Intervista all'on. Aldo Patriciello

DIRETTA

Matteo Salvatore - Il blues ai confini del Molise - #musicamente

Roll Jordan, roll

Roll Jordan, roll

I want to get to

Heaven when I die

To hear Roll…

I versi della canzone del film “12 anni schiavo” sottolineano la disperazione di quei poveri neri, esseri umani trattati come animali da soma, che desiderano morire per andare in Paradiso, pur di non sopportare ancora le vessazioni, i tormenti e le violenze continue che subiscono dai Padroni, ma ancor più dai sorveglianti delle piantagioni di canapa… e cantano per dimenticare, per sopportare, motivarsi a resistere un giorno ancora per sopravvivere e far si’ che venga presto sera e si possa andare a riposare nelle baracche.

La remissione, poi, del protagonista, che suona il violino nelle feste dei padroni e accondiscende a ogni loro ordine, con accettazione passiva e rassegnazione, ma non abbandonando mai la speranza di tornare libero, mi riporta alla mente la canzone “Padrone mio, ti voglio arricchire” di Matteo Salvatore.

Pensando a questo, viene spontanea la considerazione che il Blues non è poi così lontano. La condizione dei braccianti pugliesi, sfruttati, sottopagati e maltrattati, scalzi e affamati, che lavorano duramente nelle campagne per portare un pezzo di pane a casa, in un territorio come la Puglia dove, negli anni cinquanta, non è ancora presente lo Stato e la vessazione e la coartazione nei confronti dei “pezzenti” è più viva e forte che altrove.

Ascoltando “La ballata dei mendicanti”, s’intuisce chiaramente che il Blues non è uno stile musicale da poter studiare e poi riprodurre accademicamente, ma uno stato dell’animo, una tensione emotiva che parte da dentro e si materializza in note solo se la vivi in prima persona, così come lo vive e ce lo fa rivivere Matteo Salvatore.

 

Facite l'alamosena a 'sti pezzente 

e qùedde ca ce dete nui pigghieme 

qúedde ca dete a nui vanne ch'li morte 

arrefreschete l'anema d'lu priatorie 

Li puverette tutti ce l'anne dete 

li ricchi 'nc'anne avute dà nu stozze 

o Gesù Criste tu l' a fa' murì 

li ricchi lu pene a nnui nun 'nce l'anne dete 

Lu sacche già è chiene nu ci li eme 

li figghi a nui ci aspettene c'anna a magnà 

li chene tirene verse la chesa nostra 

li figghi vonnu lu pene ann'a magnà 

E sime arrivete a li mura nostra 

li figghi a nui ce venne a cumprentà 

ch'li mene dint' lu sacche pigghianu lu pene 

magnete figghi mia fino a quanno ve saziete.

 

Ha la stessa struttura di Roll Jordan, roll, o di altri blues spiritual, dove una chitarra o una voce suona una linea melodica e le parole eseguono la stessa linea con il testo e, ad ogni strofa, si alterna un refrain, uguale, ma cantato a più voci, che riporta sempre lo stesso messaggio.

In alcune canzoni, come nei blues del Delta del Mississippi, la frase caratteristica di una strofa viene ripetuta du volte.

Gli argomenti sono quelli della sua terra, il Gargano, Apricena, San Severo o Rignano Garganico, con la fatica e i torti subiti dai personaggi delle sue canzoni come Lu furastiero,  degli uomini e le donne che raccolgono pomodori per pochi euro all’ora nelle campagne, vittime dell’avidità dei caporali. 

Ingiustizia e fatica è quella che Salvatore racconta in capolavori come I maccheroniLa ballata del braccianteDon Nicola si diverteIl pescivendolo o Lu suprastante, la storia di un uomo che, al servizio del padrone della masseria, controlla con estrema severità che i contadini facciano il loro dovere. 

La sua musica, le sue parole, tutto è così vero che t’immerge in una situazione di sofferenza disperazione stenti e sfruttamento che fa pensare a uno schiavismo crudele che non parte dall’Africa del sedicesimo secolo, ma basta andare poco oltre il confine regionale, a pochi chilometri da Campobasso, per trovarsi in Georgia o in Louisiana, un secolo dopo la guerra di secessione.

“Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare” disse Italo Calvino del cantastorie di Apricena.

Matteo Salvatore nasce il 16 Giugno 1925 ad Apricena e muore a Foggia il  27 Agosto 2005. Oggi riposa nel cimitero di Apricena.

La famiglia di Matteo è la più povera del paese, il padre Lazzaro fa il facchino quando trova del lavoro, la mamma Vincenza, “camuffata da mutilata” chiede l’elemosina nei paesi vicini e lui e il fratello giocano scalzi nella piazza del paese, mentre la sorellina Maria muore di fame a 4 anni; il loro soprannome è Zicozico

Il padre finisce in galera e viene messo in cella, a Lucera, con Giuseppe Di Vittorio,  il grande sindacalista, insieme a cui scrive una canzone, “Evviva la Repubblica”, che Matteo inciderà nell’album “Il lamento dei mendicanti”.

Il suo colpo di fortuna è l’incontro col maestro Vincenzo Pizzicoli, violinista cieco, ultra ottantenne, portatore di serenate, col quale rimarrà 14 anni. Impara a suonare la chitarra e le canzoni napoletane in voga tra i fidanzati e tutto quel patrimonio di canzoni tradizionali della regione, «alcune delle quali antichissime, con la raccomandazione di eseguirle così come lui gli aveva insegnato, con un filo sottilissimo di voce»

Si trasferisce a Roma, dove una donna delle sue parti lo convince a suonare nelle trattorie, dove esegue le canzoni del repertorio napoletano perché si vergogna di cantare in pugliese.

Una sera, da “Giggetto er Pescatore”, il regista neorealista De Santis gli chiede di cantare in un suo film canzoni in pugliese e Matteo spaccia brani originali suoi come repertorio della tradizione.

Intanto lo scopre, in una trattoria, Claudio Villa, che, in concorrenza con Modugno che in quegli anni canta in siciliano, lo convince a cantare in pugliese e gli produce i primi 78 giri per la sua Vis Radio

Scatta la creatività. 

Decide di comporre testi e musiche, ballate che nascono dal ricordo. 

Le note delle canzoni più struggenti sono Mi minore, Si settima, La minore. 

Le ballate allegre sono Do maggiore e Si

Prima maggiore, Quinta maggiore e Quarta maggiore per comporre una tra le ballate più significative del suo repertorio: Padrone mio ti voglio arricchire.

Viene naturale pensare a un altro canto contro lo sfruttamento dei lavoratori, “Saluteremo il signor padrone”. 

Il lavoro delle mondine era massacrante: lontane da casa, sottoposte a turni disumani in condizioni ambientali spesso proibitive, ricevevano una paga irrisoria ed erano alla mercé del proprietario della risaia, padrone assoluto delle loro esistenze. La fine del periodo di lavoro era per loro un vero e proprio ritorno alla vita. 

Saluteremo il signor padrone

Per il male che ci ha fatto

Che ci ha sempre maltrattato

Fino all'ultimo momen'

Saluteremo il signor padrone

Per la sua risera neta

Pochi soldi in la casseta

Ed i debiti a pagar

 

Il blues in fondo somiglia a se stesso in ogni angolo del mondo.

Matteo inizia a effettuare tour in ogni angolo del pianeta, scrivendo e registrando canzoni l’una dopo l’altra, a ciclo continuo.

Vive tra Roma e Milano, frequenta la televisione e i locali della musica, tipo il Folk Studio nella Capitale.

Dopo la Vis radio incide ballate per varie etichette discografiche come la Combo Record, Criket, Tank Record, Universal, Vedette Records, Amico, Cetra, Cicala, Dischi del Sole, Quadrifoglio, Up international, Variety

A questo punto incontra Adriana Doriani, corista-amante, con la quale inizia un sodalizio musicale, ma anche una storia di torbido amore che avrà sfumature drammatiche. Adriana gli insegna a fare autografi, a scrivere dediche, gli fa prendere lezioni di chitarra, firma con lui buona parte delle canzoni e lo segue nei tour e in TV. Si prende anche cura di Ida, la moglie di Matteo, e dei suoi figli, sistemandoli presso sua madre, nella periferia romana.

Nel 1973, all’apice del successo: l’epilogo di una bella favola!

Matteo è convinto che Adriana l’abbia tradito con il compositore, musicologo, direttore d'orchestra Franco Potenza, ma non ha alcuna prova del tradimento.

Prima di un concerto a San Marino, il 26 agosto, Matteo la strangola nella vasca da bagno, raccontando di una lite sfociata in tragedia, di una «disgrazia» casuale, con manipolazioni della scena del delitto e simulando stati di alterazione emotiva e fisica.

L’artista viene condannato a 7 anni di carcere ma ne sconterà solo 4, per l’interessamento di Renzo Arbore, Giovanna Marini e altri che, con una poderosa colletta, assoldano un grande penalista. Però la sua vita è rovinata per sempre.

Si ritrova solo, abbandonato dalla famiglia e torna a vivere in una baracca di Apricena fino alla sua morte, che avviene nell’agosto 2005.

Matteo Salvatore, indubbiamente, ha inventato un nuovo stile, anticipando la grande tradizione cantautore.

In canzoni come Brutta cafona o La ballata di Teresina riporta a certe ballate di Fabrizio De André, che vanno dal drammatico più oscuro all’ironico sprezzante di alcuni aspetti della natura umana.

 

Ngappa la Taresina appínnela all’albero e vattene via

Ngappa la Taresina appínnela all’albero e vattene via

 

Lasciala pènzulá tutte le mòschë l’anna magná

Lasciala pènzulá tutte le mòschë l’anna magná

 

Patróne mio èj fatto tutte q che a ditte tu

Patróne mio èj fatto tutte q che a ditte tu

 

Stanotte l’ammà luvá se no li gendarmi l’anno truvá

Stanotte l’ammà luvá se no li gendarmi l’anno truvá

 

Ascjugghje li chéne ammastína fin’all’osso l’anna spulupá

Ascjugghje li chéne ammastína fin’all’osso l’anna spulupá

 

Quédde ca cj avanza abbascja lu puzzü l’adda jettá

Quédde ca cj avanza abbascja lu puzzü l’adda jettá

 

S’arritira lu uardjéne cu lu care ammulléte e scunzuléte

S’arritira lu uardjéne cu lu care ammulléte e scunzuléte

 

Alla chésa non è arrivéte cu lu duje bbòtte c’è sparéto

Alla chésa non è arrivéte cu lu duje bbòtte c’è sparéto

 

Molti artisti, soprattutto del sud, ad esempio Bennato, Avitabile, Capossela, De Sio, hanno attinto a piene mani dal repertorio stimolante del Nostro.

Chi sta bbono nun crede a l’ammalèto. Chi sta sazio nun crede a l’affamèto”. Quella che canta in “Sempre poveri” è la gente di Matteo Salvatore, gente che vive la strada e la fame in una terra, il foggiano e più in generale la campagna del Sud Italia, sfruttata e calpestata.

In fondo, quante situazioni del genere viviamo nei nostri paesi, la famiglia povera, il mendicante, lo zingaro, il ricco del paese, tipologie che accomunano ogni realtà sociale nei nostri mondi.

La musica diventa espressione popolare specialmente quando c’è molta miseria, e il sud , ogni sud del mondo, è la patria della miseria, un’inferno dove si canta e si suona, spesso, per annullare i morsi della fame e i tormenti delle insopprimibili e inevitabili sofferenze che la vita impone in questi luoghi. 

Allora, anche una piccola frase urlata in musica rappresentae una richiesta d’aiuto e, a volte, il Blues può diventare riscatto sociale e, con un po’ di fortuna, la risoluzione di tutti i problemi economici.

…. e tutto questo a pochi chilometri da Campobasso!