ACCADDE OGGI 9 MAGGIO #ALMANACCO - Molise Web giornale online molisano

Accadde Oggi 9 maggio #almanacco

Oggi 9 maggio la Chiesa festeggia San Banban Sapiens
1087 – Traslazione delle reliquie di Nicola di Mira a Bari
1502 – Cristoforo Colombo lascia la Spagna per il suo quarto e ultimo viaggio nel Nuovo Mondo
1887 – Il Buffalo Bill’s Wild West Show debutta a Londra
1901 – L’Australia apre il suo primo Parlamento a Melbourne
1915 – prima guerra mondiale: Seconda battaglia di Artois – combattimenti tra le forze tedesche e quelle francesi
1915 – 320 parlamentari italiani lasciano il loro biglietto da visita nell’abitazione di Giolitti per sostenere la sua linea politica neutralista nei confronti della guerra.
1936 – L’Italia si annette formalmente l’Etiopia dopo averne presa la capitale il 5 maggio, Vittorio Emanuele III viene proclamato Imperatore d’Etiopia.
1939 – Hitler e Mussolini a Firenze.
1941 – seconda guerra mondiale: il sottomarino tedesco U-110 viene catturato dalla RoyalNavy. A bordo viene trovato l’ultima versione della macchina crittografica Enigma, che i crittografi alleati utilizzeranno per decifrare i messaggi in codice tedeschi
1946 – Re Vittorio Emanuele III di Savoia abdica in favore di Umberto II
1949 – Ranieri III di Monaco diventa principe di Monaco
1950 – Robert Schuman presenta la Dichiarazione Schuman, ideata da Jean Monnet che porterà al Trattato CECA. Questa dichiarazione segna l’inizio del processo d’integrazione europea, per cui il 9 maggio viene festeggiato ufficialmente dal 1985 come Giornata dell’Europa.
1956 – Prima ascensione del monte Manaslu, l’ottava vetta più alta del mondo
1960 – La Food and Drug Administration approva la vendita della pillola anticoncezionale negli Stati Uniti
1974 – Il comitato giudiziario della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, apre le audizioni pubbliche e formali per l’impeachment del Presidente Richard M. Nixon

1978
Roma – Viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro

Cinisi – Viene ritrovato il cadavere di Peppino Impastato
1987 – Un Ilyushin 62M polacco si schianta dopo il decollo a Varsavia, facendo 183 vittime
1994 – Nelson Mandela diventa il primo Presidente nero del Sudafrica.
1997 – Un proiettile colpisce una studentessa, Marta Russo, all’interno dell’Università La Sapienza

2002 – A Kaspiysk, Russia, una bomba radiocomandata esplode durante una parata uccidendo 43 persone e ferendone almeno 130
2008 – Yahoo! acquisisce AltaVista
2011 – Wouter Weylandt muore durante la 3ª tappa del Giro d’Italia 2011
2012 – Barack Obama si schiera a favore del matrimonio fra persone dello stesso sesso, diventando il primo Presidente degli Stati Uniti d’America a dirsi favorevole a questo tipo di unione.

In Italia la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo
Nati
James Matthew Barrie (1860)
José Ortega y Gasset (1883)
Billy Joel (1949)

Morti

Aldo Moro (1978)
Giuseppe Impastato (1978)

Marco Ferreri (1997)
Per caso Moro si intende l'insieme delle vicende relative all'agguato, al sequestro, alla prigionia e all'uccisione di Aldo Moro, nonché alle ipotesi sull'intera vicenda e alle ricostruzioni degli eventi, spesso discordanti fra loro.
La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo Governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l'auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati, fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse.
In pochi secondi, sparando con armi automatiche, i brigatisti rossi uccisero i due carabinieri a bordo dell'auto di Moro (Oreste Leonardi e Domenico Ricci), i tre poliziotti che viaggiavano sull'auto di scorta (Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana.
Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo» istituito dalle stesse Brigate Rosse e dopo che queste ultime avevano chiesto invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu ucciso.
Il suo cadavere fu ritrovato a Roma il 9 maggio, nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, una traversa di via delle Botteghe Oscure, distante circa 150 metri sia dalla sede nazionale del Partito Comunista Italiano che da Piazza del Gesù, sede nazionale della Democrazia Cristiana.Dinanzi alla Corte d'appello di Roma Valerio Morucci raccontò: «l'organizzazione era pronta per il 16 mattina, uno dei giorni in cui l'on. Moro sarebbe potuto passare in via Fani. Non c'era certezza, avrebbe anche potuto fare un'altra strada. Era stato verificato che passava lì alcuni giorni, ma non era stato verificato che passasse lì sempre. Non c'era stata una verifica da mesi. Quindi il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l'azione, sperando, dal punto di vista operativo, ovviamente, che passasse di lì quella mattina. Altrimenti si sarebbe dovuti tornare il giorno dopo e poi ancora il giorno dopo, fino a quando non si fosse ritenuto che la presenza di tutte queste persone, su quel luogo per più giorni, avrebbe comportato sicuramente il rischio di un allarme».
Secondo quanto emerso dalle indagini giudiziarie, alla messa in atto del piano parteciparono 11 persone, ma il numero e l'identità dei reali partecipanti è stato messo più volte in dubbio e anche le confessioni dei brigatisti sono state contraddittorie su alcuni punti.
Alle 8:45 i quattro componenti del nucleo armato brigatista incaricati di sparare, con indosso false uniformi del personale Alitalia si disposero all'incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, nascosti dietro le siepi del bar Olivetti, chiuso per lavori e situato dal lato opposto rispetto allo stop dell'incrocio stesso. Mario Moretti, componente del comitato esecutivo delle Brigate Rosse e principale dirigente della colonna romana, al volante di una Fiat 128 con targa falsa del Corpo diplomatico si appostò nella parte alta della strada, sul lato destro, all'altezza di via Sangemini. Davanti a Moretti si posizionò un'altra Fiat 128 con a bordo Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Entrambe le auto erano rivolte in direzione dell'incrocio con via Stresa.
Sempre su via Fani ma subito oltre l'incrocio con via Stresa, era appostata una terza Fiat 128 con al volante Barbara Balzerani, rivolta in senso opposto alle altre, cioè verso la prevista direzione di provenienza delle auto di Moro. Su via Stresa infine, pochi metri dopo l'incrocio, era posizionata una quarta auto, una Fiat 132 blu con dentro Bruno Seghetti, preposta ad intervenire in retromarcia subito dopo l'agguato e imbarcare l'ostaggio.
Moro, come ogni mattina, uscì dalla sua abitazione in via del Forte Trionfale 79 poco prima delle 9:00 e salì sulla Fiat 130 blu di rappresentanza alla cui guida vi era l'appuntato dei carabinieri Domenico Ricci e, seduto accanto a questi, il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, capo scorta, considerato la guardia del corpo più fidata del presidente. La 130 era seguita da un'Alfetta bianca con a bordo gli altri componenti la scorta: il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi e gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino. Le due auto imboccarono via Trionfale in direzione centro, in teoria per raggiungere attraverso via della Camilluccia la chiesa di Santa Chiara in piazza dei Giuochi Delfici, dove Moro era solito entrare prima di recarsi al lavoro.
L'agguato brigatista iniziò quando la colonna su cui viaggiava Moro svoltò a sinistra da via Trionfale su via Fani: Rita Algranati, appostata all'angolo fra le due strade con un mazzo di fiori, segnalò a Moretti, Lojacono e Casimirri l'avvenuto passaggio delle due auto, con un cenno convenuto.
Moretti riuscì subito a mettersi proprio davanti all'auto di Moro procedendo in modo da non farsi sorpassare, mentre la 128 di Lojacono e Casimirri si portò in coda alla colonna. Dopo circa 400 metri, in corrispondenza dello stop all'incrocio con via Stresa, l'auto di Moretti si arrestò di colpo; le successive deposizioni dei brigatisti discordarono sul fatto che alla frenata fosse seguito o no un tamponamento da parte della Fiat 130 con a bordo Moro. Quest'ultima in ogni caso si venne a trovare stretta tra l'auto di Moretti e l'Alfetta della scorta che la seguiva. Le due auto del corteo del presidente furono quindi a loro volta intrappolate alle spalle dalla 128 di Lojacono e Casimirri, che si mise di traverso.
A questo punto entrò in azione il gruppo di fuoco: i quattro uomini vestiti da avieri civili ed armati di pistole mitragliatrici sbucarono da dietro le siepi del bar Olivetti. Dalle indagini giudiziarie i quattro vennero identificati in: Valerio Morucci, esponente molto noto dell'estremismo romano ritenuto un esperto di armi, Raffaele Fiore, proveniente dalla colonna brigatista di TorinoProspero Gallinari, clandestino e ricercato dopo essere evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, e Franco Bonisoli, proveniente dalla colonna di Milano. Tutti e quattro erano militanti fortemente determinati e già provati in precedenti azioni di fuoco.
I quattro si portarono molto vicini alle due auto bloccate allo stop; Morucci e Fiore aprirono il fuoco contro la Fiat 130 con Moro a bordo, Gallinari e Bonisoli contro l'Alfetta di scorta. Secondo le ricostruzioni dei brigatisti, tutti e quattro i mitra si sarebbero in seguito inceppati: Morucci riuscì a eliminare subito il maresciallo Leonardi ma poi si trovò in difficoltà con il suo mitra, l'arma di Fiore invece si sarebbe inceppata subito, il che lasciò il tempo all'appuntato Ricci di tentare varie disperate manovre per svincolare l'auto dalla trappola; una Mini Minor parcheggiata sul lato destro intralciò ulteriormente ogni movimento. In pochi secondi Morucci risolse la situazione tornando vicino alla Fiat 130 e uccidendo con una raffica anche l'autista.
Contemporaneamente Gallinari e Bonisoli sparavano contro gli uomini della scorta sull'Alfetta: Rivera e Zizzi furono subito colpiti mentre Iozzino, relativamente riparato sul sedile posteriore destro e favorito dall'inceppamento dei mitra dei brigatisti, poté uscire dall'auto e rispondere al fuoco con la sua pistola Beretta 92, ma subito dopo Gallinari e Bonisoli estrassero entrambi le loro pistole e uccisero anche lui.Dei cinque uomini della scorta, Francesco Zizzi fu l'unico a non morire sul colpo: estratto vivo dall'Alfetta ai primi soccorsi, si spegnerà poche ore dopo al Policlinico Gemelli.
Secondo la prima perizia del 1978 sarebbero stati sparati in tutto 91 colpi, 45 dei quali avrebbero colpito gli uomini della scorta, e 49 di questi, di cui peraltro solo 19 a segno, sarebbero stati esplosi da una stessa arma, 22 da una seconda arma del medesimo modello (entrambe erano delle pistole mitragliatrici residuati bellici FNAB-43) e i restanti 20 dalle altre quattro armi: due pistole, un mitra TZ-45 e un mitra Beretta M12. La perizia del 1993 non ha confermato questi dati e non è stata in grado di attribuire tutti i 49 colpi allo stesso FNAB-43; è possibile, come affermato da Valerio Morucci, che essi appartenessero a entrambi i mitra, utilizzati dallo stesso Morucci e da Bonisoli.Aldo Moro, nonostante il volume di fuoco dell'azione, restò totalmente illeso.
Subito dopo lo scontro a fuoco, Raffaele Fiore estrasse Aldo Moro dalla Fiat 130 e con l'aiuto di Mario Moretti lo fece entrare nella Fiat 132 blu che Bruno Seghetti nel frattempo aveva avvicinato in retromarcia all'incrocio; quindi l'auto con a bordo i tre brigatisti e Moro si allontanò lungo via Stresa, subito seguita dalla 128 di Casimirri e Lojacono sulla quale era salito anche Gallinari. Valerio Morucci infine raccolse dalla Fiat 130 due delle borse di Moro e passò alla guida della Fiat 128 blu che si mosse, con a bordo anche la Balzerani e Bonisoli, dietro le altre due auto. La 128 bianca con la quale Moretti aveva bloccato le auto di Moro fu abbandonata sul luogo dell'agguato. L'intera azione era durata appena tre minuti, dalle ore 9:02 alle ore 9:05.
Le tre auto percorsero tutta via Stresa e sbucarono sulla piazzetta Monte Gaudio, quindi proseguirono lungo via Trionfale in direzione del centro e circa 250 metri dopo largo Cervinia effettuarono una svolta repentina su via Domenico Pennestri, una strada secondaria parzialmente occultata dalla vegetazione; la deviazione permise ai brigatisti di far perdere le loro tracce: fu a questa altezza infatti che Antonio Buttazzo, autista del condirettore dell'Istat, che aveva assistito agli ultimi istanti della strage e si era messo all'inseguimento del convoglio, perse di vista le auto. Queste imboccarono poi via Casale de Bustis, altra strada secondaria il cui accesso era chiuso da una sbarra bloccata da una catena: una testimone riferì di aver visto una persona in uniforme (in seguito identificata dagli stessi brigatisti in Barbara Balzerani) scendere dall'auto e recidere la catena con tronchesi.Le auto raggiunsero quindi via Massimi. Poco più avanti, in via Bitossi, era pronto un furgone Fiat 850T grigio chiaro: qui Morucci lasciò la Fiat 128 blu, prese le due borse di Moro e passò alla guida del furgone; tutti gli autoveicoli proseguirono poi per via Pietro Bernardinie passando per via Serranti raggiunsero infine piazza Madonna del Cenacolo, luogo stabilito per il trasbordo dell'ostaggio; qui Aldo Moro venne fatto salire a bordo del furgone nel quale era pronta una cassa di legno.
In piazza Madonna del Cenacolo, tra le 9:20 e le 9:25, il gruppo si divise. Le tre auto, guidate da Fiore, Bonisoli e la Balzerani, furono portate nella vicina via Licinio Calvo e lì abbandonate,dopodiché i tre si allontanarono a piedi; Fiore e Bonisoli presero un autobus per la stazione Termini e da lì il primo treno per Milano. Secondo il racconto dei brigatisti, da piazza Madonna del Cenacolo il furgone guidato da Moretti, con il sequestrato nella cassa di legno, e una Citroën Dyane con Morucci e Seghetti si diressero, con varie deviazioni strategiche attraverso la Balduina e Valle Aurelia, verso la zona ovest di Roma e dopo circa venti minuti giunsero al parcheggio sotterraneo della Standa di via dei Colli Portuensi, dove erano già in attesa Prospero Gallinari e Germano Maccari; nel parcheggio, la cassa fu trasferita senza destare sospetti dal furgone su una Citroën Ami 8. Sarebbero stati infine Moretti, Gallinari e Maccari a portare la Ami 8 con la cassa fino a via Montalcini 8, l'indirizzo dell'appartamento apprestato per fungere da luogo di detenzione di Aldo Moro.
La notizia dell'agguato si diffuse immediatamente in ogni angolo del Paese. Le attività quotidiane furono bruscamente sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, in tutte le scuole d'Italia gli studenti uscirono dalle aule scolastiche riunendosi in assemblee spontanee, mentre le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte da notiziari in edizione straordinaria. L'agguato e il rapimento furono rivendicati alle ore 10:10 con una telefonata di Valerio Morucci all'agenzia ANSA, che dettava il seguente messaggio: «Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia cristiana Moro ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Firmato Brigate Rosse».
Diverse furono le reazioni politiche: Enrico Berlinguer, segretario del PCI, partito che quel giorno stava per votare in parlamento la fiducia al nuovo governo Andreotti, che a sua volta avrebbe dovuto segnare la nascita della stagione del compromesso storico, parlò di un «tentativo estremo di frenare un processo politico positivo», mentre Lucio Magri paventò l'emanazione di leggi liberticide in reazione alla strage, sostenendo che eventuali provvedimenti in tal senso andavano «proprio sulla strada che la strategia dell'eversione vuole», e per combattere il terrorismo chiese al Paese un'autocritica e un impegno per affrontare i problemi che erano alla base della crisi economica e morale.
Alle 10:30 i tre maggiori sindacati italiani, CGILCISL e UIL, proclamarono uno sciopero generale dalle 11:00 a mezzanotte, mentre nelle fabbriche e negli uffici i lavoratori annunciarono scioperi spontanei, e migliaia di lavoratori andarono di loro iniziativa a presidiare le sedi dei partiti.
Mario Ferrandi, militante di Prima Linea soprannominato «Coniglio», raccontò che appena si diffuse la notizia del rapimento di Moro e dell'uccisione della scorta (durante una manifestazione dei lavoratori dell'UNIDAL in cassa integrazione) ci fu un momento di stupore seguito da uno di euforia e inquietudine, perché c'era la sensazione che stesse accadendo qualcosa di talmente grosso che le cose non sarebbero state più le stesse.[16] Ferrandi ricordò anche che alcuni studenti presenti al corteo spesero i soldi della cassa del circolo giovanile per comprare spumante e brindare con i lavoratori della mensa.
Alle 10:50 un messaggio firmato dalla colonna brigatista Walter Alasia venne ricevuto dalla sede torinese dell'ANSA: i brigatisti chiesero entro 48 ore la liberazione dei loro compagni detenuti a Torino, oltre a quelli di Azione Rivoluzionaria e dei NAP, specificando che in caso contrario avrebbero ucciso l'ostaggio. La DC decise di respingere qualsiasi ipotesi di ricatto avanzata dai terroristi.
Due giorni dopo, mentre in San Lorenzo al Verano si celebravano i funerali degli uomini della scorta, venne fatto ritrovare il primo dei nove comunicati che le BR inviarono durante i 55 giorni del sequestro:
«Giovedì 16 marzo, un nucleo armato delle Brigate rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati corpi speciali, è stata completamente annientata. Chi è Aldo Moro è presto detto: dopo il suo degno compare De Gasperi, è stato fino a oggi il gerarca più autorevole, il teorico e lo stratega indiscusso di questo regime democristiano che da trenta anni opprime il popolo italiano. Ogni tappa che ha scandito la controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese – dalle politiche sanguinarie degli anni Cinquanta alla svolta del centrosinistra fino ai giorni nostri con l'accordo a sei – ha avuto in Aldo Moro il padrino politico e l'esecutore più fedele delle direttive impartite dalle centrali imperialiste.»
(Brigate Rosse, primo comunicato.)
Lo scopo dichiarato delle BR era generale e rientrava nella loro analisi di quella fase storica: colpire la DC («regime democristiano»), cardine in Italia dello Stato imperialista delle multinazionali. Quanto al PCI, esso rappresentava non tanto il nemico da attaccare quanto un concorrente da battere. Nell'ottica brigatista, infatti, il successo della loro azione avrebbe interrotto «la lunga marcia comunista verso le istituzioni», per affermare la prospettiva dello scontro rivoluzionario e porre le basi del controllo BR della sinistra italiana per una lotta contro il capitalismo. In questo il loro obiettivo di lotta al capitalismo era simile a quello della RAF tedesca, come venne indicato in seguito nella ricostruzione del rapimento, fatta nel fumetto pubblicato dalla rivista Metropolis,, ove viene fatto un parallelo con il sequestro Hanns-Martin Schleyer, concluso anch'esso con l'uccisione del prigioniero.
Stando a una dichiarazione di Mario Moretti rilasciata nel 1990, sembra che le Brigate Rosse volessero invece colpire l'artefice principale della solidarietà nazionale e dell'avvicinamento tra DC e PCI, la cui espressione sarebbe stata il governo Andreotti IV. Stando sempre a quanto dichiarato da Mario Moretti, per le BR era rilevante sia il fatto che Moro fosse presidente della DC e che fosse da trent'anni al governo, sia l'urgenza di una alternativa al governo della solidarietà nazionale. Un altro brigatista presente in via Fani, Franco Bonisoli, disse che l'organizzazione aveva anche studiato la possibilità di rapire Giulio Andreotti, ma che poi abbandonò questa opzione perché questi godeva di una protezione di polizia troppo forte per le capacità dei brigatisti. Giulio Andreotti, su specifica domanda, ha poi dichiarato di essere stato, all'epoca, non scortato. Alberto Franceschini, brigatista arrestato nel 1974 e autore del rapimento Sossi, raccontò che negli anni precedenti al sequestro Moro andò a Roma per verificare quante possibilità ci fossero per sequestrare Andreotti, spiegando che «se si voleva realmente colpire il cuore dello Stato bisognava andare a Roma perché a Roma c'erano i luoghi fisici e le persone importanti».
In tempi successivi si ipotizzò che, durante il periodo della detenzione, la «prigione» di Moro fosse conosciuta: si parlò dell'appartamento, sito in via Gradoli a Roma, utilizzato da Mario Moretti e da Barbara Balzerani, noto da tempo sia alle istituzioni sia alla 'ndrangheta, ma questo sito era probabilmente troppo piccolo per poter contenere un nascondiglio da adibire a prigione ed era spesso lasciato incustodito, oltre al fatto che, essendo in affitto, poteva essere soggetto a visite da parte del padrone di casa.
Durante i processi che seguirono la cattura dei brigatisti, risultò dalle loro testimonianze che la «prigione del popolo» in cui si trovava Aldo Moro fosse situata in un appartamento di via Camillo Montalcini 8, sempre a Roma, acquistata nel 1977 con i soldi provenienti dal sequestro di Pietro Costa, dalla brigatista Anna Laura Braghetti. Durante il sequestro, nell'appartamento vissero con l'ostaggio la Braghetti, l'insospettabile proprietaria, il suo apparente fidanzato, l'«ingegnere Luigi Altobelli» che era in realtà il brigatista Germano Maccari, esperto militante romano amico di Morucci, e Prospero Gallinari, brigatista clandestino che, essendo già ricercato, rimase per tutti i giorni del rapimento chiuso dentro l'appartamento e funse da carceriere di Moro. Mario Moretti, che viveva in prevalenza in via Gradoli insieme a Barbara Balzerani, si recava quasi tutti i giorni in via Montalcini per interrogare l'ostaggio ed elaborare, in collegamento con gli altri membri del comitato esecutivo, la gestione politica del sequestro.
Lo stesso covo pochi mesi dopo venne scoperto e tenuto sotto controllo dall'UCIGOS, cosa che costrinse i brigatisti, che si erano resi conto di essere pedinati, a vendere e smantellare l'appartamento entro i primi di ottobre.
«Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della DC alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. Certo nelle decisioni sono in gioco altri partiti; ma un così tremendo problema di coscienza riguarda innanzitutto la DC, la quale deve muoversi, qualunque cosa dicano, o dicano nell'immediato, gli altri. Parlo innanzitutto del Partito Comunista, il quale, pur nella opportunità di affermare esigenze di fermezza, non può dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che m'ero tanto adoperato a costituire.»
(Lettera a Benigno Zaccagnini recapitata il 4 aprile.)
 
«Il papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.»
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978.)
 
«Siamo ormai credo al momento conclusivo... Resta solo da riconoscere che tu avevi ragione... vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della DC con il suo assurdo e incredibile comportamento... si deve rifiutare eventuale medaglia... c'è in questo momento un'infinita tenerezza per voi... uniti nel mio ricordo vivere insieme... vorrei capire con i miei piccoli occhi mortali come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce sarebbe bellissimo.»
(Lettera alla moglie Eleonora del 5 maggio 1978.)
Durante il periodo della sua detenzione, Moro scrisse 86 lettere ai principali esponenti della Democrazia Cristiana, alla famiglia, ai principali quotidiani e all'allora Papa Paolo VI (che avrebbe poi presenziato alla solenne messa funebre di Stato nella basilica di San Giovanni in Laterano, peraltro celebrata senza il feretro del cadavere, negato dalla famiglia in polemica con la conduzione della vicenda). Alcune arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso. Attraverso le lettere Moro cerca di aprire una trattativa con i colleghi di partito e con le massime cariche dello Stato.
È stato ipotizzato che in queste lettere Moro abbia inviato messaggi criptici alla sua famiglia e ai suoi colleghi di partito. Secondo lo scrittore siciliano Leonardo Sciascia, nelle lettere medesime Moro aveva l'intenzione di inviare agli investigatori messaggi sulla localizzazione del covo, per segnalare che esso (almeno nei primi giorni del sequestro) si trovasse nella città di Roma: «Io sono qui in discreta salute» (lettera di Aldo Moro del 27 marzo 1978, non recapitata a sua moglie Eleonora Moro). La stessa moglie, sentita come testimone durante il processo, disse che in alcuni passaggi Moro faceva capire di trovarsi nella capitale.
Nella lettera recapitata l'8 aprile scaglia un vero e proprio anatema: «Naturalmente non posso non sottolineare la cattiveria di tutti i democristiani che mi hanno voluto nolente ad una carica, che, se necessaria al Partito, doveva essermi salvata accettando anche lo scambio dei prigionieri. Sono convinto che sarebbe stata la cosa più saggia. Resta, pur in questo momento supremo, la mia profonda amarezza personale. Non si è trovato nessuno che si dissociasse? Bisognerebbe dire a Giovanni che significa attività politica. Nessuno si è pentito di avermi spinto a questo passo che io chiaramente non volevo? E Zaccagnini? Come può rimanere tranquillo al suo posto? E Cossiga che non ha saputo immaginare nessuna difesa? Il mio sangue ricadrà su di loro».
La lettera scritta a Zaccagnini era indirettamente rivolta al PCI, in quanto c'era anche scritto: «I comunisti non dovevano dimenticare che il mio drammatico prelevamento è avvenuto mentre si andava alla Camera per la consacrazione del Governo che mi ero tanto adoperato a costruire».
Nella lettera senza destinatario recapitata tra il 9 e il 10 aprile, domanda: «Vi è forse, nel tener duro contro di me, un'indicazione americana e tedesca?» (lettera di Aldo Moro su Paolo Emilio Taviani allegata al comunicato delle Brigate Rosse n. 5);
Pochi mesi dopo l'uccisione dell'ostaggio copie di alcune lettere non ancora note furono trovate dagli uomini del generale Carlo Alberto dalla Chiesa (ucciso dalla mafia nel 1982) in una casa che i terroristi utilizzavano a Milano (nota come «covo di via Monte Nevoso») mentre altre furono trovate nello stesso appartamento nel 1990, durante i lavori di ristrutturazione dell'abitazione.
Buona parte del mondo politico di allora riteneva, tuttavia, che Moro non avesse piena libertà di scrittura: le lettere sarebbero state da considerarsi, se non dettate, quantomeno controllate o ispirate dai brigatisti. Anche alcuni appartenenti al «comitato degli esperti» voluto da Cossiga, tra cui il criminologo Franco Ferracuti, in un primo tempo affermarono che Moro era stato sottoposto a tecniche di lavaggio del cervello da parte delle BR. Certe affermazioni di Moro, per esempio i passaggi in cui parla di scambi di «prigionieri», al plurale, fanno supporre che le Brigate Rosse gli avessero lasciato intendere di non essere l'unica persona sequestrata. È possibile che l'ostaggio ritenesse che anche alcuni uomini della sua scorta o forse altre personalità rapite altrove, fossero nelle sue medesime condizioni e che quindi gli eventuali tentativi di accordo per la liberazione che cercava di portare avanti dovessero riguardare tutti gli ipotetici sequestrati. Cossiga ammetterà tuttavia, anni dopo, di essere stato lui a scrivere parte del discorso tenuto da Giulio Andreotti in cui si affermava che le lettere di Moro erano da considerarsi «non moralmente autentiche».
Giovanni Spadolini cercò di giustificare il tono e il contenuto delle lettere, sostenendo che erano state scritte sotto imposizione, ma dalle inchieste e dalle testimonianze è emerso che Moro non fu mai torturato o minacciato durante il sequestro, e a tal proposito Indro Montanelli criticò severamente gli scritti del presidente democristiano durante la prigionia, affermando che «tutti a questo mondo hanno diritto alla paura. Ma un uomo di Stato (e lo Stato italiano era Moro) non può cercare d'indurre lo Stato ad una trattativa con dei terroristi che, oltre tutto, nel colpo di via Fani avevano lasciato sul selciato cinque cadaveri fra carabinieri e poliziotti»
Durante i 55 giorni del sequestro Moro le Brigate Rosse recapitarono nove comunicati con i quali, assieme alla risoluzione della direzione strategica, ossia l'organo direttivo della formazione armata, spiegarono i motivi del sequestro; questi erano documenti lunghi e a volte poco chiari. Nel comunicato n. 3 si lesse:
«L'interrogatorio, sui contenuti del quale abbiamo già detto, prosegue con la completa collaborazione del prigioniero. Le risposte che fornisce chiariscono sempre più le linee controrivoluzionarie che le centrali imperialiste stanno attuando; delineano con chiarezza i contorni e il corpo del "nuovo" regime che, nella ristrutturazione dello Stato Imperialista delle Multinazionali si sta instaurando nel nostro paese e che ha come perno la Democrazia Cristiana.»
E ancora:
«Moro è anche consapevole di non essere il solo, di essere, appunto, il più alto esponente del regime; chiama quindi gli altri gerarchi a dividere con lui le responsabilità, e rivolge agli stessi un appello che suona come un'esplicita chiamata di "correità".»
Le Brigate Rosse proposero, attraverso il comunicato n. 8, di scambiare la vita di Moro con la libertà di alcuni terroristi in quel momento in carcere, il cosiddetto «fronte delle carceri», accettando persino di scambiare Moro con un solo brigatista incarcerato, anche se non di spicco, pur di poter aprire trattative alla pari con lo Stato. Un riconoscimento venne comunque ottenuto quando Papa Paolo VI, amico personale di Moro, in data 22 aprile rivolse un drammatico appello pubblico col quale supplicava «in ginocchio» gli «uomini delle Brigate Rosse» di rendere Moro alla sua famiglia e ai suoi affetti, specificando tuttavia che ciò doveva avvenire «senza condizioni».
La politica si divise in due fazioni: da una parte il fronte della fermezza, composto dalla DC, dal PSDI, dal PLI, e con particolare insistenza dal Partito Repubblicano (il cui leader Ugo La Malfa proponeva il ripristino della pena di morte per i terroristi), che rifiutava qualsiasi ipotesi di trattativa, e il fronte possibilista, nel quale spiccavano Bettino Craxi, i radicali, la sinistra non comunista, i cattolici progressisti come Raniero La Valle, uomini di cultura come Leonardo Sciascia. PCI e MSI, anche se con atteggiamenti diversi, erano gli estremi del «no» alla trattativa. Tuttavia all'interno dei due schieramenti vi erano delle posizioni in dissenso con la linea ufficiale: una parte della DC era per il dialogo, tra cui il Presidente della Repubblica Giovanni Leone (pronto a firmare richieste di grazia) e il Presidente del Senato Amintore Fanfani, nel PCI Umberto Terracini era per un atteggiamento «elastico», tra i socialdemocratici Giuseppe Saragat era in dissenso dalla posizione ufficiale del segretario Pier Luigi Romita, mentre tra i socialisti Sandro Pertini dichiarò di non voler assistere al funerale di Moro ma neppure a quello della Repubblica.
Secondo il fronte della fermezza, la scarcerazione di alcuni brigatisti avrebbe costituito una resa da parte dello Stato, non solo per l'acquiescenza a condizioni imposte dall'esterno, ma per la rinuncia all'applicazione delle sue leggi e alla certezza della pena; una trattativa coi rapitori inoltre avrebbe potuto creare un precedente per nuovi sequestri, strumentali al rilascio di altri brigatisti, o all'ottenimento di concessioni politiche e, più in generale, una trattativa con i terroristi avrebbe rappresentato un riconoscimento politico delle Brigate Rosse; di contro la linea del dialogo avrebbe aperto alla possibilità di una rappresentanza partitica e parlamentare del loro braccio armato, e posto questioni di legittimità in merito alle loro richieste. I metodi intimidatori e violenti, e la non accettazione delle regole basilari della politica, ponevano il terrorismo al di fuori del dibattito istituzionale, indipendentemente dal merito delle loro richieste.
Prevalse il primo orientamento, anche in considerazione del gravissimo rischio di ordine pubblico e di coesione sociale che si sarebbe corso presso la popolazione, e in particolare, presso le forze dell'ordine, che in quegli anni avevano pagato un tributo di sangue già insostenibile a causa dei terroristi, anche perché durante i due mesi del sequestro le BR continuarono a spargere sangue nel Paese, uccidendo gli agenti di custodia Lorenzo Cotugno (a Torino, l'11 aprile) e Francesco De Cataldo (a Milano, il 20 aprile). Il tragico epilogo con cui si concluse il sequestro Moro anticipò comunque una presa di posizione definitiva da parte del mondo politico. Alcuni autori, tra cui il fratello di Moro, fecero notare alcune apparenti incongruenze nei comunicati delle BR. Un primo punto riguardò l'assenza di riferimenti al progetto di Moro di apertura del governo al PCI, questo nonostante il fatto che il rapimento fosse stato effettuato lo stesso giorno in cui questo governo doveva formarsi, e nonostante l'esistenza di comunicati precedenti e successivi agli eventi in cui si trovavano espliciti riferimenti e dichiarazioni di contrarietà al progetto da parte dei brigatisti. Anche una lettera indirizzata a Zaccagnini da parte di Moro, con un riferimento al progetto, venne fatta riscrivere in una forma in cui questo era omesso).
Un secondo punto riguardava le continue rassicurazioni date nei comunicati da parte dei brigatisti secondo i quali tutto ciò che riguardava il «processo» a Moro e i suoi interrogatori sarebbe stato reso pubblico. Tuttavia, mentre nel caso di altri rapimenti, come quello del giudice Giovanni D'Urso, addetto alla direzione generale degli affari penitenziari, questa diffusione del materiale era stata effettuata, anche senza essere ribadita in maniera così forte e con materiale ben meno importante, nel caso Moro questa diffusione non si ebbe mai, e solo con la scoperta del covo di via Monte Nevoso a Milano diverrà pubblicamente noto, inizialmente in una versione ridotta, il memoriale Moro (presente solo in fotocopia) e alcune lettere inizialmente non diffuse. Gli stessi brigatisti hanno affermato di aver distrutto le bobine degli interrogatori e gli originali degli scritti di Moro, in quanto ritenuti non importanti, nonostante in questi vi fossero riferimenti all'organizzazione Gladio e la connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione, che ben sembrano identificarsi con il tipo di rivelazioni che le Brigate Rosse andavano cercando.
Mentre Papa Paolo VI e il segretario generale delle Nazioni Unite Kurt Waldheim continuarono ad appellarsi alle BR per la liberazione del prigioniero, Craxi – sulla scorta di una risoluzione della direzione del suo partito– incaricò Giuliano Vassalli di trovare, nei fascicoli pendenti, il nome di qualche brigatista che potesse essere rilasciato, in segno di buona condotta. Si pensò a Paola Besuschio, ex studentessa di Trento arrestata nel 1975: accusata di rapine «proletarie», sospettata d'aver ferito il consigliere democristiano Massimo De Carolis, era stata condannata a 15 anni e in quel momento era malata. Più tardi si pensò ad Alberto Buonoconto, un nappista anch'egli malato in carcere a Trani, ma le BR volevano che fossero scarcerati i membri ritenuti tra i più pericolosi (Ferrari, Franceschini, Ognibene, Curcio) e anche delinquenti comuni politicizzatisi come Sante Notarnicola
Per fare fronte alla crisi causata dal rapimento di Moro ufficialmente furono istituiti dal Ministro dell'Interno Francesco Cossiga, lo stesso 16 marzo 1978, due comitati di crisi:
  • Un «comitato tecnico-politico-operativo», presieduto dallo stesso Cossiga e, in sua vece, dal sottosegretario Nicola Lettieri di cui facevano anche parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori (da poco nominati) del SISMI e del SISDE, al segretario generale del Cesis, al direttore dell'UCIGOS e al questore di Roma.
  • Un «comitato informazione», di cui facevano parte i responsabili dei vari servizi: CESISSISDESISMI e SIOS.
Fu creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato «comitato di esperti» che non si riunì mai collegialmente. Della sua esistenza si seppe solo nel maggio 1981, quando Cossiga ne rivelò l'esistenza alla Commissione Moro, senza però rivelarne le attività e le decisioni. Di questo organismo facevano parte, tra gli altri: Steve Pieczenik (funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano), il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell'Istituto per l'Enciclopedia italiana) e Giulia Conte Micheli.
Il 14 ottobre 1977 era stata approvata una legge che ristrutturava i servizi di sicurezza e divideva il SID in due parti: il SISDE e il SISMI, coordinati dal CESIS. Infine, il 31 gennaio 1978, Cossiga diede vita con un decreto all'UCIGOS.
Nonostante queste novità, nei mesi in cui maturò e fu eseguito il sequestro Moro non ci fu nessun servizio segreto predisposto a combattere l'eversione interna. I comitati agirono in base a norme superate: la pianificazione dei provvedimenti da adottare in caso di emergenza risaliva agli anni cinquanta, e non era stata aggiornata neppure dopo la crescita allarmante del terrorismo. Ciò fu dovuto alla smobilitazione degli stessi servizi, alla rimozione dei migliori funzionari e ai facili permessi d'uscita concessi ai detenuti, e al fatto che nel Paese si era diffusa un'atmosfera di rassegnazione (se non di indulgenza) verso il terrorismo di sinistra , visto che nei processi gli autori di attentati ottenevano le attenuanti in quanto agivano «per motivi di particolare valore morale e sociale», Prima Linea veniva considerata una semplice associazione sovversiva (anziché una banda armata), mentre Magistratura democratica – o perlomeno l'ala romana – nutriva ostilità verso lo Stato simpatizzando per i miti rivoluzionari; al punto che il politologo Giorgio Galli affermò che il terrorismo era diventato «un fenomeno storico comprensibile (anche se non giustificabile) in una fase di trasformazione sociale ostacolata da una classe politica corrotta»
«Per quanto riguarda la nostra proposta di uno scambio di prigionieri politici perché venisse sospesa la condanna e Aldo Moro venisse rilasciato, dobbiamo soltanto registrare il chiaro rifiuto della DC. Concludiamo quindi la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza a cui Aldo Moro è stato condannato.»
(Dal comunicato n. 9.)
Dalle deposizioni rilasciate alla magistratura è emerso che non tutto il vertice brigatista fosse concorde con il verdetto di condanna a morte. Lo stesso Moretti telefonò direttamente alla moglie di Moro il 30 aprile 1978 per premere sui vertici della DC al fine di accettare la trattativa: la telefonata fu ovviamente registrata dalle forze dell'ordine. La brigatista Adriana Faranda citò una riunione notturna tenuta a Milano e di poco precedente l'uccisione di Moro, ove ella e altri terroristi (Valerio MorucciFranco Bonisoli e forse altri) dissentirono, tanto che la decisione finale sarebbe stata messa ai voti.
Il 3 maggio Morucci e Faranda incontrarono Moretti in piazza Barberini e ribadirono la loro contrarietà all'omicidio.
Il 9 maggio, dopo 55 giorni di detenzione, al termine di un «processo del popolo», Moro fu assassinato per mano di Mario Moretti, con la complicità di Germano Maccari. Il cadavere fu ritrovato il giorno stesso in una Renault 4 rossa in via Caetani, in pieno centro di Roma.
Secondo quanto affermato dai brigatisti più di un decennio dopo l'omicidio, Moro fu fatto alzare alle 6:00 con la scusa di essere trasferito in un altro covo. Franco Bonisoli ha invece raccontato che a Moro venne riferito di esser stato graziato (e quindi liberato), una bugia definita dallo stesso brigatista «pietosa», detta per «non farlo soffrire inutilmente»: venne infilato in una cesta di vimini e portato nel garage del covo di via Montalcini. Fu fatto entrare nel portabagagli di una Renault 4 rossa targata Roma N57686 e venne coperto con un lenzuolo rosso. La vettura era stata rubata alcuni mesi prima. Mario Moretti allora sparò alcuni colpi prima con una pistola Walther PPK calibro 9 mm x 17 corto e poi (dopo che la pistola si era inceppata) con una mitragliatrice Samopal Vzor.61 (nota come Skorpion) calibro 7,65mm, con cui sparò una raffica di 11 colpi che perforarono i polmoni dell'ostaggio, uccidendolo (per molti anni, fino alla confessione di Moretti, si pensò che a sparare fosse stato Prospero Gallinari). Alcune incongruenze riguardano le modalità dell'esecuzione: seppur la pistola che inizialmente venne adoperata per sparare a Moro poteva esser silenziata, difficilmente lo poteva essere la mitraglietta, in quanto il silenziatore non permette la soppressione totale del rumore.
Poi, una volta eseguito il delitto, l'auto con il cadavere di Moro fu portata da Moretti e Maccari in via Caetani, senza effettuare soste intermedie, vicino alla sede della DC e del PCI, dove fu lasciata parcheggiata circa un'ora dopo. All'ultimo tratto del percorso parteciparono su una Simca anche Bruno Seghetti e Valerio Morucci in funzione di copertura. Dopo aver perso tempo a ricercare un posto sicuro per telefonare e per contattare uno dei collaboratori di Moro, verso le 12:30 Valerio Morucci riuscì a effettuare la telefonata finale con il professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro, qualificandosi inizialmente come il «dottor Nicolai». Con tono freddo chiese a Tritto, «adempiendo alle ultime volontà del presidente», di comunicare subito alla famiglia che il corpo di Aldo Moro si trovava nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, «i primi numeri di targa sono N5...», in via Caetani.
La telefonata al professor Tritto venne intercettata e quindi furono le forze dell'ordine che arrivarono per prime in via Caetani. Qualche minuto prima delle 14:00, i segretari di tutti i partiti politici sapevano che il cadavere ritrovato nella Renault 4 rossa targata Roma N57686 era proprio quello di Aldo Moro. La morte risaliva, secondo i risultati autoptici, tra le 9:00 e le 10:00 della mattina stessa, orario però incompatibile con la ricostruzione data dai brigatisti (per cui l'esecuzione sarebbe avvenuta tra le 7:00 e le 8:00). È da notare che il buco di alcune ore tra l'abbandono dell'auto secondo la ricostruzione dei brigatisti e le prime telefonate di rivendicazione sarebbe giustificato dalla circostanza che nessuno dei tentativi di contatto telefonico fatti da Moretti con conoscenti e amici di Moro per annunciare dove fosse possibile ritrovare il cadavere, prima della telefonata al professor Tritto, era andato a buon fine.
Alcune testimonianze hanno affermato che la macchina era stata portata in via Michelangelo Caetani nelle prime ore del mattino, tra le 7:00 e le 8:00 e abbandonata fino a quando gli assassini ritennero opportuno avvertire. Altre testimonianze, invece, affermarono di aver visto la Renault parcheggiata soltanto intorno alle 12:30 e non prima.
In un angolo del bagagliaio, dalla parte dov'è sistemata la ruota di scorta sulla quale poggiava la testa di Moro, c'erano anche le catene da neve, e qualche ciuffo di capelli grigi. Ai piedi del cadavere c'era una busta di plastica con un bracciale e l'orologio.
Il corpo di Moro, quando fu estratto dagli artificieri, era ripiegato e irrigidito. Indossava lo stesso abito scuro del giorno del rapimento con la camicia bianca a righine, e la cravatta ben annodata; era macchiato di sangue (ma le ferite erano approssimativamente state tamponate con dei fazzolettini), e nei risvolti dei pantaloni è stata trovata una notevole quantità di sabbia e di terriccio e alcuni resti vegetali (i brigatisti sosterranno poi durante i processi di aver appositamente sporcato le scarpe e i pantaloni di sabbia per depistare eventuali indagini sulla localizzazione del covo in cui Moro era tenuto prigioniero). Sotto il corpo e sul tappeto dell'auto c'erano bossoli di cartucce. Furono trovate tracce di sabbia non solo nel risvolto dei pantaloni, ma anche nei calzini.
Il fratello di Aldo Moro, Carlo Alfredo, magistrato, in un suo libro propone però una teoria secondo la quale l'ultima prigione di Moro non sarebbe stata quella di via Montalcini, ma sarebbe stata situata nei pressi di una località marina, basandosi sia sulla sabbia e sui resti vegetali trovati su Moro e sull'auto, sia sulle incongruenze dei tempi tra quanto dichiarato dai brigatisti e quanto rilevato dall'autopsia. Inoltre, secondo Carlo Alfredo Moro e altri, le conclusioni dell'autopsia sul corpo, che fu trovato in buone condizioni fisiche, soprattutto in merito al tono muscolare generale, lascerebbero supporre che Moro abbia avuto, durante la detenzione, una certa libertà di movimento e la possibilità di scrivere la numerosissima mole di documenti, prodotti durante la prigionia, in una situazione relativamente agevole (sedia e tavolo), condizione ben lontana da quella che si sarebbe avuta nei pochi metri quadrati concessogli nel covo di via Montalcini. Questi risultati dell'esame autoptico, unite ad alcune contraddizioni nelle confessioni tardive dei brigatisti lasciano comunque aperti molti dubbi sul luogo o sui luoghi in cui fu detenuto in prigionia Aldo Moro e sulle dimensioni anguste della presunta cella nella «prigione del popolo». Il cadavere presentava un'altra ferita, su una coscia, una piaga purulenta mai curata. È probabile che fosse una ferita d'arma da fuoco ricevuta il giorno dell'agguato di via Fani.
Mentre la notizia si diffondeva si accalcò una piccola folla, tenuta a debita distanza dalla polizia. Accorsero sul luogo anche esponenti politici, come Ugo Pecchioli e Francesco Cossiga:
«Pecchioli non lasciava trasparire emozione o nervosismo. Cossiga, invece, coinvolto anche dal punto di vista affettivo e psicologico per la sua antica e fraterna amicizia con Moro, era in preda a una forte emozione: appoggiò la testa al muro dell'adiacente palazzo Antici Mattei ed esplose in un pianto sommesso e prolungato.»
(Giovanni Fasanella, Mario Mori, Ad alto rischio, Mondadori, 2011)
Poche ore dopo, Cossiga rassegnò le proprie dimissioni da Ministro dell'interno. La famiglia Moro rifiutò ogni celebrazione ufficiale con la seguente nota: «Nessuna manifestazione pubblica o cerimonia o discorso: nessun lutto nazionale, né funerali di Stato o medaglia alla memoria. La famiglia si chiude nel silenzio e chiede silenzio. Sulla vita e sulla morte di Aldo Moro giudicherà la storia».
Per segnare il decennale della morte di Moro, nell'aprile del 1988, quando già sembrava ormai sconfitto il partito armato, le Brigate Rosse colpirono ancora, uccidendo, nella sua casa di Forlì il senatore democristiano Roberto Ruffilli, consigliere di Ciriaco De Mita sul tema delle riforme istituzionali.
Il caso Moro segnò profondamente la storia italiana del dopoguerra. Con il suo assassinio si chiuse definitivamente la stagione del compromesso storico e, con esso, la formula dei governi di solidarietà nazionale.
Il progetto di alleanza con il PCI non era ben visto dai partner internazionali dell'Italia. Negli anni precedenti la sua uccisione, Aldo Moro (che ricoprì la carica di Presidente del Consiglio per l'ultima volta dal 1974 al luglio 1976) cercò di fornire rassicurazioni a Stati Uniti, Regno Unito, Francia e Germania Ovest sulla fedeltà dell'Italia all'Alleanza Atlantica anche in seguito a un eventuale ingresso del PCI al governo. Ma il 23 marzo 1976 i Capi di Stato riuniti a Portorico per il summit del G7 gli prospettarono la probabile perdita di aiuti internazionali se il PCI fosse entrato nel Governo. Proprio nel 1976 gli alleati della NATO temevano la vittoria del PCI alle elezioni sulla DC. Il sorpasso non si ebbe: alle elezioni politiche del 1976 la DC raccolse il 38,71% dei voti, mentre il PCI di Enrico Berlinguer si fermò al 34,37%. I due partiti, comunque, non furono mai così vicini prima di allora.
Il 16 marzo 1978, giorno del rapimento, il governo Andreotti IV ottenne la fiducia: votarono contro soltanto Partito Liberale ItalianoMovimento Sociale Italiano - Destra NazionalePartito Radicale e Democrazia Proletaria. L'esecutivo fu un monocolore DC che si resse grazie all'appoggio esterno dei comunisti (nell'esecutivo precedente si erano invece astenuti, formando il cosiddetto «governo della non sfiducia»).
Nel 1978 Aldo Moro sarebbe stato il probabile candidato DC alla presidenza della Repubblica. Sembra chiaro che, dal Quirinale, avrebbe favorito l'alleanza DC-PCI. Eliminato Moro, le BR continuarono a demolire la corrente morotea all'interno della DC, colpendo o intimorendo in diverse città italiane i suoi dirigenti locali. I vertici istituzionali del partito furono fatti segno di una campagna di stampa accusatoria: Giovanni Leone, Presidente della Repubblica, fu costretto a dimettersi. Alle elezioni presidenziali vinse un socialista, Sandro Pertini. Perso il Quirinale, di lì a pochi anni la Democrazia Cristiana perse anche la presidenza del Consiglio.
Sandro Pertini conferì l'incarico a esponenti DC fino al 1981. In questi tre anni ottennero il mandato Giulio AndreottiFrancesco Cossiga e Arnaldo Forlani. Il governo Andreotti IV era nato con la formula della «solidarietà nazionale», ma già un anno dopo la sua funzione fu considerata esaurita: dopo le dimissioni del successivo e breve governo Andreotti V, il Presidente Pertini sciolse le camere e si andò ad elezioni anticipate. Alla consultazione elettorale del 1979 la DC rimase stabile mentre il PCI subì un brusco arretramento, come era avvenuto alle elezioni amministrative del 14 maggio 1978: questo esito segnò la fine dei governi di solidarietà nazionale e della possibilità di un'entrata dei comunisti nell'esecutivo.
Nel 1980 la DC si riunì a congresso: furono le prime assise dopo la morte di Aldo Moro. Prevalse una linea anti-comunista: Flaminio Piccoli divenne nuovo segretario sconfiggendo il candidato moroteo Benigno Zaccagnini. Accadde proprio ciò che Moro aveva previsto nelle sue lettere dal carcere: con lui fuori gioco, fu interrotto il rapporto con Enrico Berlinguer. Nessuno dei leader DC che guidarono il partito dopo la sua morte volle raccogliere l'eredità di Moro nel rapporto con i leader comunisti.
Nel 1981 Giovanni Spadolini (PRI) ricevette da Pertini l'incarico di formare un nuovo esecutivo e ottenne la fiducia del Parlamento, diventando così il primo «laico» a guidare il Paese dal 1945. Negli anni successivi altri tre «laici» diventarono Presidenti del Consiglio: Bettino Craxi (socialista, dal 1983 al 1987), Giuliano Amato (socialista, tra il 1992 e il 1993) e Carlo Azeglio Ciampi (indipendente, tra il 1993 e il 1994). La formula adottata fu quella del pentapartito.
Lo Stato sconfisse le BR senza ricorrere a leggi di emergenza e senza mediazioni politiche, ma istituendo la legge sui pentiti e i dissociati. Furono istruiti regolari processi, con la presenza di avvocati in difesa dei brigatisti e la previsione dei gradi di appello. I brigatisti rifiutarono la difesa e il processo, proclamandosi prigionieri politici e invocando il diritto di asilo. Mario Moretti constatò che gran parte delle loro aspettative non ebbe successo, aggiungendo che quell'esperienza si era esaurita ed era irripetibile.
La DC rimase partito di governo fino al 1994: alle elezioni politiche del 1992 scese per la prima volta sotto il 30% dei voti a causa dell'avanzata della Lega Nord nell'Italia settentrionale. Le inchieste di Tangentopoli, che coinvolsero anche i partiti alleati (più il PCI, rinominato PDS) fece perdere alla DC ancora di più il consenso degli italiani. All'inizio del 1994 il partito si sciolse, cambiando nome e diventando Partito Popolare Italiano.
A distanza di pochi giorni dall'epilogo della tragedia si ebbero i primi arresti di brigatisti coinvolti nell'agguato di via Fani e all'uccisione di Moro. Furono arrestati Enrico Triaca, un tipografo che s'era messo a disposizione di Mario Moretti, poi Valerio Morucci e Adriana Faranda.
Il 24 gennaio 1983 i giudici della Corte d'assise di Roma, al termine di un processo durato nove mesi, inflissero ai 63 imputati delle istruttorie Moro-uno e Moro-bis 32 ergastoli e 316 anni di carcere. Decisero anche quattro assoluzioni e tre amnistie. Furono applicate le norme di legge che concedevano un trattamento di favore ai collaboratori di giustizia, e furono riconosciute alcune attenuanti ai dissociati. Il 14 marzo 1985, nel processo d'appello, i giudici diedero maggior valore alla dissociazione (scelta fatta da Adriana Faranda e Valerio Morucci) cancellando 10 ergastoli e riducendo la pena ad alcuni imputati. Pochi mesi dopo, il 14 novembre, la Cassazione confermò sostanzialmente il giudizio d'appello.
Negli anni successivi furono celebrati tre nuovi processi (Moro-ter, Moro-quater e Moro-quinquies) che condannarono altri brigatisti per il loro coinvolgimento in azioni eversive svolte a Roma fino al 1982 e in alcuni risvolti del caso Moro.
Nei confronti dei brigatisti coinvolti direttamente nella vicenda furono emessi i seguenti giudizi:
  • Rita Algranati: ultima a essere catturata fra i terroristi coinvolti nel caso Moro, a Il Cairo nel 2004, sta scontando l'ergastolo. Fu la «staffetta» del commando brigatista in via Fani.
  • Maurizio Iannelli: catturato nel 1980 e condannato a due ergastoli. In libertà vigilata dal 2003 è attualmente il regista di vari programmi Rai (Amore criminaleSopravvissute)
  • Barbara Balzerani: catturata nel 1985 e condannata all'ergastolo. In libertà vigilata dal 2006. In via Fani presidiava mitra alla mano a bordo di un'auto l'incrocio con via Stresa e durante il sequestro occupava la base di via Gradoli 96 nella quale conviveva con Mario Moretti.
  • Franco Bonisoli: catturato nella base di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1º ottobre 1978, è stato condannato all'ergastolo e oggi è in semilibertà. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e alla conclusione del sequestro portò nel covo di Milano il memoriale e le lettere dello statista ritrovate in una prima tranche contestualmente al suo arresto e in una seconda tranche l'8 ottobre 1990.
  • Anna Laura Braghetti: arrestata nel 1980, condannata all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 2002. Durante il sequestro non era ancora in clandestinità: era l'intestataria e l'inquilina «ufficiale», insieme con Germano Maccari, dell'appartamento di via Montalcini a Roma, tuttora l'unica prigione accertata di Moro.
  • Alessio Casimirri: fuggito in Nicaragua, dove gestisce un ristorante, è l'unico a non essere mai stato arrestato né per il caso Moro né per altri reati. In via Fani presidiava con Alvaro Lojacono la parte alta della strada.
  • Raimondo Etro: catturato solo nel 1996, è stato condannato a 24 anni e 6 mesi, poi ridotti a 20 e 6 mesi. Non era presente in via Fani, ma fu il custode delle armi usate nella strage.
  • Adriana Faranda: arrestata nel 1979, è tornata in libertà nel 1994 dopo essersi dissociata dalla lotta armata. Non è stata accertata in sede giudiziaria la sua presenza in via Fani. Fu, assieme a Valerio Morucci, la «postina» del sequestro Moro.
  • Raffaele Fiore: catturato nel 1979 e condannato all'ergastolo, è in libertà condizionale dal 1997. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro, anche se il suo mitra si è inceppato quasi subito.
  • Prospero Gallinari: già latitante (durante il sequestro Moro) per il sequestro del giudice Mario Sossi, è successivamente catturato nel 1979. Dal 1994 al 2007 ha ottenuto la sospensione della pena per motivi di salute, ottenendo gli arresti domiciliari. È deceduto il 14 gennaio 2013. In via Fani ha sparato sulla scorta di Moro e durante il sequestro era rifugiato nel covo brigatista di via Montalcini, unica prigione di Moro accertata in sede giudiziaria.
  • Alvaro Lojacono: fuggito in Svizzera non ha mai scontato un solo giorno di prigione né per il caso Moro né per l'omicidio dello studente MikiMantakas ma soltanto per reati legati a traffici d'armi da e per la Svizzera, che non ha mai concesso la sua estradizione in Italia. In via Fani presidiava con Alessio Casimirri la parte alta della strada e con lui era sull'auto che bloccò da dietro la colonna di auto con a bordo Moro e la sua scorta, subito prima della strage.
  • Germano Maccari: arrestato solo nel 1993, rimesso in libertà per decorrenza dei termini e poi riarrestato dopo aver ammesso il suo coinvolgimento nel sequestro, viene condannato a 30 anni, poi ridotti a 23, nell'ultimo processo celebrato sul caso Moro. È morto per aneurisma cerebrale nel carcere di Rebibbia il 25 agosto 2001. Insieme con Anna Laura Braghetti era l'inquilino «ufficiale» dell'appartamento di via Montalcini, unica prigione di Moro finora accertata, sotto il falso nome di «ingegner Luigi Altobelli».
  • Mario Moretti: catturato nel 1981 e condannato a 6 ergastoli. Dal 1994 è in semilibertà e lavora da oltre 14 anni per la Regione Lombardia. Capo della colonna romana delle Brigate Rosse, Oltre a dirigere l'intera operazione e a effettuare sopralluoghi poco prima dell'agguato, in via Fani era alla guida dell'auto che bloccò il convoglio di Moro e della scorta avviando l'imboscata. Nonostante alcune testimonianze oculari, non è stato accertato in sede giudiziaria che abbia sparato. Durante il sequestro occupava con Barbara Balzerani il covo di via Gradoli 96 e si recava quotidianamente a interrogare Moro nel luogo della sua detenzione e periodicamente a Firenze e Rapallo per riunioni con il comitato esecutivo dell'organizzazione terroristica. Tempo dopo il processo, confessò anche di essere stato l'esecutore materiale dell'omicidio di Moro.
  • Valerio Morucci: arrestato nel 1979 venne condannato a 30 anni dopo essersi dissociato dalla lotta armata. Rilasciato nel 1994, si occupa di informatica. In via Fani sparò sulla scorta di Moro e durante il sequestro fu il "postino" delle Brigate Rosse insieme con la sua compagna Adriana Faranda, oltre a effettuare quasi tutte le telefonate legate al sequestro, compresa l'ultima in cui comunicò a Franco Tritto l'ubicazione del corpo di Aldo Moro.
  • Bruno Seghetti: catturato nel 1980 e condannato all'ergastolo, è ammesso al lavoro esterno nell'aprile del 1995. Ottiene la semilibertà nel 1999 che però gli viene revocata in seguito ad alcune irregolarità. È tuttora detenuto, e lavora per la cooperativa 32 dicembre di Prospero Gallinari. In via Fani era alla guida dell'auto con la quale Moro venne portato via dopo l'agguato.