Roosevelt pronuncia la famosa frase “parlate con dolcezza e tenete pronto un bastone” alla Fiera di Stato del Minnesota
1927 – Bologna: lo svedese Arne Borg è il primo uomo della storia a nuotare i 1500 m in meno di 20 minuti
1943 – Salvatore Giuliano viene ufficialmente dichiarato bandito
1945 – Il Vietnam dichiara la sua indipendenza e forma la Repubblica Democratica del Vietnam (Vietnam del Nord)
1963 – Fondazione della Bruce McLaren Motor Racing Ltd a New Malden (dal 1965 incorporato in Kingston upon Thames), Londra, da parte dell’omonimo pilota di Formula 1, Bruce McLaren
1967 – La micronazione del Principato di Sealand dichiara unilateralmente la sua indipendenza
1973 – A Barcellona Felice Gimondi diventa Campione del mondo di ciclismo su strada, battendo allo sprint Freddy Maertens e Luis Ocaña
1980 – Scompaiono a Beirut, in Libano, i due giornalisti italiani Italo Toni e Graziella De Palo
1987 – Inizia a Mosca il processo del diciannovenne pilota tedesco Mathias Rust, che atterrò con il suo Cessna sulla Piazza Rossa nel maggio del 1987
1990 – Entra in vigore la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989
1998 – In Canada i piloti dell’Air Canada effettuano il primo sciopero nella storia della compagnia
In Nuova Scozia un MD-11 elvetico in volo tra New York e Ginevra precipita nell’Atlantico per un incendio scoppiato a bordo. Muoiono 229 persone

Nati

Marc Augé (1935)
Paul Bourget (1852)
Giovanni Verga (1840)
Joseph Roth (1894)
Keanu Reeves (1964)
Vanna Marchi (1942)
Salma Hayek (1966)
Pippo Franco (1940)
Jimmy Connors (1952)

Morti

Pierre De Coubertin (1937)
Pietro Giordani (1848)
Henri Rousseau (1910)
J.R.R. Tolkien (1973)

Oggi parleremo di Salvatore Giuliano.

Salvatore Giuliano, noto come il bandito Giulianoil Re di Montelepre, detto "Turiddu" (Montelepre16 novembre 1922 – Castelvetrano5 luglio 1950), è stato un brigante italiano. A capo di una banda armata, per alcuni mesi sfruttò la copertura dell'EVIS, il braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano attivo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, ma il suo nome resta principalmente legato alla strage di Portella della Ginestra (1º maggio 1947), in cui morirono undici persone e altre ventisette rimasero ferite. 

Figlio di Salvatore Giuliano e di Maria Lombardo, la sua era una famiglia di contadini relativamente benestante. Il padre, costretto ad emigrare negli Stati Uniti d'America, a più riprese riuscì a comprare diversi terreni nei dintorni del paese. Infine ritornò, proprio nell'anno di nascita di Salvatore, per occuparsi della loro coltivazione.

Il giovane Salvatore, finita la terza elementare, andò ad aiutare il genitore nel suo lavoro in campagna. In verità avrebbe preferito dedicarsi al commercio, ma non si sottrasse al suo dovere, trovando il tempo per continuare gli studi. Spesso, una volta finito il lavoro, si recava dal prete del paese o da un suo ex insegnante.

Durante l'occupazione alleata, Giuliano lavorò come fattorino per la società elettrica di Palermo ma il 2 settembre 1943 venne fermato a un posto di blocco dei Carabinieri in località Quattro Mulini di Montelepre, mentre trasportava due sacchi di frumento provenienti dal mercato nero caricati su un cavallo. Giuliano reagì cercando di eludere il controllo e, armato di una pistola barattata con un soldato jugoslavo in cambio di un fiasco di vino, uccise il giovane carabiniere Antonio Mancino e ferì gravemente l'appuntato Renato Rocchi, dandosi successivamente alla macchia.

Il 23 dicembre Giuliano, imbattutosi a Montelepre in una perquisizione della sua famiglia (la quale era sospettata di dargli asilo), uccise a colpi di mitragliatrice il carabiniere Aristide Gualtiero.

Nel gennaio 1944 Giuliano riuscì a fare evadere numerosi suoi parenti dalle carceri di Monreale, unitamente ad altri detenuti, i quali costituirono il primo nucleo della sua banda. In questa fase, Giuliano e la sua banda compirono soprattutto rapine e sequestri di persona a scopo di estorsione ai danni di ricchi agricoltori, commercianti e imprenditori, spesso con la complicità di Ignazio Miceli (segnalato dall'autorità giudiziaria come capomafia di Monreale) e Benedetto Minasola (indicato dai carabinieri come «favoreggiatore della mafia di Monreale»), che agirono in qualità di tesorieri della banda e depositari di numerose persone sequestrate. In quel periodo, Salvatore divenne tristemente famoso nei fatti di cronaca nera per la ferocia e la freddezza con cui eliminava i propri avversari, soprattutto uomini delle forze dell'ordine che gli davano la caccia o sospetti confidenti della polizia: secondo stime ufficiali, il numero complessivo delle vittime attribuibili alla banda Giuliano è stato calcolato nell'impressionante cifra di 430.

Secondo la successiva testimonianza del suo sodale Gaspare Pisciotta resa all'autorità giudiziaria, partecipò addirittura a una riunione «di alti dignitari della mafia, durante la quale si era provveduto al battesimo del capobanda Giuliano, secondo i riti propri dell'organizzazione criminale». Nei decenni successivi, anche il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta racconterà che il bandito Giuliano gli fu presentato come "uomo d'onore"; nel 1992 l'altro collaboratore Gaspare Mutolo dichiarerà di aver saputo che «[...] Giuliano era un uomo d'onore, mentre tutti gli altri appartenenti alla sua banda non lo erano. [...] Non fu detto di quale famiglia si trattasse, ma ritengo ovvio che egli appartenesse alla famiglia di Borgetto o di Partinico».

Nella primavera 1945 Giuliano incontrò alcuni leader del Movimento Indipendentista Siciliano (tra i quali Concetto Gallo e il figlio del barone Lucio Tasca Bordonaro) e per entrare nell'EVIS, il progettato esercito separatista, chiese dieci milioni di lire che gli furono concessi insieme al grado di "colonnello" e la promessa di armi e munizioni. Dopo questi accordi, Giuliano incominciò la guerriglia contro le autorità, compiendo imboscate e assalti alle caserme dei carabinieri di BellolampoPioppoMontelepre e Borgetto, alcune delle quali furono anche occupate[3]. In questo periodo, la propaganda indipendentista riuscì a costruire attorno a Giuliano un'immagine da Robin Hood, arrivando anche a minimizzare e a giustificare i crimini compiuti dal bandito e dai suoi compagni[3]. Sempre in questo periodo, per via del clamore mediatico scatenato dalle gesta del bandito, una giovane e disinvolta giornalista svedese, Maria Cyliacus, si recò più volte a intervistare il bandito. Costei passò diverso tempo con lui, ne rimase piuttosto affascinata e lo descrisse nei suoi articoli con toni romantici. L'opinione pubblica italiana subito pensò a una relazione amorosa stabilitasi tra i due, e per mettere a tacere queste voci il governo italiano decise infine, nel 1949, di espellere la giovane donna straniera. In realtà la donna, vero nome Maria Lamby Karintelka, era una spia al servizio dell'intelligence degli USA, operante da tempo in Italia e forse incaricata di trattare col bandito per conto della CIA.

Per contrastare la guerriglia separatista, il 29 settembre 1945, con un decreto legislativo luogotenenziale del principe Umberto di Savoia, fu costituito l'Ispettorato generale di polizia in Sicilia, con una forza di 1 123 elementi, di cui 760 dell'Arma dei Carabinieri e il resto del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza, e al comando di un ispettore generale di P.S., alle dirette dipendenze del Ministero dell'Interno.

Nel gennaio 1946 la banda Giuliano attaccò la sede della Radio di Palermo. Nello stesso anno il Movimento Indipendentista Siciliano decise di entrare nella legalità e di partecipare alle elezioni per l'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana. Il separatismo decrebbe con il riconoscimento dello statuto speciale siciliano concesso dal re Umberto II all'isola nel maggio 1946, 17 giorni prima del referendum istituzionale del 2 giugno che trasformerà l'Italia in Repubblica, e divenne parte integrante della Costituzione Italiana (legge costituzionale n. 2 del 26 febbraio 1948). Con l'amnistia del 1946 per i reati politici, i separatisti lasciarono la banda di Giuliano, che continuò a compiere sequestri di persona e attacchi contro le caserme dei carabinieri e le leghe contadine. Le imprese di Salvatore, da allora, furono trasmesse all'opinione pubblica non più come azioni di guerriglia ma come veri e propri atti di criminalità comune, compresi i rapimenti.

Nella primavera del 1947 Giuliano rilasciò un'intervista al giornalista statunitense Michael Stern, che riuscì a raggiungerlo nel suo rifugio sui monti di Montelepre, dove lo fotografò: il colloquio ebbe luogo pochi giorni prima della strage di Portella della Ginestra e in quell'occasione il bandito consegnò all'inviato una lettera per il presidente Harry Truman, in cui chiedeva aiuti e armi per l'indipendenza della Sicilia, proponendo un'annessione agli Stati Uniti d'America.

Il 1º maggio 1947 duemila lavoratori, in prevalenza contadini, si erano riuniti in località Portella della Ginestra, nei pressi di Piana degli Albanesi e San Giuseppe Jato, per festeggiare la vittoria della coalizione tra PSI e PCI, riunita in un Blocco del Popolo, nelle recenti elezioni per l'Assemblea Regionale Siciliana, dove aveva conquistato 29 rappresentanti su 90 (con il 29% circa dei voti). Improvvisamente la banda Giuliano incominciò a sparare sulla folla dal vicino monte Pelavet per circa un quarto d'ora: rimasero uccise undici persone, altre ventisette ferite. Nel mese successivo, la banda Giuliano incendiò e devastò con mitra e bombe a mano le sedi delle leghe contadine del PCI di MonrealeCariniCinisiTerrasiniBorgettoPioppoPartinicoSan Giuseppe Jato e San Cipirello, provocando in tutto diversi morti e numerosi feriti: sui luoghi degli attentati vennero lasciati dei volantini firmati dallo stesso bandito che incitavano la popolazione a ribellarsi al comunismo.

Consapevole di essere divenuto ormai scomodo a tanti che lo avevano sostenuto, Giuliano cominciò a fare una serie di allusioni sui rapporti da lui intrattenuti con noti esponenti politici, tra cui l'onorevole Mario Scelba, citato in una lettera inviata da Giuliano al quotidiano L'Unità nel 1948. Contemporaneamente la banda Giuliano uccise Santo Fleres (indicato dall'autorità giudiziaria come capomafia di Partinico): secondo le indagini dei carabinieri dell'epoca, si trattò di un regolamento di conti tra la banda Giuliano e i mafiosi, per via della mancata spartizione di un riscatto proveniente da un sequestro di persona.

Il 19 agosto 1949 avvenne un'altra strage, quella di Bellolampo-Passo di Rigano, sempre da parte del bandito Giuliano: in questo eccidio persero la vita sette carabinieri, mentre altri undici rimasero feriti, tra cui il colonnello Ugo Luca. Pochi giorni dopo, il Ministero dell'Interno decise la soppressione dell'Ispettorato generale di polizia in Sicilia e costituì il "Comando forze repressione banditismo", con lo stesso Luca al comando.

Il Comando forze repressione banditismo, agli ordini del colonnello Luca, non esitò a servirsi delle soffiate di elementi mafiosi (in particolare Ignazio Miceli e Benedetto Minasola) per arrivare alla cattura di numerosi membri della banda Giuliano (Castrense Madonia, Frank Mannino, Nunzio Badalamenti e altri).

Il 5 luglio 1950 il ventisettenne Giuliano venne ritrovato morto nel cortile della casa di un avvocato di Castelvetrano: un comunicato del Comando forze repressione banditismo annunciò ufficialmente che era stato ucciso in un conflitto a fuoco avvenuto la notte precedente con un reparto di carabinieri alle dipendenze del capitano Antonio Perenze, un ufficiale del colonnello Luca. Sin dall'inizio apparvero però diverse incongruenze nella versione degli inquirenti sulla fine del bandito.

Il giornalista de L'Europeo Tommaso Besozzi pubblicò un'inchiesta sull'uccisione di Giuliano dal titolo Di sicuro c'è solo che è morto, nella quale mise in luce le incongruenze della versione data dai carabinieri sulla morte del bandito e indicò come assassino di Giuliano il suo sodale Gaspare Pisciotta.

Durante le udienze del processo per il massacro di Portella della Ginestra tenutosi a Viterbo, Pisciotta si autoaccusò dell'omicidio di Giuliano e incolpò anche i deputati monarchici Gianfranco Alliata di MonterealeTommaso Leone Marchesano, Giacomo Cusumano Geloso e i democristiani Bernardo Mattarella e Mario Scelba di essere i mandanti della strage di Portella, dichiarando che costoro incontrarono Giuliano per mandarlo a sparare sulla folla[3]. Tuttavia la Corte d'Assise di Viterbo dichiarò infondate le accuse di Pisciotta poiché il bandito aveva fornito nove diverse versioni sui mandanti politici della strage; come emerso dalla sentenza del processo di Viterbo, Pisciotta divenne confidente del Comando forze repressione banditismo (che gli fornì una tessera di riconoscimento che gli permetteva di circolare liberamente) e Giuliano fu da lui ucciso nel sonno nella casa di Castelvetrano dove si nascondeva; il cadavere sarebbe poi stato trasportato nel cortile della casa stessa, dove gli uomini del colonnello Luca e del capitano Perenze inscenarono una sparatoria per permettere a Pisciotta di fuggire e continuare così la sua opera di confidente sotto copertura. Successivamente nel 1954 Pisciotta fu avvelenato nel carcere dell'Ucciardone dopo aver bevuto del caffè con della stricnina

Sulla morte di Giuliano esistono almeno cinque differenti versioni ed è stata oggetto di segreto di Stato fino al 2016. Alcuni, come il ricercatore storico Giuseppe Casarrubea, addirittura sostengono che il Giuliano morto in Sicilia fosse un sosia, e che il vero Salvatore fu fatto fuggire all'estero oppure divenne latitante e fu ucciso solo alcuni anni più tardi, in un bar di Napoli, con un caffè al cianuro.

Secondo un'ultima ipotesi, al posto del bandito fu ucciso, forse intenzionalmente, un suo sosia, per essere poi tumulato al suo posto. Per queste ragioni lo studioso Giuseppe Casarrubea ha chiesto alla Procura di Palermo di riaprire la bara tumulata nella cappella della famiglia Giuliano a Montelepre per accertarne l'identità. La riesumazione è avvenuta il 28 ottobre 2010 ma l'esame del DNA e gli accertamenti medico-legali hanno confermato che i resti sepolti nella tomba della famiglia Giuliano appartengono realmente al bandito e quindi l'inchiesta è stata archiviata.