Dove va tutto l’amore del mondo? #ETuCheNePensi

di Cinzia Venditti

Iniziamo la nostra rubrica #ETuCheNePensi con un tema forse un po’ scontato, ma che fa sempre effetto. Pochi giorni fa, chiacchierando con un mio amico, ci siamo imbattuti nell’argomento: “Ma tu com’è che stai?” Ma non quel “come stai” solito, a cui si risponde “Bene”, quando di bene in quel dato periodo non va proprio nulla. Era più un come va… il cuore, dopo una serie di ammaccature, strazi e strascichi, che gli tolgono ogni volta un pezzetto.

E allora mi sono chiesta: dove va tutto l’amore che diamo e che non ci ritorna indietro? Esiste un posto, una persona, un tempo in cui tutto il sentimento provato va a depositarsi, pronto ad essere ricevuto questa volta?

Passiamo attimi, mesi, anni, epoche, amando qualcuno o qualcosa con tutte le nostre forze, il cuore appunto, l’anima e la testa. Ci aspettiamo in qualsiasi momento di essere ricompensati, ricambiati in un futuro prossimo ma, invece, sbattiamo la testa, l’anima e il cuore contro un muro che i nostri sensi offuscati non percepivano. Perché si sa, molto spesso i nostri occhi, parziali emissari del sentimento, vedono solo ciò che vogliono. La botta è forte, si prova un dolore fino a prima sconosciuto, ed ecco che il cuore inizia a scheggiarsi.

A quel punto che si fa? La scelta è andare avanti, imperterriti nel vivere un atto di fede che ci porta a credere e credere ancora che sia possibile innamorarsi di nuovo? Oppure rassegnarci all’indifferenza, che trasforma la sofferenza in uno spietato scetticismo, spegnendoci, chiudendoci, raffreddandoci e diventando immuni da ogni sentimento?

Nel primo caso la speranza è vita, sangue vivo nelle vene, ma il rischio è quello di farsi di nuovo male, con uno schianto che forse non lascia un’ulteriore speranza di rialzarsi e ricostruirsi. Ogni volta che amiamo e non siamo amati, che diamo senza ricevere, che speriamo per poi disperarci, se ne va un pezzo di noi e, pezzo a pezzo, non ci rimarrà più niente.

Nel secondo caso si è salvi da qualsiasi tipo di delusione, anestetizzati contro qualsiasi dolore, ma anche insensibili a qualsiasi emozione. Quasi come non sentirci più fatti di carne, né nel bene né nel male. In questo caso si muore, semplicemente, in silenzio, come scriveva Victor Hugo (e oggi, 30 ottobre, di fronte al TG ci sentiamo tutti un po’ francesi che sognano sotto il cielo di Nôtre-Dame!) Vic diceva che si che muore in tanti modi, un po’ come la tristezza di Battisti che scende in fondo al cuore e al pari della neve non fa rumore. Con i francesi siamo cugini, non c’è nulla da fare!

Ma tornando a noi: è meglio restare inguaribili romantici o cinici spettatori dell’amore? Cos’è meglio, un bicchiere mezzo pieno che se cade perde tutto il contenuto, o un bicchiere mezzo vuoto che non può rovesciare nessun contenuto?

Io, dal mio cuore un po' naufrago e, come il vostro, un po’ scheggiato, non lo so. So solo che per sapere le cose è necessario farle, non c’è altro modo. Ancora una volta, per saperlo, per sapere come andrà, per sapere se è meglio un giorno da leone, ferito ma che ha ancora voglia di ruggire, o cento da pecora, illesa ma tremendamente mediocre, è necessario rischiare.

 

Alla fine, come diceva Faletti, parente di Hugo e Battisti, quello che conta davvero non è ciò che ci aspetta al traguardo, ma ciò che proviamo durante la corsa. Non importa se buttandoci giù dal precipizio ci saranno le braccia di qualcuno a prenderci o se troveremo solo la terra su cui schiantarci, ciò che conta davvero è il brivido che corre lungo la schiena quando chiudiamo gli occhi… e saltiamo.

E tu che ne pensi?