Guerra e Pace - rapporto tra moralità e felicità

L’argomento che porto a presentarvi, miei cari lettori, si discosta dall’abituale narrazione delle più recondite vicende storiche  a cui vi eravate familiarizzati in precedenti articoli. Questa volta, mi accingerò nel raccontarvi un argomento che potremmo  sostenere a dir poco storico, anzi riflessivo, contemplativo, piuttosto filosofico. Nulla di allarmante! Premetto, vista la  complessità della materia che andrò a trattare, di essere alquanto lapalissiano nel dipanarvela. Questa esposizione ha  calamitato il mio interesse e la mia meditazione per la portata proficua di una serie di elaborati tali da condurmi verso  siffatta analisi, corroborata dalla scoperta di un loro intrinseco messaggio. Tutto quanto, non ha la pretesa di essere un  riferimento certo e obbligante alla nostra realtà , ma solo uno spunto di ragionamento da svolgere nel profondo e dolce  silenzio della nostra coscienza. Ed ecco i due temi che da questo mio studio-riflessione, emergono: “Guerra e Pace”. A  qualcuno probabilmente sarà balzato alla mente il celebre romanzo di Tolstoj, non mi rincresce smentirlo. L’argomento nulla  riguarda l’opera dell’illustre romanziere russo, o meglio, rettifico, probabilmente a pensarci bene un po’ne tratteggia i  contorni più profondi della vicenda, ma questo lo lascio scoprire alla vostra diligente lettura. Dicevo due temi all’apparenza  in antitesi, ma più che mai speculari. Proprio per questo vorrei principiare l’argomentazione discorrendo dalla analisi di un saggio: “Per la pace perpetua” di Kant, scritto nel 1795. In effetti qui il saggista non si pone il problema della felicità,  così come egli l’ha intesa nella rinomata “Critica della ragione pratica”. In quel senso, infatti, la felicità non è  realizzabile. Ma proprio perché si pone il problema della pace proponendone una soluzione positiva, Kant, evidentemente,  vuole dare un contributo teorico alla eliminazione della guerra, ossia alla eliminazione di una delle più gravi cause di  infelicità umana. Per essere più precisi, di quella che è diventata, nel corso del Ventesimo secolo, e senza paragoni con altre,  la massima causa dell’infelicità. Conviene insistere su questo punto per sottolineare la differenza tra la guerra come era sino  a tutto il Diciannovesimo secolo e come potrebbe essere nel futuro. Prescindendo, infatti, da ogni valutazione morale della  guerra e rimanendo nel problema del rapporto tra la guerra e la felicità, non c’è dubbio, che la guerra, per secoli e secoli, è  stata causa, ad un tempo, di infelicità per i vinti e felicità per i vincitori. Per contro, la figura del guerriero, con i  comportamenti connessi del coraggio, la forza, l’astuzia ecc., era quella massimamente appagante, sia sul piano morale sia  sul piano estetico. Figura nobile, eccitante, prestigiosa; insomma un vero e proprio ideale celebrato dai più grandi artisti,  osannato, monumentalizzato, pubblicizzato nei libri di storia, negli esercizi di traduzione dal latino e dal greco. Detto ciò,  non c’è dubbio che per la “Pace perpetua”, il tentativo di risolvere un problema circa il rapporto esistenza/felicità, è,  senza dubbi, il più grave di tutti; o, quanto meno, lo è diventato. Si badi bene, non solo per tutto ciò che può provocare la guerra, ma anche per tutto ciò che non viene fatto positivamente per rendere l’esistenza umana meno infelice, dovendo  occuparsi della possibilità della guerra. Non solo, infatti, la guerra, ma l’ idea stessa che possa scatenarsi o il progetto di  scatenarla, è già una gravissima causa di infelicità. E’ incalcolabile la quantità di energie intellettuali, morali e materiali  che vengono sprecate per prepararsi alla guerra.
E’ dunque incalcolabile la quantità di energie intellettuali, morali e  materiali che non vengono impiegate per ottenere una significativa diminuzione dell’infelicità umana. E allora, come evitare  la guerra? La risposta di Kant condizione primaria ed indispensabile, non solo per non fare la guerra, ma per giungere alla  pace perpetua è la Costituzione Repubblicana dello Stato. Questa, infatti, non solo è razionale, dal momento che è fondata  sulla libertà di tutti i membri di una società, sulla dipendenza di tutti da un’unica legislazione e sull’uguaglianza di tutti,  ma presenta anche la prospettiva del fine ambito, desiderato, cioè la pace perpetua, per tale motivo se (come in questa  Costituzione non può non accadere) è richiesto l’assenso dei cittadini per decidere se la guerra deve o non deve essere fatta,  viene naturale pensare che, dovendo far ricadere sopra di sé tutte le calamità della guerra, essi rifletteranno a lungo prima di  incominciare un gioco così svantaggioso. Si tratta di una proposta “ingenua”, nel senso latino di nobile e generosa, ma  tuttavia, irrealistica per un verso e, in ogni caso, del tutto completamente superata dalla situazione delle armi, così come si è  venuta determinando nel corso del ventesimo secolo. Irrealistica e superata, dunque. Irrealistica, infatti, appare la proposta  di Kant se, ad esempio, leggessimo un testo assai convincente di Freud. Nel 1915, Sigmund Freud scriveva un saggio dal 
titolo: “Considerazione attuali sulla guerra e sulla morte”. In questo saggio, il fondatore della psicanalisi  conferma il suo disagio di fronte al fatto che i popoli occidentali, portatori e missionari presunti di una millenaria civiltà, si  siano dimostrati incapaci di risolvere, per via diplomatica, i loro conflitti politici, sino al punto da scatenare quell’orribile  macello che fu la Prima guerra mondiale. In questa guerra, scrive Freud, due son le cose che hanno determinato la nostra  delusione: la scarsa moralità verso l’esterno, dimostrata dagli Stati che all’interno si arrogano a custodi delle norme morali;  e la brutalità nella condotta dei singoli, una brutalità di cui non li si sarebbe ritenuti capaci, in quanto membri della più alta civiltà umana. Il rilievo freudiano è, in certo senso, clamoroso poiché annulla una diffusa e stereotipata differenza:  quella tra l’uomo civile e l’uomo incivile. Secondo lo stereotipo, civile è colui che evita il conflitto o, se non se ne può fare a  meno, lo sublima ai livelli della diplomazia; incivile, invece, è chi non conoscendo il mondo diplomatico, epidermicamente  sanguinario, non ripudia il conflitto, perseguendo la distruzione fisica dell’avversario. La Prima guerra mondiale, secondo  Freud, ribalta questo stereotipo, annulla la differenza tra l’uomo civile e quello incivile, anzi, istituisce una nuova  differenza, l’uomo civile è diverso dall’uomo incivile poiché è straordinariamente più pericoloso e cattivo. In verità, non c’era  bisogno di assistere alla vergognosa carneficina della Grande Guerra per accorgersi che il conflitto è il modo normale di essere  dell’uomo, e soprattutto, dell’uomo occidentale. Può sembrare, anzi è sorprendente che proprio il primo, formidabile  conoscitore della psiche si mostri deluso dal comportamento dell’uomo occidentale. Come se non fosse stato proprio lui lo  scopritore del complesso di Edipo e dunque, della radicale condizione di scontro mortale in cui ognuno si trova da quando  viene al mondo. Ma non appena si procede nella lettura del saggio, ci si accorge che la delusione di Freud è soltanto un  espediente retorico che gli serve per introdurre un tema da lui perfettamente conosciuto: il tema della civiltà come metafora e  sublimazione, mai definitiva, dell’istinto di uccidere: “In effetti, i nostri concittadini del mondo non sono affatto caduti così  in basso come avevano temuto, per il semplice fatto che non erano per nulla saliti così in alto, come avevano immaginato”.  Questa amara annotazione di Freud non rivela alcuna delusione, piuttosto sembra riecheggiare i versi di Quasimodo:...: “Sei  ancor quello della pietra e della fionda uomo del mio tempo..” “Hai ucciso ancora. Come sempre, come uccisero i padri.. E  questo sangue odora come nel giorno quando il fratello disse all’altro fratello: “andiamo ai campi”. E quella eco fredda,  tenace è giunta fino a te, dentro la tua giornata”. Già nello ultimo capitolo di “Totem e Tabù”, Freud aveva individuato  l’insuperabile conflittualità della condizione umana: in principio non vi era che l’assassinio e chiunque uccidesse  naturalmente. La stessa religione cristiana ammette, implicitamente, questa realtà: se per redimere l’uomo, Cristo ha dovuto  sacrificare la sua vita, ciò è perché in coerenza con la legge del taglione, l’uomo si era macchiato di assassinio. Dunque,  secondo Freud, l’istinto di uccidere non viene tenuto a bada dallo svantaggio di essere uccisi. Al riguardo Kant, in fin dei  conti, è, su questo punto, discepolo di Hobbes, dunque, si illude che la paura di essere uccisi sia più forte del desiderio di  uccidere. E’ perciò che anche i cittadini di uno Stato repubblicano non “riflettono a lungo prima di incominciare un gioco  così svantaggioso” ,come quello della guerra. Ma veniamo, adesso, al secondo punto: la proposta kantiana è superata dall’attuale situazione delle armi. Bene, questa osservazione, appare, addirittura più convincente della prima. E’ vero,  infatti, che in un certo numero di società, la Costituzione dello Stato è repubblicana, nel senso descritto da Kant. Si consideri  analogamente ,che in questi tempi noi usiamo dire “liberal-democratica” o, semplicemente, “democratica”, una società  “repubblicana” alla stregua del senso inteso da Kant, visto che in Kant la parola democrazia stava ad intendere, grosso modo  “demagogia”. Difatti osserviamo, ancora, che sono tutt’oggi relativamente pochissimi gli stati che Kant avrebbe definito  repubblicani: la stragrande, maggioranza dell’umanità vive ancora in condizioni orribili di oppressione, di fanatismo, di  indigenza e, spesso, di totale mancanza dei più elementari diritti civile e politici. D’altronde, anche in quegli Stati che Kant  avrebbe definito “repubblicani”, la minaccia dell’intolleranza, i rigurgiti di fanatismo ideologico e razzista, l’assenza di un’effettiva tutela dei diritti delle minoranze di qualsiasi tipo, sono realtà con le quali tocca confrontarsi e scontrarsi  abbastanza spesso. Ma anche se trascurassimo tutte queste cose, peraltro gravi o comunque tali da mettere continuamente in  pericolo il carattere repubblicano di quelle società, ciò nondimeno, rimane, completamente irrisolto, il problema di chi decide  di fare la guerra, qualora se ne presenti l’eventualità. Anche negli Stati repubblicani, infatti, non vi è nessuna possibilità  che siano i cittadini a decidere se fare la guerra oppure no. Piuttosto, per molti aspetti, la situazione, rispetto alla questione  di chi decida la guerra, è addirittura peggiorata dai tempi di Kant. Se è vero infatti, che per millenni le guerre sono state decise da gruppi di individui, più o meno consapevoli di ciò che stavano per fare e certamente non desiderosi di richiedere il  consenso né di chi materialmente avrebbe fatto la guerra né delle popolazioni che l’avrebbero subita, tuttavia, esistevano  oggettive difficoltà a scatenare un conflitto: armamenti rudimentali, organizzazione non facile da raggiungere, limitata  possibilità di movimento per terra e per mare, limitatissimi mezzi di comunicazione, complicatissime vicende dinastiche che  rendevano incerta l’attribuzione del potere, intricati rapporti tra politica e religione che condizionavano la coscienza dei  belligeranti. Tutti questi “limiti” al dispiegarsi incondizionato e pantoclastico della guerra, oggi non esistono più. E’ la  stessa inimmaginabile, capacità distruttiva delle armi che rende oggettivamente impossibile che siano i cittadini, ovvero gli  unici titolari, secondo Kant, del diritto di fare la guerra, nel decidere. Ammesso che tutti i cittadini conoscano: 

la situazione politica, militare, economica, ideologica, rispetto alla quale bisogna decidere se fare la guerra;  che siano in grado di valutare vantaggi e svantaggi derivanti dall’ eventuale guerra; 

che, stando tutti in così invidiabile salute mentale e possedendo tutti sterminate conoscenze, siano capaci di  rendersi conto del valore della vita umana e liberamente, serenamente, discutano di ciò.  

Considerato tutto ciò, chi o che cosa gli darebbe il tempo di decidere? E’ noto che, attualmente, l’esito di una guerra può  dipendere dal pochissimo tempo di cui all’inizio si dispone per scatenarla. E’ in ugual modo noto che il sistema delle armi è  tale che, addirittura, non è fantamilitare l’ipotesi di una guerra dovuta ad un errore dell’uomo o della macchina bellica.  Ebbene, verificatosi l’errore o la volontà che causa l’inizio della guerra, nel pochissimo tempo,(minuti persino) durante il  quale bisogna decidere cosa fare, quale assemblea (di cittadini sensibili e liberi da pregiudizi) sarà possibile riunire? 

A cura di Matteo Iorio