CASE RIFUGIO IN MOLISE, LA SELVA REPLICA ALLE ACCUSE: NON SONO RAZZISTA. BEFREE E DIRE: IL GIUDIZIO ESPRESSO è SUPERFICIALE - Molise Web giornale online molisano

Case rifugio in Molise, La Selva replica alle accuse: non sono razzista. Befree e Dire: il giudizio espresso è superficiale

di Viviana Pizzi

Uno scenario a cui chi si occupa di violenza sulle donne non vorrebbe mai assistere. Una dichiarazione rilasciata dalla presidente del Cav Liberaluna, Maria Grazia La Selva, resa in dichiarazione durante la trasmissione "Conto alla rovescia" in cui si è detta contraria alla condivisione di spazi comuni nelle case rifugio per non mettere insieme donne "di cultura diversa". La presidente è stata accusata di essere razzista ma a telefono ci ha detto: "Non intendevo dire una frase razzista, ma sottolineare come sia impossibile vivere insieme per due famiglie che partono da basi culturali e di convivenza diverse. Mi riferivo anche a due italiane che la pensano differentemente sulla gestione della casa". 

A questa dichiarazione telefonica è seguito un comunicato a firma della stessa Maria Grazia La Selva 

"Sono basita per la strumentalizzazione e per la mancanza di buon senso  - ha sottolineato La Selva- che donne che si occupano di ridare dignità alle donne vittime di violenza hanno fatto, di quanto da me affermato durante la trasmissione “Conto alla rovescia”. Sono stata accusata di aver attaccato la Convenzione di Istanbul che fonda i principi di azione alla prevenzione e al contrasto della violenza, ma forse l'art. 23 "…creazione di rifugi adeguati facilmente accessibili per offrire un alloggio sicuro alle vittime e in particolare le donne e i loro bambini e per aiutarle in modo proattivo……" non è stato sempre ben interpretato , mi sembra di aver detto che il CAV di cui sono la Responsabile adotti questo tipo di strumento, dicendomi contraria a quelle Case rifugio che tolgono dignità sociale ed economica alle donne che in un momento così difficile, sono costrette a lasciare le proprie case con i propri figli e condividere la loro quotidianità ed intimità con altre donne, di altre culture, ovvero pensieri, tradizioni, religioni e abitudini diverse e a volte in contrasto. Io da donna, non vorrei questo, anche perché immagino quanto possa essere difficile la convivenza in generale, nel particolare caso lo so per certo perché ho raccolto i racconti di tante donne vittime di violenza. Ogni essere umano ha diritto di sentirsi libero e di vivere come la maggior parte noi vive, ovvero con i propri cari, con le persone che amiamo e mi sembra che chi mi ha attaccata non viva in alloggi condivisi con estranei! Darmi della razzista è stato alquanto azzardato in quanto ogni giorno condivido parte della mia esistenza con persone di altre nazionalità e chi ancora oggi usa questo termine improprio dimentica che la razza è una, quella umana ed io da 7 anni gratuitamente, metto a disposizione il mio tempo a tutte quelle donne che si rivolgono al Centro di cui sono la Responsabile, senza distinzioni e discriminazioni di alcun tipo. Aggiungo che ci sono Regioni dove le Case rifugio sono villette bifamiliari e mini appartamenti con spazi comuni riservati per momenti di condivisione proattiva per le donne ed i propri figli. Mi meraviglia inoltre sapere ormai da anni che proprio nella nostra regione esista una casa rifugio all'interno di un condominio conosciutissimo e sapere che due Centri Antiviolenza non rispettano il requisito della privacy e soprattutto sono accessibili ai maltrattanti. Concludo, in qualità di Presidente della Commissione per la Parità e le Pari Opportunità della regione Molise, ruolo che mi impegna, da circa due mesi e che utilizzerò affinché i Centri Antiviolenza e le Case rifugio rispettino realmente nei fatti le prescrizioni della Conferenza Stato Regioni del 2014 e della Convenzione di Istanbul, avendo conoscenza del territorio dove le donne non sempre vengono ricevute nella privacy e in luoghi dove non è consentito l'accesso ai maltrattanti e insieme a tutta la Commissione lavoreremo per promuovere in partenariato con altri Soggetti il lavoro delle donne. Le donne che mi hanno aggredita hanno utilizzando un ruolo istituzionale che ricopro ma che non mi dà diritto di entrare così da vicino nel merito della violenza sulle donne come me lo dà la conoscenza diretta del fenomeno da responsabile di un Centro Antiviolenza. Ho ricevuto consensi, soprattutto da donne straniere e specificarlo mi crea imbarazzo, tanto da portare la signora Oria Gargano ad eliminare o limitare le sue affermazioni ad un gruppo social ristretto, gesto alquanto ambiguo e poco corretto. Si è alzato un polverone solo perché pretendo di dare alle donne vittime di violenza lo stesso agio che ognuno di noi al diritto di avere? O perché ho detto che queste donne prendono meno degli stranieri e pertanto parliamo tanto di accoglienza ma in entrambi i casi vogliamo far vivere queste persone con 2/3 euro al giorno?"

Il  comunicato si è reso necessario perché Oria Gargano responsabile nazionale di Befree e l'associazione Dire avevano commentato così le dichiarazioni di Maria Grazia La Selva: Antonella Veltri, presidente di D.i.Re-Donne in Rete contro la Violenza, e Oria Gargano, presidente della Cooperativa BeFree, valutano negativamente le dichiarazioni rese da Maria Grazia La Selva, presidente della
Commissione Pari Opportunita' della Regione Molise nel corso del programma 'Conto alla rovescia' andato in onda il 7 maggio scorso su Tele Regione Molise che si e' detta "contraria alle case
rifugio" e ha parlato di "mancanza di dignita'" delle donne che ne sono ospiti perche' "devono convivere con altre donne di altre culture". Lo fanno sapere con una nota stampa la rete nazionale
dei centri antiviolenza D.i.Re e la cooperativa sociale BeFree. "Un giudizio superficiale e grossolano- dichiarano D.i.Re e BeFree- che offende tutte coloro che scappano dalla violenza eì chiedono di essere accolte nei luoghi dove la violenza viene svelata ed elaborata: a quale 'mancanza di dignita'' si riferisce La Selva? La quale va avanti con banalizzazioni e pregiudizi negando il valore della relazione tra donne che restituisce forza attraverso il rispecchiamento, una forte vicinanza e una profonda condivisione di esperienze". Continuano D.i.Re e BeFree: "La Selva giudica negativamente
l'incontro tra diverse culture che sono, al contrario, una grande opportunita' per le donne che sentono di non essere sole, fanno esperienza diretta della cultura del femminicidio che non conosce
confini, e instaurano legami profondi che spesso rimangono anche dopo che hanno lasciato la casa. “Tutto questo- aggiungono D.i.Re e BeFree- e' possibile quando si mette in campo una progettualita' che anima le case rifugio facendone luoghi di elaborazione e di liberta' invece che pareti dove fare dormire le donne e i loro figli". "I centri antiviolenza non sono servizi, non sono luoghi
neutri- precisa Antonella Veltri, presidente di D.i.Re- Sono spazi che riconoscono l'universalita' delle violenze, che non discriminano in base al colore della pelle o alla nazionalita'ì nel rispetto della Costituzione, che accolgono e accompagnano tutte le donne in un percorso di uscita dalla violenza". "Le case rifugio in situazioni di alto rischio sono una soluzione imprescindibile per salvare la vita alle donne, per le quali restare a casa propria e' impossibile come pure trasferirsi da parenti o amici dove potrebbero essere rintracciate dal violento- afferma la presidente di BeFree, che in Molise gestisce
tre centri antiviolenza e una casa rifugio. "Proprio ieri in Ogliastra un uomo, infrangendo l'ordine di allontanamento che gli era stato imposto, e' tornato di notte a casa ed ha accoltellato
la sua compagna e ucciso il figlio di lei che era intervenuto per proteggere la madre- ricorda Antonella Veltri- Le case rifugio sono espressamente previste dalla Convenzione di Istanbul che
stabilisce anche requisiti minimi per i centri antiviolenza. Da tempo attendiamo la revisione dell'intesa Stato-Regioni del 2014, dove questi criteri non sono rispettati".


Fin qui il dibattito tra le due associazioni che gestiscono l'antiviolenza in Molise. Chi scrive occupandosi di violenza non può esimersi dall'esprimere un parere personale sulla vicenda. Di certo le leggi dello Stato non tutelano le vittime di violenza come si dovrebbe. Troppo spesso all'autore del reato viene applicata soltanto la misura dell'allontanamento dalla casa comune. Quindi tocca alla donna uscire dalla casa coniugale per trovare sicurezza. Non ci sembra giusto che vada così. Si dovrebbe trovare un modo per allontanare definitivamente il maltrattante dall'abitazione fino a quel momento condivisa e permettere a donne e figli di continuare a vivere nella casa di sempre. Perché alla fine andare in casa rifugio e doversi adattare a una nuova vita, dover condividere regole e spazi soltanto per non morire non è giusto. Dovrebbero essere loro a decidere di cambiare casa e non un sistema che lascia liberi gli aggressori e costringe le vittime ad allontanarsi di casa.