Mezzogiorno, pubblica amministrazione e cultura: l'onorevole Occhionero illustra i punti di forza del rilancio vivace per l'Italia


Mezzogiorno, semplificazioni della pubblica amministrazione e cultura. Sono punti che fanno parte del programma di rilancio di Italia Viva che potrebbero mettere persino a rischio la tenuta del Governo. Punti senza i quali non si può pensare a un rinascimento della nostra nazione. Secondo la deputata molisana Giuseppina Occhionero sono materie fondamentali per un'Italia che si possa riprendere in tempi ragionevoli dalla pandemia. Fatti e non parole. Soprattutto nell'ottica di una eventuale crisi di governo di cui i social e la stampa sono pronti ad attribuire tutte le colpe (potrebbero essere anche definiti meriti dipende dal punto di vista) al partito del senatore Matteo Renzi. 

Ma vediamo come dovrebbe risorgere l'economia italiana.

Onorevole Occhionero in che modo il mezzogiorno potrebbe rappresentare la forza e non la debolezza economica dell'Italia? 

Dal documento emerge l’esigenza di definire una strategia organica per il rilancio del Mezzogiorno, da implementare attraverso i fondi europei. Come ben documentato nel recentissimo rapporto presentato dallo SVIMEZ per il 2020, interamente dedicato al tema, con il dispositivo Next Generation E.U. potrebbe mettersi mano a tutti i dossier più urgenti del Sud: le infrastrutture e i trasporti, l’intermodalità delle merci, le criticità del sistema scolastico, la scarsa copertura dei servizi di asilo nido, l’ammaloramento del sistema idrico, l’insufficiente garanzia del diritto alla salute, rispetto a performance nei LEA drammaticamente inferiori rispetto a quelle assicurate nel Centro-Nord.

Riteniamo che “la questione meridionale” (per utilizzare un termine noto che la crisi pandemica ha riportato d’attualità) debba essere affrontata non giustapponendo una serie d’interventi, programmati nell’ambito di altri progetti e piani; bensì, con una visione d’insieme, una strategia complessiva.
Per poter affrontare in modo adeguato i problemi del Sud, è necessario, prima ancora che ragionare sui singoli settori d’intervento, concordare i criteri di distribuzione territoriale delle risorse europee. 
In conformità al quadro politico e giuridico nitidamente delineato in sede europea – dove al centro si collocano le finalità legate alla coesione economicia, sociale e territoriale - s’impone la ineludibile necessità, a livello nazionale, di adottare criteri di riparto e distribuzione territoriale delle risorse ad ampio spettro, che, oltre al dato demografico – necessario, ma da solo certo non sufficiente – considerino anche ulteriori indicatori, quali il reddito e la spesa pro-capite, il tasso di disoccupazione, il livello di scolarizzazione, la disponibilità di infrastrutture e servizi delle aree destinatarie degli interventi. Ciò, del resto, in coerenza con i parametri definiti in sede europea non solo per il piano Next Generation EU, ma anche per il Quadro finanziario pluriennale 2021-2027, i quali, nell’ottica di garantire una reale perequazione della spesa, valorizzano non solo parametri quantitativi, ma anche fattori qualitativi strettamente legati agli obiettivi della coesione economico-sociale. L’ancoraggio al mero criterio demografico, all’evidenza, finirebbe per discriminare in modo irragionevole e arbitrario soprattutto le aree del Meridione: ove, infatti, si adottasse in via prevalente questo parametro, al Sud sarebbero allocate circa il 34% delle risorse; percentuale, questa, sproporzionatamente esigua, se commisurata alle reali esigenze che il dispositivo europeo è volto a soddisfare, alla assoluta centralità delle esigenze di coesione, solidarietà e giustizia, alle stesse valutazioni che, a monte, hanno condotto le stesse istituzioni dell’Unione a stanziare risorse così cospicue a beneficio dell’Italia.


La riforma del codice degli appalti e la semplificazione dei procedimenti amministrativi in che modo risultano fondamentali per il rilancio dell'econonia? Sono ormai priorità nel dibattito pubblico?

Specie con riguardo al Codice degli appalti, mi sembra che vi siano due versanti ai quali guardare, entrambi ugualmente importanti: le norme e le persone. 
Cominciando dalle norme, la direttrice dovrebbe essere quella di fornire alle amministrazioni e agli operatori economici poche regole stabili e chiare. In vista di questo obiettivo, la migliore strada percorribile  sembra quella di adottare un Codice snello, che si limiti a contenere le sole previsioni strettamente necessarie e proporzionate al recepimento delle direttive europee, e agli adeguamenti consequenziali dell’ordinamento interno. La tecnica che ho in mente è quella del c.d. copy-out, adottata con successo, in questo campo, dal legislatore britannico. Tale Codice potrebbe poi essere integrato da un regolamento attuativo unico, anch’esso ispirato a criteri minimali. Pure valida è l’alternativa di abrogare l’intero Codice, facendone salve solo le previsioni essenziali in chiave europea, tramite una ricognizione “a pettine fitto”; la soluzione, peraltro di ancor più rapida realizzazione, andrebbe comunque accompagnata daun’operazione di codificazione quantomeno compilativa, tesa ad assicurare la chiarezza e pronta decodificabilità della disciplina di settore vigente. Non pare di sbagliare nell’affermare, che, in fondo, questa sia la strada che lo stesso legislatore ha in mente, là dove, nel prevedere il potere di stazioni appaltanti e commissari di agire in deroga a ogni disposizione di legge, tranne quelle europee, anticipa in realtà in questa norma già tutta la sostanza della riforma che dovrebbe avere il coraggio di adottare.
Il secondo aspetto da considerare è il fattore umano.
Fino ad oggi, con una sorta di fiducia illuministica nella capacità delle norme di orientare le condotte, si è discusso ingegneristicamente solo di come articolare le regole, senza preoccuparsi però della capacità soggettiva dei destinatari, cioè dei funzionari pubblici, di comprenderle e di applicarle: da questo angolo visuale, pretendere che funzionari pubblici possano trasformarsi in giuristi, o anche solo in legisti, e applicare, con pesanti responsabilità, regole complesse e mutevoli, senza alcuna formazione specifica, e in presenza di quello che Max Weber definisce “l’agire burocratico” consolidato, è un peccato d’ottimismo. Per quanto perfette siano le norme, esse non prescindono mai dal sostrato umano di coloro che sono chiamate ad applicarle. Da questo punto di vista, si possono profilare diversi correttivi: l’incentivazione di sistemi di formazione specifica e aggiornamento, anche ai fini della progressione di carriera e della retribuzione; la creazione, sul modello delle centrali di committenza, di uffici specifici dotati delle necessarie competenze, deputati allo svolgimento delle gare in nome e per conto delle amministrazioni più piccole. La riforma più importante però potrebbe essere, prendendo a riferimento la figura del DPO previsto per la privacy, l’individuazione all’interno di ogni ufficio o amministrazione di un responsabile dei contrattipubblici (RCP), interno o, al limite, anche esterno, dotato delle necessarie professionalità, in cui centralizzare la gestione delle procedure di evidenza pubblica.


Nel sentire comune si dice che la cultura nutre l'anima ma non lo stomaco. Quale la ricetta di Italia Viva per renderla una industria produttiva? 

Le risorse che s’immaginano di stanziare per il settore della cultura e del turismo sono assolutamente insufficienti e inadeguate rispetto al valore che questi asset rivestono nel nostro sistema.

Oltre agli investimenti diretti, occorre creare un ecosistema di governance e norme funzionale al loro massimo sviluppo. Sono davvero tante le misure concrete su cui si potrebbe lavorare.
La prima, è l’istituzione delle zone franche della cultura: cioè dei distretti o delle aree all’interno dei Comuni “a burocrazia zero” con appositi incentivi per veicolare l’apertura o la localizzazione di attività culturali in determinate zone, così da farne cuori pulsanti dello sviluppo, sul modello delle ZES.
La seconda è lo stimolo del partenariato pubblico privato. Questo si potrebbe realizzare con misure d’incentivo fiscale (tramite sgravi anche elevati o crediti d’imposta) di attività di mecenatismo, affitti, donazioni, acquisti o attività d’impresa effettuate nel settore culturale, la valorizzazione dei contratti pubblici di sponsorizzazione, l’apertura del contratto del c.d. baratto amministrativo anche a controprestazioni legate alla cultura, l’affidamento in gestione di alcune istituzioni culturali a soggetti privati che possano assicurare una maggiore redditività e competitività.
La terza è la banca della creatività: una piattaforma che dovrebbe coinvolgere le principali banche statali (Medio Credito Centrale, Istituto per il Credito Sportivo, Cassa Depositi e Prestiti), assieme a Invitalia, ai maggior fondi pubblici d’investimento e alle fondazioni di origine bancaria, attirando anche capitali privati, per garantire al settore le risorse e competenze finanziarie necessarie per crescere sui mercati globali.