Focus "Terra Bruciata": intervista al professore Unimol Giovanni Cerchia

La scorsa settimana ,su questa rubrica, è stata pubblicata la recensione dedicata al docu-film “Terra Bruciata” laboratorio italiano della ferocia nazista. La pellicola va a descrivere in modo preciso e minuzioso le terribili vicende avvenute nel mezzogiorno italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. In tutto ciò abbiamo intervistato uno dei maggiori collaboratori della pellicola di Luca Gianfrancesco, ovvero il professore di Storia contemporanea dell’Unimol, Giovanni Cerchia. 

-Lei come ha vissuto l’esperienza della realizzazione di questo docu-film?

“L’ho vissuta come una scoperta di un pianeta quasi sconosciuto, non essendo propriamente un uomo di cinema. Il tutto è stato molto utile e soddisfacente perché il lavoro, durato molti anni, è cominciato all’inizio del 21esimo secolo e tutto questo è stato fatto fondamentalmente per riportare alla memoria alcune vicende drammatiche del mezzogiorno d’Italia tra cui lo stragismo nazista e le deportazioni, con le conseguenti resistenze. Vicende che non erano mai uscite dalla bolla degli studi specialistici della materia.”

-Professore, come mai da parte degli italiani c’è stata una “dimenticanza” di questi avvenimenti nel mezzogiorno, dove sono successe disgrazie alla pari di alcune zone di guerra più conosciute?

“In primis ci è stata una rimozione generale, perché non c’era alcun interesse nel ricordare e nel far diventare queste vicende patrimonio nazionale dell’identità collettiva e quindi fonte di un diverso civismo della realtà meridionale. Le questioni, per un certo verso, riguardano l’atteggiamento delle élite meridionali più conservatrici che transitavano dal liberalismo al fascismo e, a loro volta, si preparavano a passare alla nuova vicenda istituzionale del secondo dopoguerra senza colpo ferire. Nel farlo non avevano alcuna intenzione di lasciare aperte ferite che potessero poi disconnettere e interrompere queste filiere di potere. Quindi ci è stato un atteggiamento anche del mezzogiorno di scarsa cura per la propria memoria. Se la guerra è un elemento di rottura e di discontinuità, nel mezzogiorno si è espressa una continuità, come se non fosse stato “fecondato” da quella rottura e da quella discontinuità. Per questa ragione è stato considerato, a torto, “assente”. Cosa che sembra ribadita nel voto del 2 giugno del 1946, per via della scelta del meridione di optare per una continuità monarchica. Questo modo di ragionare e di interpretare le cose ha visto implicitamente, e paradossalmente, convergere gli interessi del blocco conservatore meridionale, con le forze che avevano invece animato la resistenza. La guerra fredda, infine, completa l’opera, mettendo in tutta una prima fase alla gogna la Resistenza, processando i partigiani piuttosto che i criminali di guerra Si pensi, infatti, che fino al 1955, manca completamente l’impegno delle istituzioni italiane nel festeggiare il 25 aprile. In quel frangente, le varie parti in gioco consolidano una lettura della storia d’Italia che hanno un elemento in comune: L’esclusione del mezzogiorno dal racconto collettivo della guerra mondiale appena terminata.”

-Il Molise che ruolo ha avuto in quel periodo? 

“Secondo il portale delle stragi, (che è estremamente aggiornato e professionalmente costruito da centinaia di ricercatori, finanziato addirittura dalle autorità tedesche), la regione conta su una cinquantina di morti per stragi nazi-fasciste. L’aggiornamento più recente, tuttavia, adombra un numero triplicato, ben 150 morti che tenendo conto del numero complessivo della popolazione molisana non è cosa da poco. Il Molise, inoltre, è l’unica regione ad essere attraversata da tutte le linee ritardatrici che i tedeschi avevano messo in campo, oltre che dalla linea Gustav che resiste fino al maggio del 1944. Lungo quest’ultima linea era schierato il Primo raggruppamento motorizzato italiano, proveniente da Mignano e vero e proprio nucleo fondatore del successivo Corpo Italiano di Liberazione che sarebbe anto ai piedi delle Mainarde nell’aprile del 1944. 

Di Simone d’Ilio