Ciao, mi chiamo 25 novembre, ho 21 anni e sono una goccia #ETuCheNePensi

di Cinzia Venditti

Ciao, mi chiamo Anna, ho 32 anni e sono russa. Ho sempre amato l’Italia: la moda, la pizza, l’arte, il Nord. Gli italiani sanno fare qualsiasi cosa meglio degli altri, ma si perdono sul finale. Un po’ come la Juventus che gioca bene ogni partita di Champions, ma poi perde l’ultima. Vivo a Torino e sono un architetto. Mio marito si chiama Andreas e fa il grafico. Adoro il mio lavoro e la mia vita, ma a volte mi chiedo se amare significhi annullarsi completamente per dare. Dov’è la fiducia? Dov’è il rispetto? Dov’è l’amore se priva del bene più prezioso, la libertà? Soprattutto, che colpa abbiamo noi donne se ad un certo punto l’amore finisce? Perché non chiedere la separazione se la parola “insieme” non ha più il senso che abbiamo giurato davanti all’altare? Sono morta il 6 febbraio 2020 dopo aver urlato con tutto il fiato che avevo, mentre mio marito mi accoltellava senza fiatare. Dopo non so cosa sia successo, ma penso che si sia tolto la vita anche lui. Lo capisco, in fondo senza di me lui una vita non ce l’aveva. Hai vinto tu, amore, come vedi alla fine non ci siamo separati.

Ciao, sono Barbara, ma tutti mi chiamano Babsy. Ho 28 anni e sono di San Michele, una frazione in provincia di Bolzano, per farla breve. Ho una figlia di tre anni e, nel momento esatto in cui i miei occhi hanno incrociato i suoi, ho sentito un click al petto, come se di colpo questo cuore ancora piccolo si ingrandisse e mi invadesse tutto il corpo. Deve essere questo il rumore che fa la felicità, click. Ma poi la felicità se ne va, quando qualcosa la spaventa e la fa scappare via. Io ho iniziato a vivere nel terrore. Per la felicità non c’era più spazio. C’era solo la paura. Essere gentili e carine è una colpa, perché ciò autorizza un uomo che a malapena conosci a minacciarti, pedinarti, chiamarti a qualsiasi ora del giorno e della notte, aggredirti e infine ammazzarti a colpi di arma da taglio. Sono morta anche io quest’anno, di marzo. Quello che più mi ha fatto male non sono state le ferite, ma sapere che mia figlia quella primavera non la avrebbe vista insieme a me. A mio marito chiedo di proteggerla sempre e di non lasciare mai che nessun uomo possa spaventarla, come ha fatto il mio assassino con me. Peggio delle botte e della morte, c’è solo la paura.

Ciao, mi chiamo Rosalia, ho 52 anni e sono di Trapani, precisamente Mazara del Vallo. Da piccola mi sedevo a riva, guardavo le onde e sognavo di perdermi in mezzo alla loro schiuma fino ad arrivare in Africa. Mi sembrava di vederle, le luci dell’Africa. Poi tornavo a casa e crescevo, in fretta, che certe donne non hanno tempo di restare bambine. Invece di andarci, in Africa, mi sono sposata presto, perché il grande amore quando arriva arriva, e non è che puoi aspettare che non sia presto! Un matrimonio, un bambino, e un mucchio di mazzate. Dell’Africa mi è rimasto il sogno, ma anche quelli muoiono sotto una coltre di lividi: non sanno morire, i sogni, eppure alla fine muoiono pure loro. Io ho provato a denunciare, come dicono le modelle e le presentatrici in TV, come ci dicevano al centro antiviolenza, come diceva il maresciallo. La verità è che, o denunci o non denunci, se uno ti vuole ammazzare di botte lo fa lo stesso. Sono morta il 29 gennaio 2020, dopo essere stata picchiata un po’ più forte del solito per tre giorni consecutivi. Guardavo in faccia quell’amore mentre mi uccideva. E poi non ho visto più nulla, solo Africa.

Ciao, mi chiamo Vera, ho 61 anni e vivevo a Rimini, la città più bella del mondo, un po’ come tutte le città di mare. Non so come faccia la gente a soffrire caldo, afa, zanzare e umidità, quando io solo a sentir nominare le parole “montagna”, “aria fresca”, “freddo secco”, “verde”, mi sento male. Il mare è sempre stato il mio migliore amico e adesso che sono in pensione me lo voglio godere fino all’ultima onda. Peccato che mio marito ha pensato bene di colpirmi a martellate fino a togliermi la vita. Poi è andato al porto, lasciandomi a casa. Buffo, come il mare sia stato il suo primo pensiero dopo avermi ammazzato e il mio ultimo pensiero prima di morire. D’ora in poi, ogni volta che vedrai il mare, caro Giovanni, lui per me ti presenterà il conto.

 

Giovani, mature, mogli, mamme, umili, altolocate, lavoratrici, casalinghe, non importa. Qualsiasi sia la provenienza geografica, lo stato sociale, il livello scolastico, l'età anagrafica, basta essere donna per subire violenze, maltrattamenti, stalking, omicidi. Morire perché lui pensa che lo tradisci. Morire perché ti vuoi separare. Morire perché non rispondi ai suoi messaggi. Morire per futili motivi. Morire prima ancora di essere ammazzata, perché prima della morte fisica ti uccidono le offese, i pregiudizi, le menzogne, le botte, i calci, i pugni, la paura, la rabbia.

“Dal 1999, il 25 novembre è la giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne”. Che senso ha? “Sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema”. Sembrano solo belle parole, solita retorica, inutili ricorrenze, false speranze. Questo articolo, come altre iniziative, è solo una goccia insignificante. Eppure, goccia dopo goccia, anche la pietra più dura si scalfisce. Eppure tante gocce insieme, alla fine, chissà dove, chissà quando, faranno scoppiare il più grande temporale che si sia mai visto.

Ogni goccia è importante e questa è la mia.

La tua? #ETuCheNePensi