LA MUSICA DEGLI ANGELI IN MOLISE. RINALDO PESCE, GRANDE ARTISTA DALLA VITA TROPPO BREVE - Molise Web giornale online molisano

La musica degli Angeli in Molise. Rinaldo Pesce, grande artista dalla vita troppo breve

di Lino Rufo

Il 14 settembre di quell’anno, 1991, ero in giro per gli USA, forse a Dallas, mentre di qua, in Italia, stava accadendo l’irreparabile.

Rinaldo, mio cugino, un animo tanto sensibile da scrivere tra le più belle canzoni che avessi mai ascoltato, volava in cielo.
Gli organi d'informazione parlarono di "incidente".

In quel preciso momento, io ebbi un fremito, come se qualcosa si stesse rompendo dentro di me, ma lo attribuii al clima diverso dal solito in cui stavo navigando. Il giorno dopo chiamai mia madre al telefono, le chiesi come stessero lei e mio padre e mi diede, di rimando, una risposta che trovai perlomeno singolare: “Stiamo bene! Anche Rinaldo sta bene!

Dopo un attimo di interdizione, continuai a fare quel che stavo facendo e non vi diedi più peso.

Quando, poi, atterrai a Fiumicino provenendo da New York, qualche tempo dopo, e telefonai a mio figlio piccolo di tre anni che avevo lasciato dai miei genitori, Yuki mi disse: “Ciao papà, lo sai che Rinaldo è andato in cielo?” 

A quel punto, realizzando come stavano realmente le cose, scoppiai in lacrime e aspettai, nella disperazione, che giungesse mia moglie, in arrivo su un altro volo dal Canada, per ricompormi.

Rinaldo, tecnicamente mio cugino, era figlio di mia zia Rita e di zio Federico, lei maestra d’asilo e lui professore di lettere alle scuole medie di Scapoli. 

Fin da piccolo mi aveva “vissuto” come il suo principale riferimento artistico, prendendo spunto e ispirazione dal mio stile musicale e da quello di tutta la mia scuola, ma sviluppandone, nel contempo, anche uno suo personale.

In casa aveva una piccola tastiera, su cui cominciò a scrivere le prime canzoni. Più tardi,  quando gli furono regalati una chitarra Fender Squier e un amplificatore Fender , iniziò a comporre su chitarra.

La sua indole era malinconica, per cui le canzoni che scriveva erano struggenti e piene di sentimento. La voce era calda, sul tipo di Ron, ma con una timbrica ancora più intensa e vibrante del cantante brianzolo.

Riascoltare oggi “Come un cowboy” fa venire la pelle d’oca e s’intuisce come egli abbia precorso istintivamente, in modo ignaro com'è tipico di un artista vero, i momenti che sarebbero venuti: 

Cade la notte con le sue stelle, sento un brivido sulla mia pelle; e come un cavallo che corre veloce, cavalco incontro a quella luce, ma lassù c’è qualcuno come me, mi somiglia così tanto che non so proprio se ritornare o rimanergli accanto, hey se sei un vero cowboy, prendi il tuo cavallo dai montagli in groppa straniero, ho voglia di venirti dietro nel mistero….

Poi, continua parlando dall’oltre: 

Che bello volare quassù nel cielo, sopra sentieri fatti di nuvole, qui non esiste neanche un desiderio, (eh già, i suoi problemi nascono tutti dalle sue aspettative non realizzate!) è tutto come nelle favole, ma lassù c’è qualcuno come me, che sta piangendo tanto di notte e di giorno e sta aspettando ancora il mio ritorno, hey se sei un vero cowboy, prendi il tuo cavallo dai montagli in groppa straniero, vorrei che venisse anche lei nel cielo….” 

Nelle parole già s’intravede il suo desiderio di esplorare altri mondi, perché questo gli sta troppo stretto. E i desideri fugati, seguiti da grandi delusioni conseguenti alle sue passioni non corrisposte da Stefania, i suoi “Sogni alla finestra”, “Deborah”, “Due gabbiani”, “Oggi più di ieri”, “Prova anche tu”, “Mille cose”, “Chi ha musica dentro non può fingere”, tante canzoni che portano a un solo quid: un bisogno d’amore ideale, impossibile da ottenere dai piccoli esseri umani che popolano il mondo e si dimenano alla ricerca di qualcosa che non conosceranno probabilmente mai.

Io gli sono vicino, insieme a Giovanni Petta, Carlo Fantini e pochi altri… Arrangiamo i suoi pezzi, lo sosteniamo, suoniamo insieme, apprezziamo tantissimo le sue emozionanti atmosfere intense e tristi, ma non riusciamo a spegnere quel fuoco della creazione e della narrazione che arde dentro di lui e satura la capienza delle sue dirompenti emozioni.

A volte suona davanti al bar del paese le mie canzoni, soprattutto “Odilaria”, spacciandole per proprie, ma poi viene da me e me lo confessa, vergognandosi. 

Io lo perdono, ma dentro sono orgoglioso di questi episodi, orgoglioso di ispirare un grande talento di questa fatta.

Tutto questo, comunque non basta, nessuno sa stargli accanto, con la rabbia, con l’amore e la calma, con l’affetto, con l’analisi profonda, con la recitazione del Buddismo, tutto è vano rispetto al fatto che “Stefania va via…” e, insieme a lei, tutte le speranze e la serenità di una vita.

Rinaldo subisce un incidente nella notte del 14 settembre 1991.

Ci lascia 15 canzoni, 15 opere che scolpiscono la sua breve vita, 15 canzoni che saranno il frutto di un mio prossimo disco: 15 capolavori che non andranno perduti.


La testimonianza di Giovanni Petta:

È facile dire di Rinaldo: della grazia e della purezza che erano la sua persona. E della fortuna che ho avuto per averlo conosciuto e per aver cantato con lui. Forse lo incontrai per la prima volta a casa di Lino Rufo ma non posso ricordare questo evento perché se avvenne, timidi com’eravamo, non parlammo di sicuro. Né io, né lui.

Il primo ricordo che ho di lui è quello di una lunga chiacchierata fatta a bordo della sua Fiat 126. Mi accompagnò a Sessano, da Isernia; forse, all’epoca, non c’era ancora la Trignina e passammo per Carpinone.

In quel periodo, stavamo facendo le prove per un concerto da tenersi alla villa comunale. Lino Rufo ci aveva voluto con lui per la Festa dell’Unità e ci aveva coinvolti per ogni passaggio dell’organizzazione dell’evento. Ci portò persino da Giovanni e Tamagnino Pallotta, Sigma Studio - che all’epoca avevano il loro covo nei pressi del passaggio a livello - per la stampa della locandina che conservo come una reliquia.

Forse Lino ha ancora la registrazione di quel concerto. A me non serve: ho tutto nella testa, nella memoria. Soprattutto i cori che Rinaldo faceva sulle canzoni mie e di Carlo e quelli che facevo io sulle sue. Provammo per mesi, tutti i giorni, com’era di routine per chi collaborava con Lino Rufo, e tutto è perennemente impresso nella mia mente come uno dei ricordi più preziosi della mia vita.

A quei tempi, la casa di Lino Rufo era frequentata da musicisti e artisti di ogni tipo: isernini, romani, casertani, napoletani... Le prove, dunque, non avevano il carattere dell’intimità perché non si era mai da soli. Ogni giorno c’era qualcuno a cui far sentire le cose che stavamo montando e a due ragazzini di vent’anni, timidi ogni oltre immaginazione, come me e Rinaldo, ogni prova dava lo stesso stress di un concerto. Perché Lino ci metteva continuamente di fronte a un pubblico diverso.

Per questo motivo, le occasioni di parlare da soli erano rare. Forse qualche volta siamo usciti, durante una pausa, per comprare le sigarette o abbiamo fumato da soli sul balcone che dà sulla strada che dal Mercatino porta alla chiesa di Santa Maria Assunta. Ma in quel caso avremo parlato solo di musica, della sua e della mia.

Ecco perché il viaggio in macchina da Isernia a Sessano – io raggiungevo Isernia come potevo e non sempre avevo un modo per tornare a casa – fu l’occasione giusta per capire quell’autore che ammiravo tanto e che stimavo per le canzoni che scriveva anche se era più giovane di me di qualche anno. 

Ma cosa c’era in quelle canzoni? C’erano le mie stesse radici. E io lo sentivo. Quando lui evocava l’immagine della parete di un bar e dei passi che risuonano in un vicolo, io vedevo quelle cose con una nitidezza che mi commuoveva. Lui di Scapoli, io di Sessano, sapevamo bene cosa fosse la vita di un adolescente in un paese del Molise e il nostro impegno era quello di universalizzare quelle cose che sentivamo. Lui ci riusciva. Pur parlando di argomenti che conoscevamo come le nostre tasche, di luoghi e atmosfere che erano profondamente dentro la nostra anima, fin dalla notte dei tempi, trasmesse geneticamente dai nostri antenati e ritrovate nel presente… ebbene, quando lui cantava si perdeva ogni traccia del Molise, non c’era niente di folcloristico, di paesano, di ricreativo.

La musica che scriveva era di un pop raffinato e contemporaneo. Le parole che scriveva erano della stessa qualità della migliore poesia del Novecento. La sua voce non aveva inflessioni. Le sue interpretazioni erano vere, sentite, mai affettate, mai recitate sullo stile del cantante in voga in quel momento. Ecco perché lo ammiravo. Perché era un cantautore.

Non so se gli dissi queste cose in quel famoso viaggio da Isernia a Sessano. Spero di sì. Sono sicuro però di avergliele fatte intuire. Magari parlando di un giro di accordi che Carlo e Lino avevano deciso di modificare o della difficoltà di fare una seconda voce su un ritornello. Magari parlando di qualche amore tormentato o della differenza di colore tra le pareti del bar di Scapoli e quelle del bar di Sessano. O parlando di noi… 

Non so in che modo lo aveva capito ma sono sicuro che sapesse che le cose che scriveva mi piacevano molto. Che il testo di «Chi ha musica dentro non può fingere» mi commuoveva tanto. E mi piacerebbe che sapesse che ancora oggi, dopo tanti anni, mi ritrovo spesso a canticchiare «Sono uscito di casa / quasi di nascosto / e nel buio ho acceso la sigaretta / così, tanto per gioco / Intanto al bar stanno parlando del più e del meno / con un bicchiere di birra in mano / mentre il giorno… sta volando via…». Tutta a memoria, Rinaldo, tutta a memoria”.

La testimonianza di Antonio Vanni

"Il dolce Rinaldo fu premiato al Concorso di Poesia Eugenio Frate, Rionero Sannitico. Io ero in giuria, giovanissimo, insieme a Vincenzo Rossi (Presidente), Amerigo Iannacone e credo Porta o Maffeo, 1991. Il ragazzo non venne a ritirare il Premio. Era da poco morto. Associammo poi il suo nome alla splendida Poesia premiata!"


Oggi, di Rinaldo ci rimangono 15 canzoni e un epitaffio sulla tomba, recante il suo messaggio più importante:

“CHI HA MUSICA DENTRO NON PUÒ FINGERE…”