Accadde Oggi 1 ottobre - #almanacco

Oggi 1 ottobre la Chiesa festeggia Santa Teresa di Lisieux (o Teresa del Bambin Gesù)

1200 a.C. – Nasce Gilgamesh.
331 a.C. – Alessandro Magno sconfigge Dario III di Persia nella battaglia di Gaugamela, detta anche battaglia di Arbela.
965 – Consacrazione di papa Giovanni XIII.
1061 – Elezione di Papa Alessandro II.
1701 – Matthieu Garigue viene ricevuto dalla Chiesa riformata francese dell’Aia.
1774 – Viene costituita dal Re di Sardegna, Vittorio Amedeo III, la Legione delle Truppe Leggere, corpo militare dal quale discende direttamente la Guardia di Finanza.
1795 – Il Belgio viene conquistato dalla Francia.
1811 – La prima nave a vapore del Mississippi arriva a New Orleans.
1869 – L’Austria emette la prima cartolina postale.
1880 – John Philip Sousa diventa direttore della banda musicale dei Marines statunitense.
1887 – Il Belucistan viene conquistato dall’Impero britannico.
1890 – Il Congresso degli Stati Uniti fonda il Yosemite National Park.
1891 – In California viene inaugurata l’Università di Stanford.
1906 – Nasce la Confederazione Generale del Lavoro.
1918 – Forze arabe guidate da Lawrence d’Arabia conquistano Damasco.
1928 – L’Unione Sovietica introduce il Piano quinquennale.
1931 – Il George Washington Bridge collega New Jersey e New York.
1936 – Francisco Franco viene nominato capo del governo nazionalista in Spagna.
1943 – Seconda guerra mondiale: Napoli viene occupata dai soldati Alleati.
1958 – La NASA viene creata per sostituire la NACA.
1969 – Il Concorde infrange la barriera del suono per la prima volta.
1971 – Il Walt Disney World Resort apre ad Orlando, in Florida.
1975 – Le Isole Ellice si separano dalle Isole Gilbert, e prendono il nome di Tuvalu.
Le Seychelles ottengono l’autogoverno interno.
Muhammad Ali batte Joe Frazier in un incontro di pugilato disputato a Manila.
1976 – In Italia per l’ultima volta si avvia l’anno scolastico in questo giorno.
1978 – Tuvalu ottiene l’indipendenza dal Regno Unito
1979 – Gli Stati Uniti restituiscono la sovranità sul Canale di Panama a Panama.
1994 – Palau ottiene l’indipendenza dalle Nazioni Unite.
1998 – Vladimir Putin diventa un membro permanente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa.
2005 – Un attacco terroristico a Bali uccide 19 persone.
2009 – Un violento nubrifragio colpisce la Sicilia, soprattutto nelle città di Messina e Palermo, con decine di morti e di dispersi. Proclamato lo stato d’emergenza.
2013 – Al largo di Lampedusa un barcone con più di 400 migranti prende fuoco. Numerosi i morti.

Nati 

Julie Andrews (1935) – Cantante e attrice inglese
Samuele Bersani (1970) – Cantautore italiano
William Boeing (1881) – Imprenditore statunitense, pioniere dell’aviazione
Daniele Bossari (1974) – Conduttore TV italiano
Milly Carlucci (1954) – Presentatrice TV italiana
Jimmy Carter (1924) – 39° Presidente degli Stati Uniti d’America, Premio Nobel
Stefano Cucchi (1978) – Geometra italiano
Walter Matthau (1920) – Attore statunitense
Theresa May (1956) – Politica inglese
Walter Mazzarri (1961) – Allenatore di calcio italiano
Youssou N’Dour (1959) – Cantante senegalese
Davide Oldani (1967) – Chef italiano
George Peppard (1928) – Attore statunitense

Morti 

Richard Avedon (2004) – Fotografo statunitense
Charles Aznavour (2018) – Cantautore e attore francese
Enrico De Nicola (1959) – Primo Presidente della Repubblica italiana
Marsilio Ficino (1499) – Filosofo italiano
Shlomo Venezia (2012) – Testimone dell’Olocausto e scrittore italiano di origine ebraica

Oggi seduti sul divano incontriamo la storia di Stefano Cucchi.

La morte di Stefano Cucchi avvenne a Roma il 22 ottobre 2009 mentre il giovane era sottoposto a custodia cautelare. Le cause della morte e le responsabilità sono oggetto di procedimenti giudiziari che hanno coinvolto da un lato i medici dell'ospedale Pertini, dall'altro continuano a coinvolgere, a vario titolo, più militari dell’Arma dei Carabinieri. Il caso ha attirato l'attenzione dell'opinione pubblica a seguito della pubblicazione delle foto dell'autopsia, poi riprese da agenzie di stampa, giornali e telegiornali italiani. La vicenda ha ispirato, altresì, documentari e lungometraggi cinematografici. 

Il 15 ottobre 2009 Stefano Cucchi, 31 anni, viene fermato dai carabinieri Francesco Tedesco, Gabriele Aristodemo, Raffaele D'Alessandro, Alessio Di Bernardo e Gaetano Bazzicalupo dopo essere stato visto cedere a Emanuele Mancini delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota.

Portato immediatamente in caserma, viene perquisito e trovato in possesso di 12 confezioni di varia grandezza di hashish (per un totale di 20 grammi), tre confezioni impacchettate di cocaina (di una dose ciascuna) e un medicinale per curare l’epilessia, malattia da cui Cucchi era affetto. Viene decisa la custodia cautelare; il ragazzo prima dell’arresto e dell’arrivo in caserma non ha alcun trauma fisico. Il giorno dopo si tiene l'udienza per la conferma del fermo in carcere, criticata da Luigi Manconi, direttore dell'Ufficio antidiscriminazioni razziali presso la Presidenza del Consiglio, poiché in tale sede «a Cucchi viene attribuita una nazionalità straniera e la condizione di "senza fissa dimora", nonostante fosse regolarmente residente in città». Già durante il processo ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra inoltre evidenti ematomi agli occhi; il ragazzo parla con suo padre pochi attimi prima dell'udienza, ma non riferisce di essere stato picchiato. 

Nonostante le precarie condizioni, il giudice fissa l'udienza per il processo che si dovrà tenere un mese dopo, e ordina sino a tale data una custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli . Dopo l'udienza le condizioni di Cucchi peggiorano ulteriormente. Il 16 ottobre, alle ore 23, viene condotto al pronto soccorso dell'ospedale Fatebenefratelli, presso il quale vengono messe a referto lesioni ed ecchimosi alle gambe, al volto (con frattura della mandibola), all'addome con ematuria, e al torace (con frattura della terza vertebra lombare e del coccige). Viene quindi consigliato il ricovero, che però il paziente rifiuta, venendo quindi ricondotto in carcere.

Nei giorni successivi, per l'aggravarsi delle sue condizioni, Stefano Cucchi viene trasferito al reparto detenuti dell'ospedale Sandro Pertini, dove egli muore all'alba del 22 ottobre: al momento del decesso pesa solamente 37 chilogrammi. Dopo la prima udienza i familiari cercano a più riprese di vedere, o perlomeno conoscere, le sue condizioni fisiche senza successo: essi hanno nuovamente notizie del proprio congiunto solo quando un ufficiale giudiziario si reca presso la loro abitazione per notificare l'autorizzazione del magistrato ad eseguire una autopsia.

Dopo la morte di Stefano Cucchi il personale carcerario nega di avere esercitato violenza sul giovane e vengono formulate diverse ipotesi sulla causa della morte: poteva essere morto o per le conseguenze di un supposto abuso di droga, o a causa di pregresse condizioni fisiche, o per il suo rifiuto del ricovero al Fatebenefratelli. Il sottosegretario di Stato Carlo Giovanardi dichiara che Stefano Cucchi era morto soltanto di anoressia e tossicodipendenza, asserendo altresì che il ragazzo fosse sieropositivo. Successivamente, pentito per queste false dichiarazioni, si è scusato con i familiari. Nel frattempo, per contrastare le false affermazioni sulla morte del Cucchi, la famiglia pubblica alcune foto del giovane scattate in obitorio, nelle quali sono ben visibili vari traumi contusivi ("volto tumefatto, un occhio rientrato, la mascella fratturata e la dentatura rovinata") e un evidente stato di denutrizione.

Durante le indagini circa le cause della morte, un testimone dichiara che Stefano Cucchi gli aveva detto d'essere stato picchiato; il detenuto Marco Fabrizi chiese di essere messo in cella con Stefano (che era solo) ma questa richiesta venne negata da un agente che fece con la mano il segno delle percosse; la detenuta Annamaria Costanzo afferma che il giovane le aveva detto di essere stato picchiato, mentre Silvana Cappuccio afferma di aver visto personalmente gli agenti di polizia penitenziaria picchiare Cucchi con violenza.

Le indagini preliminari hanno sostenuto che a causare la morte sarebbero stati la mancata assistenza medica su una marcata ipoglicemia, in presenza di traumi diffusi pur non lesivi ad averne causato il decesso; sono state riscontrate alterazioni della funzione epatica e una ostruzione del catetere vescicale che impediva la minzione del giovane (alla morte aveva una vescica che conteneva ben 1 400 cm³ di urina, con risalita del fondo vescicale e compressione delle strutture addominali e toraciche). L'ipoglicemia marcata si sarebbe potuta scongiurare mediante la somministrazione di glucosio

Sempre stando alle indagini, gli agenti di polizia penitenziaria Nicola Minichini, Corrado Santantonio e Antonio Dominici avrebbero gettato il ragazzo per terra procurandogli le lesioni toraciche, infierendo poi con calci e pugni nelle celle di sicurezza del tribunale di Roma, poco prima dell'udienza di convalida dell'arresto. Oltre agli agenti di polizia penitenziaria vennero indagati i tre medici del reparto di Medicina Protetta dell'ospedale Sandro Pertini: Aldo Fierro (primario), Stefania Corbi e Rosita Caponnetti, che non avrebbero curato il giovane lasciandolo morire di inedia. Questi si difesero sostenendo che era stato il giovane a rifiutare le cure.

Il 6 novembre 2009 vengono ritrovati 925 grammi di hashish e 133 grammi di cocaina in un appartamento saltuariamente occupato da Stefano Cucchi e di proprietà della sua famiglia: a comunicare l'esistenza della droga al magistrato sono gli stessi congiunti di Cucchi. Su questo fatto viene ascoltato come testimone il padre. Secondo i legali, questo comportamento è indice della volontà dei genitori di prestare la massima collaborazione agli investigatori per arrivare ad accertare le cause della morte di Stefano. Il 14 novembre 2009 la procura di Roma contesta il reato di omicidio colposo a carico dei tre medici dell'ospedale Pertini e quello di omicidio preterintenzionale ai tre agenti di polizia penitenziaria.

Il 27 novembre 2009 una commissione parlamentare d'inchiesta, indetta per far luce sugli errori sanitari nell'area detenuti dell'Ospedale Pertini di Roma, conclude che Stefano Cucchi è morto per abbandono terapeutico. Il 30 aprile 2010 la procura di Roma contesta ai medici del Pertini, a seconda delle posizioni, il favoreggiamento, l'abbandono di incapace, l'abuso d'ufficio e il falso ideologico. Agli agenti della polizia penitenziaria vengono contestati invece lesioni e abuso di autorità. Tredici in tutto sono le persone rinviate a giudizio. Decadono dunque il reato di omicidio colposo a carico dei medici e quello di omicidio preterintenzionale a carico degli agenti della penitenziaria. 

La vicenda giudiziaria viene fin dall'inizio seguita dal legale di fiducia della famiglia, l'avvocato Fabio Anselmo, che aveva personalmente conosciuto Cucchi prima dell'arresto, e che assiste la sorella di Cucchi durante sette anni di processi, 45 udienze, 120 testimoni e decine di consulenze tecniche. 

Il 13 dicembre 2012, durante il processo di primo grado, i periti incaricati dalla Corte hanno stabilito che il giovane è morto a causa delle mancate cure mediche, e per grave carenza di cibo e liquidi. Hanno affermato inoltre che le lesioni riscontrate post-mortem potrebbero essere causate da un pestaggio oppure da una caduta accidentale e che "né vi sono elementi che facciano propendere per l'una piuttosto che per l'altra dinamica lesiva".

Il 5 giugno 2013 la III Corte d'Assise di Roma condanna quindi in primo grado quattro medici dell'ospedale Sandro Pertini di Roma a 1 anno e 4 mesi e il primario a 2 anni di reclusione per omicidio colposo (con pena sospesa), un medico a 8 mesi per falso ideologico, mentre assolve 6 tra infermieri e agenti della Polizia Penitenziaria, i quali, secondo i giudici, non avrebbero in alcun modo contribuito alla morte di Cucchi. 

Per i medici, dunque, il reato di abbandono di incapace viene derubricato in omicidio colposo. Il PM aveva chiesto per questi ultimi (Aldo Fierro, Silvia Di Carlo, Stefania Corbi, Luigi De Marchis Preite, Rosita Caponetti e Flaminia Bruno) pene tra i 5 anni e mezzo e i 6 anni e 8 mesi. Aveva inoltre sollecitato una condanna a 4 anni di reclusione per gli infermieri e a 2 anni per gli agenti penitenziari. Le accuse nei confronti di questi ultimi erano di lesioni personali e abuso di autorità. 

La lettura della sentenza è stata accompagnata da grida di sdegno da parte del pubblico in aula.

Il 31 ottobre 2014, con sentenza della Corte d’appello di Roma, vengono assolti tutti gli imputati, fra cui i medici: a seguito di ciò il legale della famiglia Cucchi preannuncia un ricorso alla Corte di Cassazione, mentre la sorella Ilaria Cucchi dichiara che avrebbe chiesto ulteriori indagini al Procuratore della Repubblica Pignatone e che avrebbe continuato le sue campagne di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sul caso. L'incontro tra la Cucchi e Pignatone avviene il 3 novembre e, stando alle parole della donna, il procuratore si impegna a rivedere tutti gli atti dell'indagine sin dall'inizio. Lo stesso giorno, il sindacato di Polizia penitenziaria Sappe deposita una querela contro Ilaria Cucchi perché ella «istiga all'odio e al sospetto nei confronti dell'intera categoria di soggetti operanti nell'ambito del comparto sicurezza».

La Cassazione nell'udienza pubblica del 15 dicembre 2015, dispone il parziale annullamento della sentenza di appello ordinando un nuovo processo per 5 dei 6 medici (in particolare il primario Aldo Fierro e gli aiuti Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi Preite De Marchis e Silvia Di Carlo), dell'Ospedale Pertini, precedentemente assolti. Secondo la sentenza, gli stati patologici di Cucchi, preesistenti e concomitanti con il politraumatismo per il quale fu ricoverato, avrebbero dovuto imporre maggiore attenzione e approfondimento da parte dei sanitari.

Il 18 luglio 2016 la Corte d'Appello di Roma assolve i 5 medici dall'accusa di omicidio colposo perché "il fatto non sussiste".

La I Sezione Penale della Cassazione, nell'udienza pubblica del 19 aprile 2017, dispone l'annullamento dell'ulteriore sentenza di appello, ordinando un nuovo processo per i 5 medici dell'Ospedale Pertini. Secondo la Corte, i sanitari avevano dimostrato gravi negligenze per ritardi sia nella diagnosi, sia nelle cure, e per tale motivo la sentenza di assoluzione è contraddittoria ed illogica]. L'indomani 20 aprile 2017, scatta peraltro la prescrizione per il reato contestato.

Il 23 marzo 2018 si apre il nuovo processo d'appello davanti alla II Sezione della Corte d'Appello di Roma. Si costituisce parte civile, fra gli altri, anche il Comune di Roma. Nell'ambito del procedimento, viene eseguita una nuova perizia tecnica sulle cause della morte di Stefano Cucchi, eseguita dai medici Anna Aprile e Alois Saller, che secondo la pubblica accusa e gli avvocati di parte civile evidenzia le negligenze nell'operato degli imputati. Nell'udienza del 6 maggio 2019 il sostituto procuratore generale Mario Remus chiede il "non doversi procedere" nei loro confronti, per intervenuta prescrizione del reato di omicidio colposo, richiesta che prelude ad un loro proscioglimento in sede penale, ma non ai fini della responsabilità civile. Con la sentenza del 14 novembre 2019, i giudici assolvono perché il fatto non sussiste la dottoressa Stefania Corbi e dichiarano il non doversi procedere per intervenuta prescrizione del reato nei confronti del primario Aldo Fierro e dei medici Flaminia Bruno, Luigi De Marchis Preite e Silvia Di Carlo. 

Su espressa richiesta dei familiari, nel settembre 2015 la Procura della Repubblica di Roma riapre un fascicolo d'indagine sul caso, affidandolo al sostituto procuratore Giovanni Musarò. Il legale della famiglia aveva in precedenza esposto al magistrato che un militare dei Carabinieri, Riccardo Casamassima, aveva ricevuto minacce al fine di rendere testimonianza negativa nell'ambito del processo d'appello, e che l'interessato aveva motivo di credere che tali minacce provenissero da uno o più ex-colleghi coinvolti nel caso. 

Il 30 giugno 2015 Riccardo Casamassima aveva frattanto reso spontanee dichiarazioni al sostituto Musarò, convincendolo della necessità di riaprire l'indagine, rivolta in particolare ai carabinieri presenti nelle due caserme ov'era avvenuta dapprima l'identificazione, quindi la custodia in camera di sicurezza di Stefano Cucchi, tra la sera del 15 e la mattina del 16 ottobre 2009, data dell'udienza del processo per direttissima.

Il 17 gennaio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di autorità nei confronti dei militari dell'Arma dei Carabinieri Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, accusati di aver colpito Cucchi con schiaffi, pugni e calci, facendolo cadere e procurandogli lesioni divenute mortali per una successiva condotta omissiva da parte dei medici curanti, e per averlo comunque sottoposto a misure restrittive non consentite dalla legge. Tedesco, insieme con Vincenzo Nicolardi e il maresciallo Roberto Mandolini, deve altresì rispondere dell'accusa di falso e calunnia, per l'omissione nel verbale d'arresto dei nomi di Di Bernardo e D'Alessandro, e per l'accusa di aver testimoniato il falso al processo di primo grado, avendo fatto dichiarazioni che portarono all'accusa di tre agenti della polizia penitenziaria per i reati di lesioni personali e abuso di autorità nei confronti di Cucchi. 

Il 24 febbraio 2017 vengono precauzionalmente sospesi a tempo indeterminato dall'impiego i tre militari accusati di omicidio preterintenzionale. 

Il 10 luglio 2017 il GUP del Tribunale di Roma accoglie la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati, salvo il non doversi procedere per il reato di abuso di autorità per intervenuta prescrizione

La prima udienza del Processo-bis contro i primi 5 militari, a vario titolo per omicidio preterintenzionale, falso e calunnia si tiene il giorno 16 novembre 2017 davanti alla I Corte di assise di Roma; Pubblico Ministero, il sostituto procuratore Musarò.

Nell'udienza dell'11 ottobre 2018, il PM rende nota la denuncia presentata da Francesco Tedesco, che aveva indicato Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro come gli autori del pestaggio, informando la corte di quanto frattanto emerso dalle indagini, e in particolare dei tentativi di depistaggio. 

Con la sentenza emessa in data 14 novembre 2019, la I Corte di assise di Roma riconosce i carabinieri scelti Alessio Di Bernardo e Raffaele d'Alessandro colpevoli di omicidio preterintenzionale, condannandoli a 12 anni di reclusione e l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, oltre al pagamento delle spese legali e di centomila euro a titolo di provvisionale ad ognuno dei genitori della vittima. Il carabiniere Francesco Tedesco viene assolto dal reato di omicidio preterintenzionale, ma viene condannato a 2 anni e 6 mesi di reclusione per falso, stesso reato per cui il maresciallo dei carabinieri Roberto Mandolini viene condannato a 3 anni e 8 mesi di reclusione e l'interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Assolti, invece, perché il fatto non costituisce reato, Tedesco, Mandolini e il carabiniere Vincenzo Nicolardi dall'accusa di calunnia. Con sentenza a parte la Corte quantificherà in seguito i risarcimenti definitivi ai genitori Cucchi e alle parti civili (Roma CapitaleCittadinanzattiva e i tre agenti della polizia penitenziaria). 

Il 20 giugno 2018 Francesco Tedesco, uno degli imputati del c.d. "processo-bis" (e considerato da molti un "supertestimone"), aveva presentato alla Procura della Repubblica di Roma una denuncia contro ignoti, nella quale lamenta la scomparsa di un'annotazione di servizio da lui redatta il 22 ottobre 2009 e indirizzata ai suoi superiori, nella quale esponeva i fatti accaduti nella notte fra il 15 e il 16 ottobre precedente. In particolare egli descriveva di avere assistito al pestaggio del geometra romano presso la caserma carabinieri di Roma Casilina da parte dei propri colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, violenza a cui inutilmente aveva cercato di porre fine. 

A seguito di tale denuncia, la Procura avvia un'indagine affidata allo stesso sostituto procuratore Musarò, il quale iscrive via via nel registro degli indagati cinque militari dell'Arma dei carabinieri, Francesco Cavallo, Luciano Soligo, Massimiliano Colombo Labriola, Nico Blanco e Francesco Di Sano, tutti con l'accusa di falso, per un inquinamento probatorio che aveva ottenuto di sviare i processi verso persone che non avevano alcuna responsabilità. Inizialmente sentito dalla procura di Roma come persona informata dei fatti, nel febbraio 2019 viene iscritto nel registro degli indagati per falso ideologico anche il generale di brigata dei carabinieri Alessandro Casarsa, all'epoca comandante del Gruppo carabinieri di Roma. 

Concluse le indagini, il 14 aprile 2019 viene complessivamente chiesto il rinvio a giudizio di 8 militari dell'Arma: Alessandro Casarsa, Francesco Cavallo, Luciano Soligo, Massimiliano Colombo Labriola e Francesco Di Sano per falso ideologico; Lorenzo Sabatino e Tiziano Testarmata per omessa denuncia e favoreggiamento, e infine Luca De Cianni per falso ideologico e calunnia

La prima udienza preliminare si è tenuta il 21 maggio 2019 e, il 16 luglio 2019, il GUP del Tribunale di Roma ha accolto tutte le richieste del PM e disposto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati.

Il processo per depistaggio ha visto la prima udienza il 12 novembre 2019, con comparizione delle parti civili costituite da Ministero della Difesa e Arma dei carabinieri, nonché dal militare dell'Arma Riccardo Casamassima. In tale sede peraltro il giudice monocratico Federico Bona Galvagno, su istanza del legale della famiglia Cucchi, si è astenuto in quanto carabiniere in congedo. Il processo quindi è proseguito il 16 dicembre 2019, giudice Giulia Cavallone, e nel gennaio 2020 il ministero della Difesa viene ammesso come responsabile civile nel processo, nonostante sia anche parte civile. 

Grazie all'attivismo della sorella Ilaria Cucchi, il caso ha avuto una grande visibilità mediatica, con notevole impatto sull'opinione pubblica italiana, facendo tra l'altro emergere altri casi analoghi di persone morte in carcere, senza che la causa del decesso sia stata ancora accertata (26 casi nel solo 2009).

Ilaria Cucchi si è candidata alle elezioni politiche del 24-25 febbraio 2013 per il rinnovo della Camera dei Deputati, con la lista Rivoluzione Civile nelle Circoscrizioni elettorali Lombardia 1, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio 1 e Lazio 2, senza però risultare eletta. 

La testata giornalistica che ha fatto scoppiare il “caso Cucchi” è stata CNRmedia, allora diretta da William Beccaro, che ha deciso la pubblicazionedelle foto dell'autopsia di Stefano Cucchi sul proprio sito web. Scatti che erano stati consegnati dalla famiglia Cucchi alle principali testate giornalistiche, con vana preghiera di pubblicazione. Le foto hanno avuto da subito un forte impatto sulla pubblica opinione e la notizia della pubblicazione fu ripresa dalle principali agenzie di stampa giornalistiche e quindi dai principali giornali e telegiornali. In poche ore gli scatti fecero il giro del web con oltre cinque milioni di click in meno di una settimana. “Fu la svolta, se William Beccaro non avesse preso la decisione di pubblicare le foto di mio fratello, molto probabilmente non sarebbe mai esistito alcun caso Cucchi” ha svelato Ilaria Cucchi.