IO E VASCO - #MUSICAMENTE - Molise Web giornale online molisano

Io e Vasco - #musicamente

Di Lino Rufo

Cosa rimane di un’amicizia in cui hai creduto tutta la vita: forse è stata solo un’illusione, ma continui a crederci, con la caparbietà della gente di montagna.
Ricordo come fosse ora quel dicembre del 1978.
Sono a far visita ai miei genitori in paese, stanco delle tante serate di un tour massacrante negli stadi con i Pooh.
Verso le 11 squilla il telefono. Rispondo e sento la voce affabile, dal tono milanese, di Maurizio Salvatori, il manager dei Pooh, che mi propone, dopo avermi chiesto come sto: “Ti va di fare il tour invernale con noi, quello estivo ha avuto un gran successo e vogliamo tenere gli stessi schemi?
Ho un attimo di esitazione, poi gli rispondo, cercando di ostentare una sicurezza che dentro non ho di certo: “Ti ringrazio tantissimo, Maurizio, ma sono pieno di lavoro fino al collo e non saprei a chi dare i resti!
Non lo so perché rispondo così, non ho neanche una data, ma l’istinto agisce in mia vece.
Non passa neanche mezz’ora che squilla di nuovo il telefono.
Questa volta è Bibi Ballandi da Bologna, che mi propone una trentina di serate in uno spettacolo dal titolo “Primo concerto”, insieme a dei giovani artisti al primo disco: Mario D’Azzo, Marco Ferradini, Alberto Fortis, Teresa Gatta, Francesco Magni, Vasco Rossi, Vincenzo Spampinato e io (in qualche data Lucio Dalla accompagnerà Renzo Zenobi perché lavori un po’ con noi).
Il tour si farà nelle più grandi discoteche del nord, a partire dal 29 gennaio 1979, con l’ausilio di un regista e di un coreografo.
Chiaramente accetto subito: m’intriga conoscere nuovi artisti, nuove storie e altre dimensioni umane.
Prima di partire, conduco alcune puntate di una trasmissione in radio Rai dal titolo “Musicalmente”, ideata da Tonino Ruscitto.
Tonino, quando giunge il momento di partire, mi raccomanda di prendermi cura di un ragazzo molto simpatico e bravo, che ha intervistato in una sua trasmissione, il quale ha fatto un disco di canzoni d’amore, molto ispirato a Battisti, dal titolo “Jenny e le altre”: il suo nome è Vasco Rossi.
Benché un po’ contrariato dal fatto che debba seguire qualcuno che fa canzoni mielose d’amore, io che sono un rocker duro e implacabile, assecondo le richieste di Tonino e decido di legare con Vasco.
Parto per Bologna, dove, alla stazione, mi aspetta il mio amico/manager Paolo Guidetti, che viene da Pavullo nel Frignano, in provincia di Modena.
Paolo mi accompagna nel locale dove monteremo lo spettacolo, sulla via Emilia, tra Bologna e Modena.
Quando gli espongo la mia esigenza di conoscere Vasco, lui mi dice che sa chi è, per cui, appena giunti sul luogo, me lo presenterà.
Così avviene.
All’inizio trovo Vasco un po’ sulle sue, solo dopo apprendo che ha appena perso il padre, ma, dopo un po’ di calorose frasi spontanee e incoraggianti da parte mia, si scioglie e comincia a srotolare un po’ di simpatia.
A una prima impressione, la descrizione che ne aveva fatto Tonino non ha diretta corrispondenza con l’atteggiamento di Vasco, che è alquanto irriverente, come il mio, un mostrarsi che propende al rock più che alla musica cantautorale e mielosa.
Da questo momento, tra noi, scatta un feeling assoluto, un’intesa che ci porta a condividere simpatie, antipatie, gusti e, soprattutto, musica.
Vasco all’epoca suona in giro “Faccio il militare”, “Fegato spappolato”, i pezzi dell’album “Non siamo mica gli americani”, che uscirà qualche mese più avanti.
Spesso, nello spettacolo, mentre gli altri fanno il loro set up, noi suoniamo insieme le nostre canzoni, accompagnandoci a vicenda.
Cominciamo a cementare la nostra amicizia e condividere momenti speciali, come il viaggiare insieme, separati dagli altri, non accompagnati da un road manager, ma da un amico. Quest’amico si chiama Alfredo, sì il famoso Alfredo della “colpa” nella canzone, un bravo ragazzo, conoscente di Vasco, proprietario di una BMW nera dotata di uno dei più potenti impianti audio che abbia mai visto. Mentre Alfredo guida, io parlo a Vasco del blues, del rock, di quanto sia importante la scelta della chitarra, per esempio la Martin, che vedo giusta per lui.
E così scorrazziamo per l’Emilia Romagna, facendo i “rockettari”, accompagnati da Alfredo su un’aggressiva BMW di colore nero rock.
Nel libro “Alla ricerca del Vasco Perduto” di Glèzos, qualche anno dopo, Vasco ricorda questi momenti: - “Lino Rufo, che è un cantautore romano eccezionale, mio carissimo amico, anche lui purtroppo ancora sconosciuto ma che fa delle cose secondo me un po’ troppo avanti, ed è per questo che la gente non lo recepisce molto, lui si definisce così: “Io sono un rock”. Quando giravamo ai tempi dei primi concerti noi due eravamo i “rock”. E con questo volevamo dire che è il nostro modo di essere, al di là del discorso musicale….” -
Spesso, la sera, quando torniamo da qualche serata, mi fermo a dormire da lui al Modena Park.
A volte rimango un paio di giorni e la sera vado alla discoteca Snoopy, dove Vasco lavora come Dj insieme a Leo Persuader, anche lui molto bravo e simpatico, che in quel periodo gli fa anche da produttore.
Leo e Vasco hanno lavorato insieme a Punto Radio di Zocca, la prima radio libera italiana (nota magica: la donna della mia vita, in quel periodo, lavora a Punto radio di Roma, il clone di quella di Zocca).
Quando mi fermo, dopo la discoteca, si fa nottata al Modena Park, bevendo e “cazzeggiando”, solo per il piacere di stare insieme.
È un periodo magico. Quando al Caravel di Mantova Arbore invia la troupe dell’Altra Domenica, guidata dalla regista Roberta Cadringher, per riprendere il mio concerto, io insisto perché riprenda anche Vasco: in quell’occasione, a parte la mia “Ballerina” cantata in coppia con Fiorella Gentile, canto con Vasco “Non siamo mica gli americani che loro possono sparare agli indiani…
A volte ci gira attorno Maurizio Solieri, che lavora nella radio libera BBC di Bologna, il quale m’invita ripetutamente a concedergli un’intervista.
Quando finalmente vado in radio, apprendo con piacere che Maurizio passa il tempo a tirare giù i fraseggi di Brian May dei Queen e, mi sembra, possa essere il compendio ideale per la risoluzione rock di Vasco.
Più tardi intercedo anch’io con Bibi perché metta a disposizione del gruppo di Vasco la cantina di via Leopardi per fare le prove.
Quando finisce il tour gli lascio dieci copie di “Notte chiara”, il mio album, chiedendogli di darlo a qualche radio.
Torno a Roma e, ospite in qualche trasmissione in RAI, lo spingo con tutto me stesso, asserendo che c’è un unico grande artista in Italia: Vasco Rossi.
Lo incontro più tardi al Disco Estate ’80 al palasport di Rieti, mi passa avanti nel pomeriggio, ignorandomi (forse è offeso perché ho trovato una somiglianza sospetta tra “Albachiara” e “La luce dell’est” di Battisti, ma anche questo è rock!); Leo Persuader lo richiama indietro, dicendogli provocatoriamente: “Non ti fermi a salutare il tuo maestro?”. Lui si gira e viene ad abbracciarmi.
Ironia della sorte: abbiamo lo stesso camerino. Insieme a noi il mio amico fraterno Rino Gaetano che canta “Gianna”.
Quella sera passa a salutarci anche Renzo Arbore.
Vince un caro amico, Alan Sorrenti, con “Tu sei l’unica donna per me”. Io eseguo “Ballerina”, Vasco “Albachiara”.
Tempo dopo, dopo un’odissea di problemi di salute trascorsa fra gli ospedali di mezza Europa, testimoniata da Baldazzi sulla copertina del suo pezzo “Grande figlio di puttana”, che m’invia in regalo, vengo a sapere che Vasco suona a Campobasso.
Telefono all’hotel Roxy chiedendo di lui; mi chiedono di attendere, provano a passarmi la camera, ma nessuno risponde; allora qualcuno mi dice: “Ora è impegnato, può richiamare più tardi?
Lascio correre.
Il giorno dopo suona a Vairano Patenora (CE).
Vado.
Dopo il concerto, mi reco nei pressi dei camerini, dove incontro Maurizio Solieri a cui chiedo di dire a Vasco che sono lì. Mi guarda con aria di superiorità e mi risponde: “Scusa Lino, ma Vasco è sudato e non può uscire, prova un’altra volta!
Mi dico, rimanendo deluso, “Non è così che si tratta un amico!
Da allora non lo sento più, ma il mio sentimento di amicizia nei suoi confronti rimane integro, ritenendo che questi giochi sono condotti sempre dai lacchè che circondano i personaggi, non da loro in prima persona.
È vero che Vasco non mi ha mai cercato, ma è anche vero che su ogni libro che esce su di lui ci sono riferimenti, lunghi o corti che siano, su di me.
Sul libro-intervista di Massimo Cotto “Qui non arrivano gli angeli”, addirittura Vasco mi dedica mezza pagina, citando a memoria il testo originale di una mia canzone “Fuoco”, che non ricordo per intero neanch’io.
Sul libro di Marco Mangiarotti “La mia favola rock” dice: “Lino Rufo (divertentissimo, ma alla RCA gli cambiavano le parole e gli hanno tarpato le ali; cantava: Brucia e risparmia solo noi)”.
Mi sarebbe piaciuto che mi avesse invitato al Modena Park, perché ritengo che nella genesi del personaggio artistico abbia anch’io la mia parte e questa si sia estrinsecata proprio lì, tra Alfredo, la BMW, Leo, Patty, Paolo e chissà chi altri, in quelle notti impregnate di Glen Grant e infuocate di rock; ma non posso avercela su con Vasco, perché nel mio cuore lo percepisco sempre come una presenza amica, una cara persona a cui voler bene, un aiuto arricchente nella mia piccola vita.
Ecco cosa rimane di un’amicizia, tutto quello che c’era continua ad esserci, intatto e immutato: forse è solo un’illusione, ma continuo a crederci, con la caparbietà della gente di montagna… come anche Vasco è.
In fondo tutto questo è rock.