Ah, se tornasse Vincenzo ! Auguri al nostro “ Cuoco “ nell’anniversario dei suoi 250 anni di “ Vita “.

 

Il vostro Claudio è fuggito, Messalina trema"... Era obbligato il popolo a saper la storia romana per conoscere la sua felicità?»

(Vincenzo Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799)

 

Così noi di Moliseweb vorremmo festeggiare i 250 anni di Vincenzo Cuoco.

Vincenzo Cuoco (Civitacampomarano1º ottobre 1770 – Napoli14 dicembre 1823) è stato uno scrittoregiuristapoliticostorico ed economista italiano.  Civitacampomarano, un piccolo borgo del Contado di Molise, al secolo parte del Regno di Napoli , ha espresso e donato al Mondo il figlio di Michelangelo Cuoco, un avvocato e studioso di economia, appartenente ad una famiglia della locale borghesia di provincia, e di Colomba de Marinis.

Non solo Cuoco ma Gabriele Pepe, in quanto,ricevuta una prima istruzione nel vivace ambiente illuministico del paese natìo, animato dalla famiglia Pepe, a cui era imparentato , nel 1787 si recò a Napoli per studiarvi diritto. Non terminò gli studi di legge, ma a partire da questo periodo si interessò di questioni economiche, sociali, culturali, filosofiche e politiche, materie che resteranno sempre al centro della sua attività e dei suoi interessi, tanto da cambiar la storia ed indirizzarla verso un mondo decisamente “ alto “.

Nell'ambiente culturale napoletano conosce ed entra in contatto con intellettuali illuminati del Sud, tra i quali anche il conterraneo Giuseppe Maria Galanti  che di Cuoco tesse lodi descrivendolo "capace, di molta abilità e di molto talento". Oltre le lodi però lo stesso Galanti, non soddisfatto della collaborazione nella stesura della “ Descirizione geografica e politica delle due Sicilie” , lo descrive anche "trascurato" e "indolente".

Partecipò attivamente alla costituzione della Repubblica Napoletana nel 1799 ed alla sue vicessitudini, ricoprendovi le cariche di segretario di Ignazio Falconieri e di organizzatore del Dipartimento del Volturno.

In seguito alla capitolazione della Repubblica per mano delle truppe sanfediste del cardinale Fabrizio Ruffo ed al susseguente ritorno al potere dei Borboni, conobbe il carcere per alcuni mesi, venendo inoltre condannato alla confisca dei beni e quindi costretto all'esilio, dapprima a Parigi e poi a Milano, dove già nel 1801 pubblicò il suo capolavoro, il Saggio storico sulla rivoluzione napoletana, poi ampliato nella successiva edizione del 1806.

Diresse il Giornale Italiano, dando un'impronta economica di rilievo al periodico e svolgendo una vivace attività pubblicistica, che proseguirà anche a Napoli con la sua collaborazione al Monitore delle Sicilie.

Nel 1806, pubblicò il suo Platone in Italia, originale romanzo utopistico proposto in forma epistolare, e quindi rientrò nel Regno di Napoli governato da Giuseppe Bonaparte, ricoprendovi importanti incarichi pubblici, prima come Consigliere di Cassazione e poi Direttore del Tesoro, distinguendosi inoltre come uno dei più importanti consiglieri del governo di Gioacchino Murat.

In questo ambito, prepara nel 1809 un Progetto per l'ordinamento della pubblica istruzione nel Regno di Napoli, nel quale l'istruzione pubblica è vista come indispensabile strumento per la formazione di una coscienza nazional popolare.

Dal 1810 ebbe l'incarico di Capo del Consiglio Provinciale del Molise e, durante la durata di tale impiego, scrisse nel 1812 Viaggio in Molise, opera storico-descrittiva sulla sua regione natale a cui restò legato grazie anche alla stretta parentela con la famiglia Pepe (Gabriele Pepe) presso la quale si conservano ancora suoi scritti e ritratti.

Morì a seguito di lunghi e dolorosi anni funestati dalla follia, che lo colpì a partire dal 1816 (forse anche a seguito del travaglio interiore scatenato dalla Restaurazione), spingendolo alla distruzione di molti suoi manoscritti, rimasti dunque inediti. Morì a Napoli lasciando dietro di se un’Italia non come egli aveva sperato e verso un declino politico culturale da cui ebbe difficoltà a riprendersi. Nel suo best seller le frasi più significative che indicano vie e spessore di un uomo che avrebbe dovuto essere l’emblema del Molise e, purtroppo si trova ad essere ricordato solo con una targa apposta nella sua Civitacampomarano che è lì ad aspettare di essere inghiottita da frane e da affanni e superficialità di una politica che meriterebbe “ flagello “ e ripetizioni di leziose letture che Francesco ha lasciato in eredità ad un Mondo che della politica e della cultura ha lasciato solo il nome, cancellando identità ed amor di Patria.

«Tutte le volte che in quest'opera si parla di "nome", di "opinione", di "grado", s'intende sempre di quel grado, di quella opinione, di quel nome che influiscono sul popolo, che è il grande, il solo agente delle rivoluzioni e delle controrivoluzioni.»

(V. Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, Prefazione alla seconda edizione)


 

«I Francesi furono costretti a dedurre i princìpi loro dalla più astrusa metafisica, e caddero nell'errore nel qual cadono per l'ordinario gli uomini che seguono idee soverchiamente astratte, che è quello di confonder le proprie idee con le leggi della natura.»

(V. Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, cap. VII)


 

«Se mai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzione, diretta dalle idee eterne della giustizia, si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un'autorità, che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de' beni reali, e liberato lo avesse da que' mali che soffriva; forse… noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore.»

(V. Cuoco - Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, cap.XV)

La Rivoluzione fu imposta al popolo, piuttosto che proposta o sorta dalle sue istanze più autentiche e profonde, determinando pertanto una profonda e insanabile frattura tra gli intellettuali che la guidarono e la popolazione che se ne sentì sostanzialmente estranea e che spontaneamente seppe riconoscerla per quel che certo essa era a livello geopolitico: un regime imposto dall'interesse di una potenza straniera.

L'acuta e onesta critica di Cuoco – condanna la cieca fiducia delle élite in teorie generali che non tengono nel giusto conto la storia e la cultura più profonde e vere dei popoli, individua dunque già all'alba del XIX secolo nella frattura tra classi dirigenti e istanze popolari quello che sarà forse il più grave dramma dell'intera avventura risorgimentale italiana e che tanto dovrà pesare sulla storia dell'Italia unita, sino a i giorni nostri.

Tutti, condannarono Cuoco, per una disamina che dichiarò guerra alla “ Politica dei palazzi “. Persino Benedetto Croce indicò come sgarro le "patriottarde e umanistiche" di Vincenzo Cuoco.

«Se l'arte dell'eloquenza è l'arte di persuadere, non vi è altra eloquenza che quella di dire sempre il vero, il solo vero, il nudo vero. Le parole, onde è necessità di nostra inferma natura di rivestire il pensiero, saranno tanto più potenti, quanto più atte al fine, cioè più nudo lasceranno il vero, che è nel pensiero.»

(V. Cuoco - Platone in Italia)

L’affermazione la supremazia culturale italiana rispetto alla Francia e al resto d'Europa fu considerata come un preannuncio della corrente d'orgoglio nazionale che si svilupperà in tutto il primo Ottocento e che culminerà nel celebre Del primato morale e civile degli Italiani di Vincenzo Gioberti.

Tempi passati che inorgogliscono chi ha a cuore le sorti di una Nazione che attraverso le voci flebili ma mai silenziate del tutto, riportano alla mente il cuore caro di chi spera come tanti in un ritorno del Molise.

Auguri Vincenzo !