#Backstage. “On the road”: la mostra fotografica curata da Lello Muzio: protagonista la vita quotidiana

di Mariagrazia Staffieri

Basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo. Non si può finire in nessun altro posto” scriveva Jack Kerouac nel suo romanzo “On the road”. Ed è proprio su questa scia che prende vita la mostra omonima curata dal fotografo Lello Muzio, in Piazzetta Palombo a Campobasso, visitabile fino a venerdì 25 settembre.

Undici fotografi (Rossella De Rosa; Ilenia Corso; Rossella Recchia; Lorenzo De Lisio; Silvano Mastrolonardo; Giovanni Coclite; Massimo Salzmann; Gaetano Angelaccio; Maurizio Barbiero; Alessandro Iannacone; Matteo Guglielmi), partecipanti al laboratorio "On the road" ideato e curato da Lello Muzio, e sotto la sua sapiente guida, ci mostrano in ventidue scatti quei momenti “rubati” alla vita quotidiana locale, ma tremendamente suggestivi e carichi di significato. Istanti immortalati in colorate cornici, e accompagnati dalle citazioni del libro “On the road”, cui la mostra si ispira, in un paesaggio tanto naturalistico quanto poetico, uno dei luoghi del capoluogo in cui il tempo sembra essersi fermato ad alcuni anni fa: Piazzetta Palombo.

Costantemente alla scoperta di nuovi eventi in giro per la città, noi di #Backstage ci siamo per un attimo fermati ad ammirare questa originale mostra, e ci siamo fatti raccontare proprio da Lello Muzio qualche curiosità in più!

- Grazie per la disponibilità, Lello. Ci parli meglio di questa curiosa iniziativa: com’è nata quest’idea? Ho deciso da un po’ di tempo di dare vita ad alcuni workshop, basati sui miei studi e sulla mia esperienza in ambito fotografico. Lo scopo di questi corsi è quello di fare cultura attraverso le arti visive, perché per me la fotografia è una forma d’arte; proprio per questo, cerco sempre di fare in modo che i partecipanti vadano oltre la tecnica e raggiungano magari una propria visione della fotografia e del mondo che li circonda, lavorando sul proprio occhio. A gennaio, ho creato “La luce interiore”, il mio primo corso; mentre durante il lockdown, dato il poco lavoro in ambito fotografico, ho deciso di idearne un secondo. Quest’ultimo l’ho poi presentato all’aperto, terminato il lockdown, e ho deciso di chiamarlo “On the road”, ispirandomi sia ad un romanzo cult per la beat generation, vale a dire appunto “On the road” di Jack Kerouac, ma anche ad un progetto fotografico quale “The Americans” di Robert Frank, nati nello stesso periodo. Ho deciso di ispirarmi a loro proprio perché all’epoca i due lavori dicevano la stessa cosa: Kerouac con la scrittura, Frank con le immagini. Il workshop si è poi articolato in cinque incontri settimanali, durante i quali ho organizzato delle esercitazioni sul campo: l’obiettivo era appunto focalizzarsi sulla fotografia urbana e di strada.

- Dopo il workshop da lei organizzato, quindi, è nata la mostra… Esatto. Gli scatti sono stati molti e tutti molto suggestivi, ognuno con le proprie peculiarità, però alla fine ne ho scelti due per ogni partecipante e ho deciso di dare vita a questa mostra. E ho pensato: quale modo migliore, per rimanere in tema, se non quello di esporli appunto all’aperto?

- Qui la domanda sorge spontanea: come mai ha scelto proprio Piazzetta Palombo? Insieme ai partecipanti, siamo venuti spesso qui a scattare: penso sia uno dei luoghi più suggestivi e particolari di Campobasso. Ovviamente, abbiamo pensato anche alle potenzialità che avrebbe potuto offrirci un luogo simile: le foto qui sono riparate, e quindi non ci sarebbero stati problemi anche in caso di maltempo. Fondamentale nella scelta del luogo così come nell’allestimento di tutta la mostra è stata poi la collaborazione sia del Centro per la Fotografia ‘Vivian Maier’, sia, soprattutto, quella del Comune di Campobasso, che ci ha permesso di esporre qui. Un altro ringraziamento va anche ai commercianti di questa zona, che hanno accolto positivamente e con molto entusiasmo l’iniziativa.

- La presentazione della mostra è anch’essa molto particolare, e questo ci porta a pensare che ci sia stato uno studio anche riguardo l’allestimento, giusto? Certamente. Le foto, infatti, sono presentate in cornici più e meno grandi, tutte colorate e accompagnate da citazioni provenienti proprio dal romanzo cui mi sono ispirato, insieme ovviamente ai nomi dei fotografi. Il tutto è stato inoltre realizzato in modo da non essere invasivi od andare a danneggiare le mura: basti pensare, ad esempio, che i quadretti sono appesi a dei piccoli chiodi infilati tra le fughe dei mattoncini, e le stesse citazioni e i nomi sono scritti sullo scotch.

- C’è un messaggio che ha voluto trasmettere attraverso questa mostra e che lo spettatore potrebbe cogliere? Sì, vorrei che le persone avessero una visione della fotografia non strettamente legata alla solita e banale “foto cartolina”, bensì qualcosa di più originale. Vorrei che ogni spettatore andasse “oltre” non solamente la foto, ma anche e soprattutto il momento vissuto in quella foto, e questo penso che valga in generale per la fotografia, proprio perché non sono amante delle “etichette”.

- Abbiamo notato questo curioso particolare del “take away”, una piccola scatola ricca di foto. Cos’è, di preciso? Si tratta appunto di un “take away”: vorrei che ogni persona che viene a visitare la mostra si portasse a casa un ricordo di ciò che ha visto e di questa esperienza, per questo ho deciso di inserire questa piccola scatola con tante piccole foto da poter ritirare in assoluta libertà.

- Sta già pensando a progetti futuri? Vorrei continuare in questa direzione: magari realizzare altri workshop, ma anche dare vita ad iniziative di altro genere. L’importante per me, e credo che anche in generale sia importante veicolare la cultura, e non è detto che l’unico modo di farlo sia la fotografia. Penso ci siano varie forme di arte, ognuna pronta a dare il proprio contributo, a proprio modo, alla cultura.