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di Cinzia Venditti


Cara Arianna,

sei sempre lì, con gli occhi tra le nuvole, a cercare qualcosa in più. Non si vive di solo pane, eppure tu, se ti guardi in giro, scorgi solo materialismo, senso pratico, razionalità. Tu non sei così, tu sai di immenso, e di poesia. Sarebbe bello che chi ti circonda potesse avere i tuoi occhi, per vedere ciò che non vede. Doveri, lavoro, obblighi, ti chiedi spesso se davvero è tutto qui e Vasco ti direbbe che non è così, il mondo che vorresti. Sei bella, anche se nessuno te lo dice, anche persa tra i libri di scuola, mangiando una mela. Anche se non ti trucchi, non ti aggiusti, non te la tiri. Sei bella perché sei diversa, e rara. Allora sbarazzati del cattivo gusto di voler andare d’accordo con tutti: “le cose grandi ai grandi, gli abissi ai profondi, le finezze ai sottili e le rarità ai rari.”


Cara Francesca,

testarda come un mulo. Quando ti impunti niente e nessuno possono farti cambiare idea. Testa dura, cuore morbido. Sei forte, indistruttibile, come l’acciaio e come il ghiaccio. Un vulcano pronto ad esplodere in qualsiasi momento, generando idee che somigliano a stelle danzanti e battaglie ostinate come mulini. Dai sicurezza a chi ti circonda, perciò si rivolgono sempre a te per per chiederti aiuto. E tu ci sei sempre, con la tua aria da prof saputella, a suggerire senza dubbi o esitazioni cosa faresti al loro posto e, a volte, se non hanno il coraggio, insisti come un chiodo e intervieni direttamente tu per risolvergli il problema. Ma a te, Fra, la forza chi te la dà? Non chiedi mai una mano, ma la trovi sempre e solo alla fine del tuo braccio, quando, certe volte, vorresti gridare solo: AIUTO. Non ti mostri mai debole o fragile, quando, invece, vorresti solo che qualcuno ti stringesse forte e ti dicesse: “Non ti preoccupare, a te ci penso io.”

 

Cara Anna,

se fossi Lucio Dalla ti chiederei dov’è finito Marco. E se tu fossi la Pausini, mi risponderesti “Marco se n’è andato e non ritorna più”. Non si chiamava Marco, ma se n’è andato lo stesso. Tu, invece, sei ancora qui a chiederti dov’è che hai sbagliato. Come se trovandoti una colpa potessi sopportare meglio il dolore. All’inizio il dolore non ti fa dormire, né mangiare, ti fa piangere, ti svuota, ti mette la febbre addosso e ti toglie il respiro. Diventa fisico, ti fa male tutto, in mezzo al petto, tra i polmoni, negli occhi, i denti, le unghie, i capelli. Ti sembra sempre di urlare tutta quanta, ma senza voce. Poi, piano piano, si allevia. Non diminuisce, non scompare, ma si attenua, ti ci abitui ed inizi a conviverci. Se poco poco accenna ad andarsene, tu lo richiami a te. Ci si affeziona al dolore perché è l’unica cosa che ci rimane di chi se n’è andato.

 

Cara Romina,

tu sei felice. Felice come una Pasqua. Felice da fare schifo. Non sapevi cos’era la felicità e ora che la provi è come una droga: non ne puoi fare a meno e la vuoi tutta per te. Ora che ce l’hai non guardi in faccia a nessuno. Non ti importa niente se la tua felicità sfacciata rende infelice qualcun’altro, perché adesso tocca a te. Tu sei quella che ce l’ha fatta. Sei tutte noi, che non ce l’abbiamo fatta, a parte Cenerentola e Julia Roberts. E allora sai che ti dico? Fai bene. Goditela, la felicità, non la dividere mai più con nessuno, tienitela stretta. Giusto o sbagliato che sia, fai solo ciò che ti rende felice e fregatene di tutto e tutti.

 

Scrivete anche voi il vostro nome, a cinziavenditti@hotmail.it per avere la vostra dedica personale.

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