Cosa di "positivo" abbiamo imparato #ETuCheNePensi

di Cinzia Venditti

Oggi si parla di scuola. A parte articoli, servizi e programmi radiofonici, prima ancora di giornali e radio, il mondo che più conosco è quello della scuola. Dietro la cattedra, quando spesso mi perdevo tra le mille spiegazioni della prof, per far giocare sul vetro della finestra i miei occhi con il sole, sotto al quale avrei voluto trovarmi al posto del banco; davanti la cattedra, quando, nello stesso istituto che avevo frequentato da liceale, ho iniziato a sentirmi io chiamare "Prof". Com'è avere un'insegnante giovane? Dovremmo chiederlo ai miei ragazzi, in un questionario in forma anonima. Quello che posso invece dire, scrivere, è com'è avere degli alunni saggi, perché, dietro i mille rimproveri che possono uscire dalla mia bocca nell'arco della mattinata, sono molte le volte che mi trovo io ad imparare da loro.

Quest'anno, più che un insegnamento-apprendimento reciproco, insieme abbiamo capito cosa significa vivere una nuova vita: la vita ai tempi del Covid-19, la scuola del Coronavirus. Abbiamo iniziato insieme un'esistenza, scolastica e non, fatta di dispositivi elettronici, di sigle, come DAD, DDI, DPCM, CP (Che Palle!); di webcam e microfoni, compiti con quiz, l'universo Google, il mondo G-Suite, la città Classroom, il paese Meet, le potenzialità virtuali dei nostri neuroni. E' stata dura, diversa dal solito, questa scuola online, ma anche una novità importante, una risorsa che d'ora in poi, Covid o non Covid, risulterà imprescindibile (dovevamo approfondirla da prima e non aspettare un virus dalla Cina!). E ci siamo fatti anche tante risate, tanta forza a vicenda: in un certo senso la didattica a distanza le distanze le ha annullate, gli studenti si sentivano un po' professori e gli insegnanti un po' allievi alle prese con nuove conoscenze, scopo ultimo poi del nostro lavoro.
Soprattutto, la Didattica a Distanza è stata come la sete: brutta, la sete, ma poi quando finalmente riesci a bere apprezzi di più l'acqua. Così è stato tornare a scuola a settembre dopo tanti mesi, come capire il valore di una cosa solo nel momento esatto in cui la perdi: prima ce l'hai e non la consideri importante, poi se ne va e di colpo diventa ciò che più ti manca per essere felice. Felici siamo stati, di tornare in classe, ma anche colpiti da come la scuola non fosse più come l'avevamo lasciata a marzo.

Ma più che dare voce ai miei lamenti, a quelli dei miei ragazzi, qui voglio raccontare ciò che abbiamo imparato in questi ultimi tre mesi, a modo mio, un po' sdolcinato forse (ragazzi: la vedete oggi la versione prof romantica e poi dimenticatela e studiate per il compito!), ma con lo scopo di strappare un sorriso "positivo", lì dove questo termine fa paura e quando dei sorrisi vediamo ben poco, con le bocche coperte da troppo tempo ormai.

Abbiamo imparato che due mascherine sono meglio di una, che i principi non hanno un cavallo bianco ma un camice, bianco, il colore degli angeli. Abbiamo imparato che “andrà tutto bene” non è una canzone, un hashtag, uno slogan, una frase fatta, ma tutto ciò che ci resta. Abbiamo imparato espressioni come “isolamento fiduciario”, abbiamo imparato che la parola “negativo” è la parola più bella del mondo, perché significa che il tuo mondo non l’hai messo a rischio, non tu. Abbiamo imparato ad aspettare, la quarantena, i risultati, i test, i tamponi, la vita che ci spetta e che non possiamo vivere, non ora. 
Ne abbiamo imparato un’altra, di vita. Quella degli occhiali appannati, quella degli sguardi, degli occhi lucidi, delle parole impigliate nelle ciglia e dei sorrisi incastrati sulla fronte. Dei capelli neri su bocche celesti, di orecchie di fili bianchi, niente più orecchini, niente più anelli, via il rossetto. La vita dell‘acqua, e del sapone, del profumo di alcol.

A scuola si sente un po’ di più, l’odore, l’aria di trincea. Chi tira un sospiro di sollievo “negativo”, chi invece capisce che la parola “positivo” non è un fiocco azzurro o rosa da appendere alla porta, non è una canzone di Jovanotti, ma è pur sempre “perché son vivo”, è tutta vita, anche questa, e TU CE LA FARAI. Quel luogo magico, perché insegnare e imparare è un prodigio, che diventa un campo di guerra.

E come tutti gli eroi non ci tiriamo indietro, qualcuno purtroppo lotta da casa, altri invece sul posto continuano a combattere in prima linea, aspettando il ritorno di tutti, sperando di non essere il prossimo che andrà via per almeno quattordici giorni.

Negativa al tampone, stavolta, positiva alla vita, sempre.

#ETuCheNePensi ?