Accadde Oggi 9 aprile #almanacco

Oggi 9 aprile la Chiesa festeggia Sant’Acacio di Amida, vescovo

193 – Settimio Severo viene proclamato Imperatore romano
1555 – Elezione di Papa Marcello II
1682 – L’esploratore Robert de La Salle scopre la sorgente del Fiume Mississippi
1815 – Guerra austro-napoletana: Gioacchino Murat è sconfitto nella Battaglia di Occhiobello e il suo tentativo di attraversare il Po fallisce.
1864 – A Trieste l’arciduca Massimiliano d’Austria firma la rinuncia al trono d’Austria e d’Ungheria per sé e per i suoi eredi.
1867 – Gli Stati Uniti ratificano un trattato con la Russia per l’annessione dell’Alaska
1868 – Bologna: Giosuè Carducci, titolare della cattedra di letteratura italiana all’università, viene sospeso per 75 giorni, per aver sottoscritto una lettera diretta a Mazzini e Garibaldi
1942 – Seconda guerra mondiale: conclusione della Battaglia di Bataan con la vittoria giapponese
1947 – USA: tre tornado causano la morte di 181 persone e il ferimento di altre 970 in Texas, Oklahoma e Kansas
1959 – USA/Programma Mercury: la NASA annuncia la selezione dei primi sette astronauti (per i media, i Mercury Seven)
1967 – USA: Battesimo dell’aria per il Boeing 737, il più diffuso aereo di linea del mondo; entrerà in servizio per la Lufthansa nel febbraio del 1968
1970- Italia: Genova, la nave London Valour, battente bandiera inglese, carica di cromo, naufraga a causa di una violenta mareggiata a poche decine di metri dal porto: venti marinai morti, per lo più indiani e filippini
1975 – Los Angeles: Federico Fellini vince il suo quarto Oscar con il film Amarcord
1986 – Francia: il governo fissa regole contro la privatizzazione della casa automobilistica Renault
1989 – Italia: Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo vendono il pacchetto azionario dell’Editoriale L’Espresso alla Mondadori di Carlo De Benedetti. Comincia uno scontro con l’azionista Silvio Berlusconi per il controllo della casa editrice. La partita si concluderà due anni dopo, il 30 aprile 1991
2002 – Regno Unito: funerali nell’Abbazia di Westminster della Regina madre Elizabeth Bowes-Lyon
2003 - Cuba: Fidel Castro ordina la condanna a morte tre dirottatori che il 2 aprile avevano tentato di sequestrare un traghetto. La sentenza verrà eseguita l’11 aprile
La Corte di Cassazione conferma le condanne a 16 e 14 anni per Erika De Nardo e Omar Favaro responsabili del duplice omicidio di Novi Ligure del 21 febbraio 2001
2005 – Il Principe del Galles Carlo sposa Camilla Parker-Bowles
2006 – Italia: elezioni politiche per la prima volta con la legge elettorale Calderoli, nota come “porcellum”: si afferma con un minimo scarto la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi; 

Nati

1948 – Patty Pravo

1821 – Charles Baudelaire

1933 – Gian Maria Volonté

1990 – Kristen Stewart

Morti

2014 – Saverio Strati 

Inspiegabile omicidio da parte di due giovani fidanzatini. La notizia fece scalpore nel Mondo. Oggi ricordiamo quei momenti sino ai giorni nostri.

ll delitto di Novi Ligure fu un caso di duplice omicidio avvenuto il 21 febbraio 2001 nella città italiana di Novi Ligure, in provincia di Alessandria. Erika De Nardo (Novi Ligure, 28 aprile 1984) di sedici anni e l'allora fidanzato Mauro Favaro, detto "Omar" (Novi Ligure, 15 maggio 1983) di diciassette anni, uccisero premeditatamente a colpi di coltello da cucina Susanna Cassini detta "Susy" (Novi Ligure, 15 settembre 1959), madre di Erika, 41 anni, contabile, e il fratello undicenne Gianluca De Nardo (Novi Ligure, 27 novembre 1989). Secondo l'accusa i due giovani avevano progettato di uccidere anche Francesco De Nardo (Maida, 19 giugno 1956), il padre, ingegnere e dirigente dell'azienda dolciaria Pernigotti, ma avrebbero poi desistito perché Omar, feritosi a una mano nel corso del duplice delitto, era ormai stanco e aveva deciso di andarsene. Il caso ebbe un ampio interesse mediatico.

La dinamica del delitto acquisita agli atti processuali è essenzialmente desunta dalle ricostruzioni fornite dal RIS dei Carabinieri; minore importanza hanno le dichiarazioni rese dai due colpevoli che, una volta riconosciuti come tali, adottarono una linea di difesa incentrata su vicendevoli accuse, senza mai delineare un quadro chiaro della vicenda. In particolare la versione di Erika, che tese ad addossare tutta la responsabilità su Omar, venne giudicata fortemente mendace; per contro le affermazioni di Omar sono state maggiormente suffragate dalle ricostruzioni oggettive: per esempio è stato appurato che la ferita riportata da lui era da attribuirsi a un morso di Gianluca, come sostenuto da lui stesso, mentre Erika sosteneva che la ferita fosse dovuta a una coltellata accidentale. Inoltre Omar dimostrò un maggiore e immediato ravvedimento sulla gravità di ciò che era stato commesso, pur minimizzando il proprio ruolo.

Intorno alle 19:30 del 21 febbraio 2001 Susy Cassini e il figlio Gianluca De Nardo rientrano nella casa di famiglia in via don Beniamino Dacatra 12, nel quartiere novese del Lodolino. Di lì a poco nella cucina dell'abitazione ha inizio un diverbio tra la Cassini e la figlia maggiore: la causa sono i brutti voti scolastici della ragazza, studentessa al civico Collegio San Giorgio dopo due anni molto deludenti al liceo scientifico Amaldi, e i timori della madre legati alle possibili cattive frequentazioni della figlia. È in questa circostanza che Erika afferra un coltello e sferra il primo fendente alla madre: immediatamente il suo fidanzato, che fino ad allora si era nascosto nel bagno del pianterreno dove aveva già indossato i guanti, accorre a dare manforte alla ragazza, che solo allora si mette i guanti. I due ragazzi riescono ad aggredire Susy alle spalle: uno dei due le tappa la bocca con una mano e insieme cominciano ad accoltellarla. La donna si dibatte e nel tentativo di sfuggire alla furia omicida dei due va a sbattere contro il tavolo della cucina che si spezza in due per la violenza dell'urto: i giovani la riagguantano e continuano a sferrare fendenti, fino a essere sicuri di averla uccisa. In totale Susy Cassini ricevette 40 coltellate. Omar affermò che, prima di morire, Susy Cassini avrebbe gridato alla figlia il suo perdono, implorandola di risparmiare il fratello.

Nel frattempo il trambusto generatosi ha attirato Gianluca, che era al piano superiore, dove si stava preparando a fare il bagno, essendo appena tornato da una partita di pallacanestro, durante la quale aveva corso e sudato. Gianluca scese al pian terreno e assistette impotente e atterrito all'omicidio della madre. Accortisi della sua presenza, i due fidanzatini rivolsero la loro furia contro di lui: Gianluca fu colpito una prima volta al piano terra dalla sorella, come dimostrato da uno schizzo di sangue del bambino rinvenuto sul cavo del telefono della cucina, dopodiché i due accompagnarono il ragazzo al piano superiore, come verrà provato dalle gocce di sangue della giovane vittima rinvenute anche sulle scale, cercando di calmarlo. Nella foga, i due assassini lasciarono orme insanguinate sulle scale e manate sul muro, oltre a goccioline ematiche provocate dai coltelli. Erika sospinse il fratellino verso il bagno dicendogli di volerlo aiutare a lavarsi e medicargli la ferita, ma Gianluca era in preda al panico e cercò rifugio nella camera di Erika: senza via di scampo, fu raggiunto da ulteriori coltellate.

Nel frattempo, per evitare che i vicini udissero le grida, Erika alzò al massimo il volume dello stereo, sulla cui manopola furono rilevate altre tracce ematiche. Nei piani dei due assassini probabilmente non vi era l'eliminazione di Gianluca, ma la sua presenza imprevista sulla scena del crimine e la sua reazione ne fecero uno scomodo testimone; forse dopo un veloce conciliabolo fu presa la decisione di eliminarlo. Gianluca, con le poche forze rimaste, tentò di scappare cercando rifugio nel bagno, ove fu preso in trappola dagli assassini: inizialmente Erika cercò di avvelenarlo facendogli bere della polvere topicida, di cui vennero poi repertate tracce vicino alla vasca da bagno, nel pianerottolo del piano superiore e nelle scale, poi lo buttò nella vasca piena d'acqua tentando di affogarlo. Nella frenesia entrambi i tentativi fallirono, mentre Gianluca continuava a difendersi disperatamente, mordendo Omar nella zona della prima piega interdigitale della mano destra, procurandogli una ferita sanguinante. A quel punto, avendo con sé ancora uno dei coltelli usati per uccidere Susy, i due ricominciano a colpirlo per un successivo quarto d'ora, fino a togliergli la vita con 57 coltellate.

Compiuto il crimine, i due ragazzi tornarono al piano terra, dove scoppiò una discussione tra i due circa l'opportunità di aspettare il rientro del padre della ragazza per uccidere anche lui: Erika insistette, ma Omar si sentiva troppo stanco e le intimò di fare da sola, dopodiché i ragazzi cercarono di lavare il sangue dagli ambienti, senza riuscirvi; lavarono comunque le armi per tentare di cancellare le impronte. Un coltello fu gettato nei rifiuti chiuso in un sacchetto insieme con un paio di guanti, mentre l'altro restò nella casa, sul pavimento della cucina. Alle 20:50 Omar lasciò la casa dalla porta principale e se ne andò in motorino, venendo visto da un passante che, notandone i pantaloni insanguinati, l'indomani ne informò i Carabinieri. 

Verso le ore 21 Erika, ancora con i vestiti insanguinati addosso, uscì dalla villetta passando dal garage e cominciò a vagare lungo via Dacatra, invocando aiuto ad alta voce. 

All'arrivo delle forze dell'ordine, allertate dai vicini, Erika disse che due malviventi extracomunitari, che ella qualificò come "albanesi", inventando anche una descrizione sommaria del loro aspetto, si erano introdotti in casa per una rapina e che la situazione era degenerata sfociando nel duplice omicidio. Questa versione venne inizialmente considerata veritiera dagli inquirenti e ripresa dai principali organi d'informazione e da esponenti politici, inducendo la convocazione di manifestazioni di protesta contro gli immigrati in tutta Italia, Novi Ligure compresa. Nel giro di poche ore un giovane albanese ritenuto somigliante all'identikit fornito dalla ragazza venne rintracciato e fermato dalle forze dell'ordine, per poi essere rilasciato rapidamente dopo che il suo alibi fu riscontrato valido.

I rilievi degli inquirenti accertarono che nessuna porta o finestra della casa mostrava segni di forzatura e che nessun oggetto di valore era stato sottratto dagli ambienti domestici. Inoltre i vicini di casa riferirono che quella sera i due cani da guardia della famiglia De Nardo non avevano abbaiato e che nessun rumore insolito e/o movimento all'esterno della villa era stato avvertito. In aggiunta le armi con cui erano state assalite e uccise le vittime appartenevano alla famiglia, essendo due coltelli facenti parte del servizio da cucina; sembrava pertanto improbabile che una rapina, che oltretutto non era stata nemmeno consumata, potesse essere il movente di tanta ferocia: ciò fece perdere consistenza alla versione dei fatti fornita da Erika.

I sospetti ricaddero quindi proprio sulla giovane De Nardo e ben presto anche su Omar, che venne chiamato in causa a seguito della già accennata deposizione resa dal passante che la sera del delitto l'aveva visto percorrere via Dacatra coi pantaloni insanguinati. Nelle ore serali del 22 febbraio, i due ragazzi vennero convocati, ufficialmente come persone informate sui fatti, e lasciati soli per qualche tempo nell'anticamera della caserma novese dei Carabinieri in cui erano installate microspie e telecamere nascoste. All'insaputa dei due adolescenti, gli inquirenti poterono così ascoltarne la conversazione che ne rese palese la colpevolezza: infatti i ragazzi presero a confrontarsi sugli identikit che la ragazza avrebbe dovuto disegnare per la Polizia e a un certo punto Omar rimproverò a Erika di aver tracciato un volto troppo somigliante a lui, ammonendola inoltre di non tracciarne neppure uno simile a quello di qualche suo compagno di scuola di nazionalità albanese. Nel prosieguo del dialogo i due ragionarono sulla possibilità di essere scoperti, ipotizzando quindi di darsi alla fuga qualora su di loro si fossero addensati sospetti.

Le telecamere nascoste ripresero inoltre Erika che, intenta a rievocare quanto fatto quella sera, mimava il gesto di affondare una coltellata, domandando al fidanzatino, che l'apostrofava con l'epiteto "assassina" e le paventava i rischi di una pesante condanna penale, se si fosse divertito a uccidere Susy e Gianluca. Da ultimo la stessa Erika raccomandò a Omar di vestirsi bene ai funerali delle loro vittime, previsti per il giorno successivo. Il 23 febbraio, il giorno seguente, verso le ore 19 i due fidanzatini vennero definitivamente posti in stato di fermo e quindi condotti nel carcere minorile Ferrante Aporti di Torino. Svelata come mendace la versione della rapina, Erika e Omar incominciarono quindi a rinfacciarsi a vicenda la responsabilità del crimine.

Complice l'atteggiamento ostile da parte delle altre detenute, per lo più recluse per reati minori, e a seguito della scoperta da parte della polizia penitenziaria di un tentativo da lei attuato di contattare clandestinamente Omar per concordare una versione dei fatti comune tale da alleggerire la posizione di entrambi, la ragazza venne trasferita al carcere minorile Cesare Beccaria di Milano. Data la contraddittorietà e l'incompletezza delle versioni di Erika e Omar, la dinamica dei fatti dovette essere ricostruita mediante i rilievi del RIS di Parma sulla scena del crimine: le analisi attribuirono a entrambi una responsabilità praticamente paritetica nell'esecuzione degli omicidi.

Indagando sui retroscena della vita dei fidanzatini, gli inquirenti scoprirono l'esistenza di una situazione conflittuale latente e litigiosa tra Erika e la madre Susy, delusa dallo scarso rendimento scolastico della figlia e timorosa delle conseguenze del suo rapporto con Omar: infatti i due tendevano a isolarsi dagli amici e la signora De Nardo temeva che frequentassero compagnie disagiate e facessero uso di sostanze stupefacenti. Effettivamente gli inquirenti appurarono che in alcune occasioni i due giovani avevano fatto uso di cocaina e cannabinoidi quando erano insieme, ma esclusero che la coppia fosse tossicodipendente; venne pure escluso che essi fossero in stato di alterazione provocato dall'uso di droga la sera del delitto.

Il 14 dicembre 2001 Erika De Nardo e Omar Favaro furono condannati in primo grado dal tribunale per i minorenni di Torino, coordinato dal magistrato Graziana Calcagno, rispettivamente a 16 e 14 anni di reclusione. In seguito, le condanne sono state confermate, prima dalla corte d'appello di Torino il 30 maggio 2002 e poi, in via definitiva, dalla Corte di cassazione il 9 aprile 2003. Durante i tre gradi di giudizio Erika fu difesa dagli avvocati Mario Boccassi e Cesare Zaccone e Omar dagli avvocati Vittorio Gatti e Lorenzo Repetti. La difesa puntò sulla seminfermità mentale, i ragazzi furono dichiarati capaci d'intendere e di volere. Il pubblico ministero Livia Locci aveva chiesto pene più severe per i due ragazzi, ovvero 20 anni di reclusione per Erika e 16 per Omar. 

Secondo le sentenze di condanna, pur nell'apparente assenza di un comprensibile movente, l'ideazione dei delitti è da ascrivere a Erika, fermo restando il ruolo di Omar che, nello svolgersi del crimine, acquisì progressivamente importanza fino a risultare paritario. I giudici definirono la premeditazione del delitto, qualificato come uno degli episodi più drammaticamente inquietanti della storia giudiziaria italiana, lucida e utilitaristica, realizzato in piena capacità d'intendere e di volere.

Durante la detenzione Erika intraprese una fitta corrispondenza con Mario Gugole, un musicista veronese, che alcune testate indicarono come suo nuovo fidanzato: il giovane, assecondando l'attenzione della stampa, rilasciò diverse interviste e partecipò ad alcuni salotti televisivi. Gugole morì nell'ottobre 2008 in un incidente stradale. Nel maggio 2006 i media dettero notizia di un'uscita temporanea di Erika dal carcere nel quadro di un programma di recupero dei detenuti, con disputa di una partita di pallavolo amatoriale.  Il 3 marzo 2010 Omar venne scarcerato, a seguito dei benefici dell'indulto e di sconti riconosciutigli per la buona condotta. Il giovane si è stabilito in Toscana e ha incominciato a lavorare come barista, dichiarando di voler formare una famiglia con la sua nuova fidanzata e di non voler più pensare a Erika, verso la quale affermò comunque di non portare alcun rancore.

Il 5 dicembre 2011 venne disposta la scarcerazione di Erika che, dopo aver conseguito la laurea in filosofia nell'aprile del 2009, ha dichiarato di volersi rifare una vita, dichiarandosi ancora innocente e accollando a Omar l'intera responsabilità della strage. Il giorno successivo la De Nardo ha lasciato la comunità Exodus di Lonato (BS) di don Antonio Mazzi ed è ritornata una persona libera. Don Mazzi ha dichiarato che la giovane sarebbe "cambiata" durante la detenzione e che la responsabilità del delitto sarebbe dovuta all'abuso di stupefacenti, anche se a suo tempo fu escluso che la ragazza avesse fatto uso di droghe, se non sporadicamente. Poco dopo la scarcerazione, dopo aver incontrato la nuova moglie del padre, che nel corso della detenzione le è sempre rimasto vicino affermando di averla perdonata e di doverla proteggere dalle conseguenze di quanto accaduto, si è trasferita in una casa di proprietà a Lonato e ha espresso il desiderio di andare a insegnare in una scuola del Madagascar.