ACCOGLIERE E CURARE. INTERVISTA ALL'AUTRICE ELISA NOVI CHAVARRIA - Molise Web giornale online molisano

Accogliere e curare. Intervista all'autrice Elisa Novi Chavarria

La redazione di Moliseweb ha avuto il piacere di intervistare la Professoressa Elisa Novi Chavarria, docente dell’Unimol di Storia Moderna, per quanto riguarda la pubblicazione del suo nuovo libro che ha come titolo “Accogliere e Curare”. Lo scritto va a narrare la fitta rete di strutture ospedaliere disseminate in modo capillare nei domini della Monarchia ispanica tra il XVI e il XVII secolo in un modo del tutto inedito.

-Professoressa, cosa l’ha portata a scrivere su questo specifico argomento?
“Il libro si occupa di strutture ospedaliere, del sistema delle accoglienze nei territori della Monarchia spagnola dei primi secoli dell’età moderna ed esce in un momento così delicato come quello della pandemia globale e in cui il problema delle cure e dell’assistenza è di estrema attualità. Ma è solo una concomitanza il fatto che sia uscito in questo periodo storico visto che il mio scritto è frutto di anni di studi e ricerche presso biblioteche disseminate in tutta Europa. Nasceva in quel momento, da una esigenza ben precisa posta sicuramente dalle fonti e  quest’ultime mi indicavano che negli anni 70 del XVI secolo si era verificata un'eccezionale convergenza di sistemi di cura e di assistenza agli stranieri delle diverse comunità, che allora facevano parte della Monarchia ispanica (il primo impero globale dell’età moderna) ebbene, questa straordinaria convergenza di sistemi di cure, affermazioni di nuove istituzioni andava, in qualche modo, indagato ed è così sulla pista di fonti che mi hanno portato a capire in quegli anni un gruppo che affianco al Re di Spagna Federico II si fece promotore di iniziative effettivamente convergenti e che si preoccupavano di promuovere sistemi di assistenza, non solo per i motivi più convenzionali ma anche perché uno sviluppo di una rete così particolare nell’impero che garantiva un’assistenza logistica quindi anche conseguentemente politica.”


-Le confraternite si possono definire un collante tra l’Europa e il nuovo mondo non solo da un punto sociologico ma soprattutto da un punto di vista politico?
“Sicuramente le confraternite, come tutti questi altri istituti di nazione, oltre a gestire ospedali, conservatori e anche istituti per l’assistenza e l’educazione di bambini e bambine abbandonati, erano sicuramente delle istituzioni che dovevano creare dei poli di aggregazione comunitaria ed identitaria. In questo senso funzionavano sia come collante o meglio come canali di aggregazione tra un polo e l’altro dell’oceano ma anche all’interno della stessa Europa, dove c’era anche all’interno del vecchio continente un'eterogeneità di culture riunite nella corona spagnola (si pensi ai Paesi Bassi Spagnoli o ai possedimenti in Italia della corona per fare un esempio). Erano sicuramente dei punti di riferimento e di aggregazione identitaria che nel momento in cui volevano in qualche modo delimitare i confini di questa appartenenza originaria, diventano proprio degli spazi di circolazione e culture di pratiche transnazionali e in questo senso oserei dire globale dove la Monarchia spagnola è stata promotrice di una prima età della globalizzazione.”

-Nel suo libro ha parlato di un argomento che mi ha colpito particolarmente; l’ospedale di San Pietro degli Italiani a Madrid (foto). Questo edificio si può definire una sete diplomatica e addirittura un trampolino di lancio per alcuni figuri in campo politico?
“Senz’altro lo fu soprattutto se noi pensiamo a una rete diplomatica parallela a quella ufficiale. Esistevano delle reti diplomatiche di comunicazione e di trasmissione di informazioni politiche che si svolgevano parallelamente a quelle ufficiali e in questo senso San Pietro degli italiani, essendo un luogo di aggregazione dei vassalli del Re nei suoi possedimenti italiani, era diventato uno spazio d’incontro e di trasmissione di informazioni che davano la possibilità di allacciare reti di amicizie e di relazioni personali e che in qualche caso diventavano un primo scalino per puntare ad incarichi più importanti presso la corte dello stesso Re o di altri tipi di mansioni negli alti uffici dei vari domini della corona.”

Di Simone d’Ilio