Giulio Rivera. La morte nel segno del “dovere“. Eroe o semplice poliziotto?

di Maurizio Varriano
16 marzo 1978 / 16 marzo 2021

<< E’ stata trovata una Renault in via Caetani. Accorrete. C’è un corpo riverso nel baule, sembra quello di Aldo Moro.>> Chi non ricorda quelle parole dette da tutte le emittenti televisive dell’epoca? << Aldo Moro è stato rapito. Uccisi gli uomini della scorta >>, ancor prima rimbombanti e decisamente più amare. 

Ero al “ Poseidon “ di Ischia. Li, ancor oggi, si entra, e si chiude ogni contatto con l’esterno. Dopo una giornata passata spensieratamente con amici, lasciando dietro di me un Mondo fatto di silenzi e di bellezze mozzafiato, mi ritrovai di nuovo nella selva oscura di un Mondo senza cuore. Ero poco più che uno studente, quasi maggiorenne. Le lotte di classe, la bandiera rossa eran sempre li con me come un martello che mi serviva per abbattere muri e condividere il rumore profondo di un incudine battuto in nome della libertà, della politica condivisa, della lotta per il lavoro, dell’ uguaglianza, della partecipazione attiva alle decisioni, per lo studio. Odiavo il simbolo della DC ma non Moro, che non consideravo un democristiano , poiché  libero di pensare, di agire e di determinare la svolta politica con la sua straordinaria idea del compromesso storico.  Ne ero affascinato.

Non ressi all’urto e nello scorrere le notizie frammentarie e singhiozzanti, non di certo esistevano gli smartphone, seppi dell’uccisione della scorta e della rivendicazione delle BR. Tribolazione e sgomento e gettai quel martello, decidendo di mantenere solo la falce.  

Rimasi scosso ,e per giorni, non volli saper nulla. In me solo il piangere quei martiri, servitori della Patria,  che per il senso di appartenenza allo Stato, perirono per difendere la libertà di scelta e di opinione. Un disastro, che mi destabilizzò sino ad andar subito in quel di Guglionesi a piangere un “poliziotto” , Molisano, che non conoscevo affatto ma che, figlio della mia terra, aveva perso i suoi gradi a causa della “mitragliata violenza” che ne causò degrado e passaggio verso una vita non più terrena.

Afflitto pensai ai momenti di ribellione politica che mi tormentavano sino all’esaurimento della visione logica di un mondo che, di logico, aveva solo la morte. La morte di innocenti “ caporali “ a servizio di uno Stato che spesso dei martiri ne faceva uso e consumo, per poi rispolverare l’amor di Patria, già in via di estinzione.

Moro divenne subito idolo ed i morti, rimasero morti.

Pianti finti e dalle poche lacrime, quelli di una politica, più attenta a non essere scoperta carnefice, più che a commemorare vittime senza colpa e senza macchia.

Giulio Rivera, uomo venuto da un paesino del Molise che per trovar lavoro credette allo Stato, gettò la spugna piena di sudore di chi lascia affetti e cose di vita “ sacre “, soprattutto per noi gente del sud,  per trovar altra spugna piena di sangue amaro e certamente, non di colore blu.

Fu’ chiamato  a seguir le sorti del suo “ capo “ ,  ne era orgoglioso. Essere la scorta di personaggi come Aldo Moro, era decisamente gratificante ma ancor più, decisamente pericoloso. Erano gli anni di piombo, la libertà era nelle canne delle pistole e non nelle menti umane. Uomini, che con il sangue lavavano i panni sporchi della politica, che ne fungea da lavatrice, oggi molto più grande e moderna. 

“ Perché ?”  E’ ancora la domanda ricorrente che ancor oggi non trova certezza di risposte esaustive e veritiere. La vita di uomini era, ed è, alla stregua di un mondo che fonde con il calore ogni risorsa, e  brucia le speranze di un Mondo migliore fatto solo di coerenza e di pace. E’ cambiato poco da allora. Si muore ancora, anche se più sommessamente indolore.

Erano le 09,00 del 16 marzo 1978 ed una Fiat 128 bianca era appostata in via Fani. Dentro di essa la morte aspettava che passasse la Fiat 130 dell’On.le Aldo Moro, scortata dall’ Alfetta con a bordo gli agenti Giulio Rivera, Francesco Zizzi, Raffaele Iozzino. Da li a poco diversi terroristi, vestiti da avieri, aprirono il fuoco ,e  fu l’inferno. Aldo Moro fu rapito e  madri, mogli, fratelli , sorelle, insieme alle comunità ed all’Italia intera, piansero i loro morti. Erano i giorni del Governo di solidarietà nazionale, per la prima volta appoggiato dal partito comunista. Le “ BR “, nel dichiararsi paladine della Patria e della democrazia, condannarono chi ebbe a volere il compromesso storico, tacciandoli di alto tradimento. Il rapimento e la sorte dell’on.le Moro, misero in secondo piano la morte della sua scorta, e non fece che accentuare le differenze di “ classe “ . 

Ero troppo preso dalla faccenda ed amareggiato dal comportamento della politica sull’accaduto che decisi, seppur giovane, di intraprendere una consapevole autodistruzione delle mie convinzioni e mi iscrissi al Partito Proletario. La morte di Moro ed il suo ritrovamento accentuarono ancor più il mio disgusto verso una politica che non ha mai davvero fatto ammenda degli accadimenti, diventandone partecipe e per molti, addirittura, mandante. Sulla strage ed il sequestro i processi son stati davvero tanti, troppi. Vi son state condanne, inchieste parlamentari, ma ancora aleggia un’onta di poca chiarezza che disturba la memoria di chi mai avrebbe pensato di lasciar per strada la sua vita , in nome e la difesa di democrazia e libertà. Dal 18 marzo di quel lontano 1978 le bare degli uomini della scorta, del nostro Giulio Rivera, nel chiudersi, hanno sigillato la verità, la vita , la storia. Le bare non potranno più riaprirsi, Giulio ed i suoi compagni non potranno più parlarci di democrazia, di amor di Patria, del loro gesto ultimo, delle loro famiglie che attendevano ansimanti i giorni di licenza, dei loro piccoli, delle loro avventure, di amori, di passioni. 

Giulio entrò in polizia nel 1974, era giovane ma già debitamente esperto. Veniva dal reparto Celere di Milano dove aveva vissuto sul campo esperienze di risse.  Mai  avrebbe pensato di perire facendo la scorta ad un personaggio della politica che contava, che stimava e di cui era orgoglioso.

Lo si racconta come un gentile ragazzo che costretto ad andar via, anche allora il Molise soffriva lo spopolamento come mai domato, sorridente e pieno di passioni mai ,decisamente, del tutto esternate.

Un ragazzo Molisano che nei progetti aspirava a far dopo la gavetta, ritorno nel suo Molise, chissà, da graduato. E così, nel parlar con amici con cui si condividono sentimenti, passioni, dolori, racconti, ci sovvien l’eterno dubbio Amletico che non trova ancora risposta : “ Colpa di chi ?”

Scorrendo memorie ed amicizie, la mente incontra, quindi,  la visione di un film evocativo. Il suo titolo “ Patria“ è il succo, l’essenza, di una morte mai ripagata, mai dimenticata, ancora sofferta. La memoria è l’unica cosa che ci rende liberi di pensare, di essere uniti nel dolore ed allora  “ Sequestro di Stato “ diventa l’inno di morti da stragi, mai risolte per davvero. “ Patria “, un film di Felice Farina interpretato magistralmente da Francesco Pannofino , nella canzone musicata ed arrangiata da Lino Rufo, Yuki Rufo, Mario Zannini, evoca dubbi, imprecazioni, solitudine, morte innocente, indecente e, tanta tristezza che mai, dai nostri cuori, potrà essere cancellata da sentenze che non assolvono ad una verità, ancora celata e mai davvero raccontata. Le bare resteranno chiuse per sempre e con esse, il sogno di non pensare davvero ad un :  Sequestro di Stato

Vi son passato accanto,

vi son passato vicino,

era il 16 marzo,

le 9 e 5 del mattino,

il Messaggero tra le mani,

la foto dei guantoni

di Zoff che salva la Juve

in Coppa dei Campioni.

 

Chissà se mi avete visto

prima di fare il resto,

prima dell’agguato,

il sequestro di Stato,

una ragazza che piangeva,

l’asfalto che friggeva,

bolliva la Storia,

tremava l’Italia.

 

Quand’è partito il fuoco,

mi sembra sia durato poco,

frenata, tamponamento,

raffiche e polvere, spavento,

e d’improvviso il silenzio,

bossoli, puzza di piombo,

quattro morti, un moribondo,

radio e tv di tutto il mondo.

 

E cominciava la solita

ambiguità della politica,

la solitudine di una sposa,

l’impotenza della chiesa,

le assurdità investigative,

nessuna idea né prospettive,

solo maldestri tentativi

di fare accordi coi cattivi.

 

Carabinieri pallidi,

e segretari pavidi,

un’uomo con il suo martirio,

la finta burletta di un falsario,

sarà il KGB o la CIA,

ma ancora c’è una strana scia,

che parte da via Fani

e arriva fino a via Caetani.

 

Col segno della croce

c’è chi si è messo l’animo in pace

e la Ragion di Stato,

un De Profundis annunciato,

sei famiglie disperate,

cittadinanze costernate,

l’indifferenza che avanza,

gli assassini in vacanza.

 

E io davanti a quei morti,

ai loro poveri corpi,

io non sapevo cosa fare,

mi avvicinai a guardare,

mia madre venne a cercarmi,

ma non riuscì a vedermi,

se non mi ha visto lei

figuriamoci voi,

 

se non mi ha visto lei

figuriamoci voi.