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Covid e 8 marzo: l'occupazione femminile cala di più dove le donne sono anche madri #unavoceperledonne

di Viviana Pizzi 

Per questa settimana l'appuntamento con #unavoceperledonne si sposta al lunedì. Accade perché si celebra la giornata internazionale della donna. E anche se in un primo momento avevo pensato di evitare la retorica e non scrivere nulla in questa giornata invece la pandemia da Covid 19 ci impone di scrivere anche oggi, Perché la voce delle donne, soprattutto di quelle che hanno perso il lavoro in questo anno di restrizioni, non va spenta. 

E apriamo questa riflessione con un dato amaro che riguarda l'occupazione femminile. Uno studio dei consulenti del lavoro fa emergere un dato gravissimo per le donne:  tra aprile e settembre 2020 (periodo di esplosione della pandemia da Covid), in Italia sono stati 402mila i posti di lavoro persi da donne. Durante l’emergenza Covid, c’è stato un calo del “4,1%” delle addette tra i 15 e 64 anni, mentre in Europa - nella stessa fascia d’età - il calo è del 2,1%

Questo significa una cosa sola: il lavoro femminile è stato sacrificato sull'altare patriarcale. Le donne hanno smesso di lavorare per tornare a dedicarsi alla casa, soprattutto quando i figli sono stati praticamente chiusi in casa dal lockdown e messi dietro a un computer per seguire le lezioni con la ormai famosa e criticatissima Dad. 

Ma è da un'indagine di federcasalinghe emerge un dato ancora più allarmante: meno di una donna su due lavora in Italia. A dicembre 2020 il tasso di occupazione femminile è sceso a 48,6 perdendo 1,4 punti percentuali. Quello maschile ha perso invece 0,4 punti percentuali (67,5). Un dato quindi che, come è possibile vedere dai numeri nasconde dietro molto altro. Oltre alla pandemia c'è alla base una cultura tutt'altro che inclusiva nei confronti delle donne, dove sono ancora loro a dover rinunciare perché, a causa di un welfare carente per quanto riguarda i servizi di assistenza bambini e anziani, le costringe a tornare dentro le prigioni domestiche. Dove perdono l'autonomia e sono più sottoposte a violenze.


Nel primo grafico che vi mostriamo (fonte Corriere.it) è ancora più evidente la differenza tra uomini e donne tra l'occupazione femminile e quella maschile. Le donne occupate, calcolate in migliaia sono 9530 che tradotto in dati reali si tratta di quasi dieci milioni di donne con una diminuzione del 3,2% contro un meno 1% degli uomini che restano occupati con un valore di 13.309.000. Quattro milioni di uomini in più nonostante la popolazione italiana sia formata da 30.591.932 donne che rappresentano il 51,3% dell'intero valore italiano riferito al 2020. Gli uomini si fermano a 29.050.096 arrivando al 48,7% della popolazione totale. 

Chiaro è quindi che viviamo ancora in una società fortemente patriarcale basata sul fatto che le donne devono dedicarsi ai lavori di cura mentre all'uomo tocca il lavoro fuori casa. E lo smartworking non aiuta affatto relegando anche la donna che lavora dentro le mura domestiche. 





Ma c'è anche un'altra tabella che dimostra ancora una volta quanto le differenze di genere pesino ancora una volta di più sulle donne che sugli uomini e le mettono in condizione di estrema fragilità e poca indipendenza nonostante viviamo ormai negli anni 2020. 

  Nei genitori in coppia vediamo che il padre lavora nell'83,5% con una flessione dello 0,4% rispetto al 2019 mentre la mamma lavora nel 53, 5% dei casi. con una flessione dello 0,5%. Le differenze si accorciano sul genitore single dove l'uomo lavora al 76,1% e la donna al 61,3%. Nelle situazioni dove non sono presenti figli esiste sempre un divario notevole ma non uguale a chi ha figli. 

In una coppia senza figli l'uomo lavora al 74,4% mentre la donna al 51,5%. Una percentuale ancora allarmante perchè bisogna considerare che anche senza pargoli a carico resiste ancora la mentalità che è l'uomo che porta a casa il pane e la donna lo cura. 

In totale gli uomini che in famiglia lavorano sono il 76,1% mentre le donne il 55,1%.






E' questo il motivo che spinge il tasso di natalità al valore di 1,4 in Italia nel 2020. Significa che per ogni persona fertile ci sono 1,4 figli con il fenomeno sempre crescente del childfree ossia di persone (in questo caso uomini o donne non fa differenza) che scelgono deliberatamente di non avere figli. E lo fanno con consapevolezza, senza problemi medici alla base. 

Il governo ha tentato di mettere un freno a questo fenomeno col family act messo a punto dalla ministra Elena Bonetti. La legge delega detta family act prevede una riforma degli strumenti a sostegno delle famiglie, mettendo ordine fra i sussidi attuali che confluiranno tutti nell’assegno universale

Che significa in soldoni? 

Il progetto prevede che l’assegno unico universale sia erogato a famiglie con uno o più figli fino al compimento del 21esimo anno di età. L’importo mensile sarà determinato, oltre che dal coefficiente Isee, anche da altre importanti variabili e sarà composto da una quota fissa e una variabile. La parte variabile sarà determinata, oltre che dal coefficiente Isee, anche dal numero dei figli e dalla loro età.
A differenza dell’assegno familiare  l’assegno unico universale sarà erogato fino al compimento del 21 esimo anno di età. 

L’assegno universale sarà poi maggiorato se in famiglia vi è più di un figlio o se ci sono figli disabili. Anche quest’ultimo aspetto sarà preso in debita considerazione dal governo e assorbirà i sussidi attualmente spettanti per i portatori di handicap.

 
Insomma un metodo moderno per rassegnare le donne al ruolo di mamme. Un patriarcato che però finora ha fatto perdere molto in autonomia e in autodeterminazione. Servizi in più e corsi di formazione per reinserire le donne a lavoro sono le parole d'ordine della ministra Bonetti. Il dato per ora è certo: il ruolo materno è un ostacolo alla realizzazione del se femminile. E fin quando continuerà ad esserlo sarà difficile alzare il tasso di natalità.