Felicità e Mortalità, i due concetti nella filosofia moderna spiegati da uno studente Unimol

Felicità e Mortalità

Porre la questione della morte insieme con la questione della felicità è l’unico modo corretto di occuparsi sia della morte sia della felicità. Voglio dire che non ha senso occuparsi del problema della morte senza occuparsi del problema della felicità, e viceversa. Proviamo a considerare la definizione che, della felicità, dà Kant nella Critica della ragion pratica: “La felicità è la condizione di un essere razionale nel mondo, al quale, nell’intero corso della sua vita, tutto avvenga secondo il suo desiderio e la sua volontà”(Dialettica,sez.5).Questa definizione ha il vantaggio di essere chiarissima e , direi, popolare. Chiarissima e popolare perché, in effetti, quando pensiamo alla felicità, pensiamo, in genere, alla possibilità di vedere realizzati tutti i nostri desideri. Ma è impossibile che per “un essere razionale nel mondo” tutto possa svolgersi “secondo il suo desiderio e la sua volontà”.

Come può, infatti, un essere razionale essere felice, nel senso di veder realizzati tutti i suoi desideri per l’intero corso della sua vita se, appunto per l’intero corso della sua vita è consapevole della impossibilità di realizzare il suo più profondo desiderio che è quello di non morire? Insomma, se pure esistesse qualcuno capace di ottenere tutto quello che desidera, come potrebbe essere felice sapendo di non essere al riparo dalla permanente possibilità della fine di tutto quello che ottiene continuamente così come lo desidera? E’ con la solita lucidità che lo stesso Kant, del resto, dichiara l’ impossibilità della felicità così come descritta nella Critica della ragion pratica. Nel paragrafo 83 della Critica del giudizio, infatti, Kant ci ricorda che la natura è ben lontana dal favorire l’uomo più degli altri animali, poiché, come questi, è soggetto alla fame, alle malattie, al freddo ecc.e , inoltre, a differenza degli altri animali, l’assurdo delle disposizioni naturali dell’uomo consiste nel fatto che l’uomo inventa da sé stesso, per sé e per la sua specie, innumerevoli tormenti come l’oppressione del dominio ,la barbarie della guerra e così via. La kantiana definizione della felicità è la stessa che caratterizza il mondo così come dovrebbe essere secondo l’atteggiamento utopistico.

La differenza con Kant sta in ciò, che Kant non crede nella possibilità di realizzarsi della felicità. Per Kant la felicità, in questo mondo- presente o futuro- è impossibile. Gli utopisti, al contrario, ritengono la felicità attingibile e realizzabile in questo mondo, una volta che siano state eliminate le cause sociali, politiche, economiche o d’altro tipo ,della infelicità. L’infelicità insomma, non è secondo, gli scrittori utopisti, una condizione, in qualche misura, essenziale e insuperabile dell’uomo. L’infelicità, al contrario, si produce nella storia e nella storia può eliminarsi: è in questo senso che bisogna leggere la marxiana undicesima glossa a Feuerbach, secondo la quale, i filosofi debbono cambiare il mondo. Debbono perché possono cambiare il mondo, una volta scoperto che è dalla base storico-materiale della società che origina l’infelicità, per cui cambiando quella base- nel caso specifico, capitalisticaverranno meno le cause stesse che provocano l’infelicità. L’atteggiamento rivolto al cambiamento, ossia l’atteggiamento rivoluzionario diretto a scardinare la base materiale dell’alienazione, dell’ infelicità, risulta negli scrittori utopisti, pienamente giustificato dalla convinzione che l’infelicità e, corrispettivamente, la felicità dipendano dall’organizzazione sociale così come si è storicamente determinata o così come si può determinare. Ed è questo, precisamente, l’errore. L’errore degli utopisti sta nel non aver colto il nesso infelicità-mortalità. Voglio dire, insomma ,che la felicità non si realizza mai perché mai si elimina la mortalità della condizione umana né in una società capitalisticamente estraniata, né in una futura società comunista.

A cura di Matteo Iorio studente in Giurisprudenza