#Backstage. Andrea Ortis e le “Novelle per un anno”: così Pirandello arriva in Molise

di Mariagrazia Staffieri

Innovatore, controcorrente e tremendamente realista: Luigi Pirandello, uno degli scrittori più eclettici del Novecento, torna a vivere nella nostra epoca, e ci fa conoscere la sua bella e misteriosa Sicilia. A dargli voce è Andrea Ortis, regista, attore e autore, che ha messo in scena le “Novelle per un anno”.

A distanza di quasi 100 anni dall’inizio del grande progetto delle novelle pirandelliane, Andrea Ortis porta sui palcoscenici italiani le storie di Pirandello, come quella di Ciaula, il ragazzo che vive nell’ombra e improvvisamente scopre la luce, la vita. E il tour delle Novelle per un anno ha fatto tappa, ad inizi agosto, anche in Molise: Termoli, Ripalimosani, Campodipietra e Campobasso. Questa volta, quindi, a far da sfondo ai magici racconti di Pirandello non c’è la bella Sicilia, bensì i suggestivi borghi e monumenti molisani: primo tra tutti, il Castello Monforte.

Per conoscere meglio questa curiosa ed originale iniziativa, noi di #Backstage abbiamo avuto l’onore di intervistare l’autore Andrea Ortis.

- Grazie per la disponibilità, Andrea, per noi è un onore averti qui. Toglici subito una curiosità: cosa ne pensi del Molise? Com’è stato venire qui? Penso che sia una terra meravigliosa, dalla storia antica, dai prodotti tipici straordinari, dagli scenari incredibili, ma vorrei sottolineare che, probabilmente, il paesaggio migliore e più bello, per me, riguarda le persone, altrettanto attraenti e, se vuoi, per le idee e per gli slanci, meno deteriorabili di molti altri beni. Le persone, la gente è l’identità di un luogo ed in Molise, tante ve ne sono state che hanno rappresentato questa terra nel corso dei secoli, paesaggi di altissimo valore. Uomini come l’illuminista Vincenzo Cuoco o suo cugino Gabriele Pepe, letterati come Jovine con il suo verismo, addirittura papi come Celestino V, il Papa del “gran rifiuto”, del quale parla anche Dante Alighieri nella sua “Commedia". Troppo spesso, parlo ovviamente in generale, pensiamo che la nostra terra valga per ciò che sa produrre, ecco se questo è vero, non dobbiamo dimenticarci delle persone, della storia che le rappresenta, dei valori intellettuali, ideali che costruiscono l’identità di un popolo.

- Entriamo ora nel meraviglioso mondo delle novelle pirandelliane. Cosa ti affascina di Pirandello e quanto ti rivedi in lui? Pirandello nasce e vive a cavallo di due secoli, molto diversi tra loro. La Rivoluzione industriale strappa l’uomo dalle campagne, certo migliorandone anche le condizioni di vita, con grandi scoperte scientifiche, ma massificandolo, costringendolo alla risma di un ingranaggio, come Chaplin descrive benissimo nel suo “Tempi moderni”. Pirandello è al centro di questo strappo ed osserva con grande attenzione l’uomo, la lacerazione tra il mondo rurale siciliano e quello impiegatizio romano, lo strappo tra l’antica vita dettata dalla terra e quella nuova comandata dall’economia e dal suo frettoloso corso. Ecco, qui mi rivedo molto, nella ricerca dell’uomo. L’osservazione dell’uomo, appunto, è maledettamente affascinante: sviluppare un pensiero critico, filosofico è un viaggio nella profondità. In questo trovo molte similitudini con la mia destinazione artistica. Io amo l’uomo, l’umanità, amo la gente, le storie, i dettagli vitali, le sfumature. Apprezzo le nuance caratteriali, i toni bisbigliati, lo scorrere tra le pieghe recondite del vivere, dell’amare, dello scollarsi e del riprovare a vivere. Il fascino inesauribile è, appunto, l’inesauribile diversità che ci accomuna e distingue. L’uomo è un viaggio meraviglioso.

- Hai curato e curi tuttora la regia di diversi allestimenti teatrali: Goldoni, Beckett, Pinter, Shakespeare, e ora Pirandello. Qui la domanda sorge spontanea: quale di questi autori pensi che ti “appartenga” di più e perché? Credo che il teatro abbia una forma liquida, ed io con lui. In tal senso ogni autore, ogni drammaturgo ha in me un effetto diverso, mai riproducibile. Credo di essere felicemente malato di un appetito incredibile che mai, mai si sopisce. In tal senso l’approccio con ogni autore è differente, perché figli di un proprio vissuto, viaggi differenti in terre sempre nuove. Ciò che sento in fase di studio e di sviluppo di un mio personale paesaggio registico è sempre una sorta di adattamento liquido alla forma dell’autore. Ho grande rispetto per il testo, unico Dio a teatro, ecco perché alla tua gentile domanda rispondo che nessuno mi appartiene, tutto fluisce nella mia visione registica, tramite il testo, le scene, le forme espressive e poi arriva al pubblico. Questi autori, ed io con loro, appartengono al pubblico e a quanto il pubblico decide di farsi abitare.

- Com’è nata l’idea di portare in scena le “Novelle per un anno” di Pirandello? Le Novelle accompagnano Pirandello nel corso di tutta la sua vita, sono per questo una sorta di cartina tornasole del drammaturgo e poeta siciliano; mi attraeva molto vedere come le stesse spesso siano veri e propri palcoscenici, fatti di carta e inchiostro, dove egli testa dialoghi, personaggi, ambienti, scene, scrivendoli sì fino al 1936, ma di fatto presentando una modernità assoluta e sempre riproducibile anche nelle storie d’oggi. Avevo voglia di un’altra scommessa: portare Pirandello nelle piazze dei piccoli paesi, parlare di letteratura, scenari storici, accadimenti culturali, più di tutto, leggere. Ecco, oggi leggere e farsi ascoltare è difficilissimo, e per me tra l’altro, la lettura è una delle forme più alte e complesse di recitazione. Ecco, diciamo che l’idea di sfidare quei poveracci che pensano che la gente abbia voglia e bisogno solo di brace e schiamazzi, con una forma letteraria complessa da ascoltare è stata una sfida straordinaria e meravigliosamente riuscita. L’arte ha una potenza incredibile.

- Durante lo spettacolo, hai fatto una panoramica generica sulle novelle. Ma c’è una novella che, tra le altre, preferisci? Difficile risponderti, ce ne sono molte, potrei però dire che ce n’è una che non so per quale motivo, in me si aggrappa in maniera speciale, intima. È “Ciaula scopre la luna”. La fusione del “diverso” con la natura, la mescolanza tra anima e creato, la creazione di una simbiosi umanissima e destrutturata, ma quasi mistica tra una creatura dimenticata, reietta, schernita ed il creato è un esperienza che sento profondamente e che ogni volta, dico ogni volta in me cambia, muta, creando una forte emozione.

- Pirandello diceva che durante la nostra vita, incontriamo tante maschere e pochi volti. Sei d’accordo? Concordo nel fatto che moltissime volte si è obbligati ad indossare “una parte”, vuoi per dovere, vuoi per rispetto, vuoi per ipocrisia e falsità, altre volte perché, di fondo, la diversità ci spaventa e ci allontana un po’ dagli altri, indossare la maschera è sconfiggere una sorta di incomunicabilità, e appartenere, anche a malincuore, ad una comunità. La maschera, poi, se mi consenti, da un punto di vista “teatrale” ha preso negli anni una deriva negativa, ma anticamente era anche una risposta alla necessità di vincere la paura di fronte a ciò che trascende, era per gli sciamani un contatto con gli antenati, per i greci un modo per preservare la ritualità dalla mondanità.

- Quanto pensi che Pirandello possa essere attuale nella nostra epoca? Secondo te, una personalità come la sua può ancora affascinare i giovani? Ti rispondo con una serie di domande. È moderna la solitudine, l’incapacità di comunicare, il malessere di un uomo poco compreso? È moderna una vita oppressa dall’economia, un mondo in cui è la finanza a spostare gli equilibri, a dettare le leggi, a costruire i governi, a scegliere tra mondi di serie A e serie B? È moderna l’idea che il forte vince e il debole soccombe, che la fretta è la nuova consigliera, che la diversità spaventa? Questi temi che Pirandello, tra gli altri, sviluppa sono clamorosamente moderni, attuali, irrisolti, anzi, direi, per certi versi addirittura peggiorati.

- Secondo te, una personalità come la sua può ancora affascinare i giovani? Per rimanere affascinati bisogna conoscere. L’arte, la letteratura, come l’amore e le persone vanno conosciute a fondo, studiate, approfondite nel tempo. Se consideriamo il fascino come qualcosa che colpisce all’istante, allora ti dico che meglio di Pirandello è un belloccio o una belloccia qualsiasi in TV, l’arte e la cultura non sono una questione di stomaco e di pancia, sono piuttosto cuore e intelletto ad essere interessati. I giovani non sono stupidi, sono esigenti, com’è giusto che sia. A noi tutti spetta trovare i linguaggi giusti, la dimensione reale affinché Pirandello, come tanti altri patrimoni, arrivino a loro, non per l’attimo di un fascino passeggero, ma per il tempo giusto in cui tutto nutre l’anima prima di ogni cosa.