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Roma nasconde un segreto? Il frutto di racconti mitici

L’argomento che vi presenterò è il frutto di racconti mitici, leggendari che nulla ha a che vedere con la vera storicità degli eventi per cui non mi permetto di innalzarmi a cultore di una disciplina che basa i suoi presupposti sulla ratio, ma mi limiterò a illustrarvi un avvincente storia su cui numerosi hanno scritto.

Molti di voi non faranno fatica a riportare alla memoria i polverosi ricordi delle scuole, in particolare quelli seccanti dell’insegnante di storia. Cerchiamo, quindi, di fare mente locale. La storia come c’è stata insegnata segue delle tappe apparentemente ferree, anche se sappiamo che ciò è l’elaborato schema semplicistico di programmi ministeriali non sempre corrispondente all’effettivo evolversi delle civiltà nell’arco temporale. Ma torniamo a noi. Sappiamo anche che circa 6.000 anni addietro, l’uomo, da una vita prevalentemente segnata dal nomadismo, principia una nuova scelta, quella di fondare comunità stabili e radicate in un preciso lembo di terra, facendo sorgere così le prime civiltà e con esse i concetti di Stato –comunità e Stato– apparato. Ecco i presupposti di una nuova era, di una vera e propria rivoluzione per il genere umano. L’uomo cambia prospettiva di vista, volge lo sguardo al suo futuro.

Il tutto ebbe origine in una landa del vicino Oriente, definita dagli storici Mesopotamia ovvero “Terra tra i due fiumi” (dal greco μέσος  mezzo  e ποταμός  fiume). Fu qui, fra l’Eufrate e il Tigri, che la prima civitas, quella dei Sumeri allignò, ovvero mise radici; da qui in poi molte altre civiltà si susseguirono scontrandosi e influenzandosi a vicenda, dai Babilonesi agli Assiri fino alle civiltà levantine e classiche. È proprio su queste ultime che volgiamo la nostra disquisizione, in particolare sulla civitas Romana.

Secondo la leggenda più corroborata e conosciuta, Roma sarebbe stata creata sia da Romolo discendente della stirpe reale di Alba Longa, che da Silvio, a sua volta figlio di Lavinia ed Enea, eroe troiano che fuggì da Troia mentre era sotto assedio Acheo, con il padre Anchise e il suo figlioletto Ascanio. Dopo varie peripezie, Enea approdò nel Lazio dove fondò una comunità, che sempre in crescendo ebbe come suo  successore proprio Ascanio. Dopo 400 anni dalla fondazione di Alba Longa, la morte del re Proca provoca una violenta contesa tra i suoi due figli, Numitore e Amulio, per il diritto di successione al trono. Il secondogenito Amulio usurpa il trono al fratello Numitore e lo scaccia. Per evitare ulteriori rivendicazioni dinastiche, Amulio costringe la figlia di Numitore, Rea Silvia, a diventare una vergine Vestale, al fine di impedire la nascita di nuovi contendenti al trono. Nonostante la regola che obbliga una Vestale alla castità, Rea Silvia genera due gemelli, Romolo e Remo, la cui paternità viene attribuita dalla leggenda al dio Marte. 

Il re Amulio non esita a condannare a morte i due neonati per affogamento nel vicino fiume Tevere e incarica alcuni suoi servi di eseguire la condanna. Tuttavia, una improvvisa inondazione impedisce ai servi di portare a termine la missione e i gemelli sono abbandonati nella zona paludosa del Fico Ruminale, sulle pendici del Palatino, davanti al colle Campidoglio. 

In seguito, secondo la leggenda, la benevolenza degli dèi salva i due neonati da morte sicura, coadiuvati anche dall’affetto materno di una lupa. Un pastore di passaggio sul posto trova la cesta dei due gemelli e li adotta come propri figli. Divenuti adulti si ergono come guerrieri a protezione della comunità locale. I successi e la notorietà di Romolo e Remo li inducono a trasformare la comunità di pastori in una vera e propria città. A quel punto chiesero quindi consiglio all’indovino per sapere chi avrebbe dato il nome alla città e chi ne sarebbe diventato il re. L’indovino rispose che Romolo doveva recarsi sul colle Palatino, mentre Remo sull’Aventino; da lassù avrebbero guardato attentamente il cielo, studiando il volo degli uccelli per capire che cosa avevano riservato gli dèi. Remo fu il primo a vedere un gran numero degli uccelli: sei avvoltoi con le ali immense che volavano proprio sopra la sua testa, ma poco dopo Romolo ne vide ben dodici. I due gemelli cominciarono a litigare e Romolo disse: - Sono stato io a vedere gli uccelli per primo! - Rispose Remo: - Ma io ne ho visti molti di più! - Esclamò Romolo - Quindi sarò io il re della nuova città e la chiamerò Roma - . Poi prese un bastone, disegnò un grande quadrato per terra e disse: - Ecco i confini della mia città. Nessuno dovrà superarli senza il mio permesso -. Detto questo provocò l’ira di Remo il quale, arrabbiatissimo, non lo ascoltò e calpestò la linea tracciata dal fratello. Romolo allora tirò fuori la spada e ripeté: - Chi passerà il confine senza il mio permesso, morirà - e uccise Remo. Romolo diventò così il primo Re di Roma e governò con saggezza, aiutato da cento senatori, e la sua città diventò la più bella e grande città di tutto il mondo antico, capitale di un immenso impero.

Questa è in sintesi la storia mitica e non poco romanzata a noi tramandataci, ed è quella che viene studiata nelle scuole. Altri invece affermano - ed è questa la versione più seguita e forse storiografica della nostra storia - in merito alla tradizione che fa risalire al 21 aprile dell’anno 753 a.C., festa della dea Pàles, protettrice delle greggi, la costituzione della città eterna. In questa occasione prese luogo una festa, e per celebrarla seguendo il rito, da tutti i pascoli e da tutti i colli sparsi lungo il fiume Tevere giunsero i pastori  delle tribù limitrofe. Questa è difatti una solennità che si ripeteva da decenni, ma in quella specifica data, e in particolare al culmine della cerimonia, sarebbe stata fondata una nuova città dal nome: Roma. Alcuni sostengono che il nome “Roma” potrebbe derivare da una nobile stirpe etrusca, i RUMA o RUMLA, sottolineando l’influenza etrusca nella nascita della città sul Tevere o ancora deriverebbe dall’etrusco RUMON (fiume) ovvero dalla radice del verbo: “Ru”, che significa “scorrere”. Roma sarebbe così: “la città sul fiume”, e da qui sarebbe derivato il titolo del suo Re: RUMULUS o ROMULUS , “il signore del fiume”. Tale iniziativa fu accolta dai Ràmnes, “gli uomini del fiume”, che avrebbero contribuito assieme ad alcune famiglie della tribù dei Tizii, pastori del popolo dei Sabini, a costruire un insediamento dapprima rupestre sul ripido Palatino; infatti la posizione rialzata e al contempo fortificata avrebbe reso possibile il controllo sui lucrosi commerci che avvenivano nella piana, in particolare quello riguardante il guado naturale offerto dall’isola Tiberina in mezzo al Tevere. Infatti, grazie alla morfologia favorevole del territorio resa ancor più fertile dal fiume, i traffici di mercanti (Etruschi, Greci, Lucani e perfino Fenici) che risalivano il corso del fiume avrebbero permesso lauti introiti alla popolazione stanziata in loco; ricchezze che resero un primitivo gruppo di pastori sempre più numeroso e scaltro. Per tanto, l’idea di sintesi espressa dai Ràmnes era: “una città per difendersi, ma una città che, contemporaneamente, li avrebbe arricchiti”. 

Tutto ciò è quello che, a detta di molti studiosi, corrisponde all’evolversi dei fatti storici, eppure vi è un'altra storia che non manca di affascinare chi la legge. Questa vicenda meno nota è vecchia quanto la precedente appena narrata. Ha come protagonista la città e alcune sue costumanze. Secondo la convinzione dell’epoca, conoscere il vero nome di un oggetto o entità, avrebbe portato a possederne il controllo, il dominio. Anche il semplice fatto di conoscere il vero nome di un Dio, avrebbe comportato il possedere i suoi stessi poteri. Come spesso veniva ricordato, il nomen era legato alla res. Il nome segreto di Roma, diverso da quello pubblico, è quello che lega l’Urbe al suo destino, pertanto veniva celato al fine di evitare che il nemico potesse ricorrere all’evocatio della divinità protettrice della città, rito che secondo la tradizione, era molto in voga presso i Romani. Infatti, gli stessi usavano invocare il favore della divinità protettrice della città assediata, promettendole in cambio del successo nell’operazione bellica, venerazione e sacrifici nella propria città. Roma era dotata di tre nomi: uno pubblico a noi noto, uno sacro riservato ai sacerdoti nelle cerimonie e uno segreto riguardante la divinità custode dell’Urbe, conosciuto solo dai Capi del potere e che veniva tramandato per successione di carica. Conoscere il vero nome di Roma sarebbe stato, secondo la leggenda, possedere un potere immenso, il controllo della città, dell’impero; il solo pronunciarlo era vietato, e chi disertava a tale ordine veniva punito con la pena capitale più infamante: la croce. È per questo che per anni scrittori e poeti hanno cercato di depistare le notizie sul vero nome, usando altri come Flora “fiorente” la cui divinità di riferimento sarà la dea Venere e Valentia “forte, valente” in onore del dio Marte, divinità secondo cui, non casualmente, la stirpe mitica di Romolo e Remo sarebbe discesa. Floretia in realtà diverrà Firenze, città fiorente e culla del Rinascimento, mentre Valentia sarà l’odierna città spagnola che in epoca di domini oltralpe ospiterà le più forti legioni romane, ma per la stragrande maggioranza degli storici il vero nome di Roma fu AMOR, che è il bifronte di ROMA, e l'equivalenza «Roma-Amor» ha suscitato sempre una grande suggestione. Anche un palindromo, ossia che si può leggere da sinistra verso destra e viceversa, avvalora questa supposizione: ROMA TIBI SUBITO MOTIBUS IBIT AMOR (Roma, con dei movimenti letterari, diventerà Amor), credenza questa avvallata nel Medioevo e testimoniata dal poeta-simbolista italiano Giovanni Pascoli, anche se è pur vero che sono stati rinvenuti graffiti attestanti ciò in una casa di Pompei. Non ci stupirebbe visto che per l’impero romano d’Oriente il nome era Rim che significa pace; secondo altre tesi il nume protettrice sarebbe Angerona derivante da angor dolore, in completa antitesi con la tesi precedente ma forse fa riferimento al dolore provocato dalle conquiste romane per raggiungere la gloria.    

Comunque, quale fosse stato il nome segreto di questa magnifica città rimane tuttora nascosto; sicuramente l’intento dei nostri padri è riuscito pienamente, ossia lasciare quell'alone di mistero, lasciare a noi figli contemporanei la possibilità di fantasticarci un po' su. Un popolo, una città e le sue tradizioni che ancora oggi amano meravigliarci.

 

Matteo Iorio