MOLISE MUSICA: L'ISOLA CHE NON C'è #MUSICAMENTE - Molise Web giornale online molisano
Sogno o son desto?

Molise Musica: l'isola che non c'è #musicamente

8 e trenta del mattino, mi squilla il citofono.

Mi stropiccio gli occhi assonnati, mi stiracchio sbadigliando, le membra ancora semi-dormienti e, pian pianino, mi tiro su e vado a rispondere al citofono che continua a squillare fastidiosamente.

Lino svegliati!”, la voce di Roberto è eccitata e ansiosa. Roberto è un chitarrista che collabora con me da un po’ di tempo e rimedia anche delle serate nei locali d’Isernia e del circondario.

Apro la porta di casa e, mentre lui sale le quattro rampe di scale che lo conducono al mio appartamento, metto sul gas la macchinetta del caffè.

Davide sta organizzando un grande festival allo stadio. Ci saranno grandi personaggi, anche americani, durerà una settimana e le spese saranno tutte a carico della Regione.”

Roberto butta fuori tutto d’un fiato quanto ha da dire e mi guarda come se io dovessi fare un’esternazione importante o un commento risolutivo.

Io, con estrema flemma, verso il caffè appena uscito nelle tazzine e rimango in silenzio per raccogliere le idee.

Egli continua a osservarmi in trepida attesa.

A un certo punto, mi volto verso di lui e gli dico: “Stai tranquillo Roberto, qui siamo in Molise, un’oasi felice, sicuramente Davide ci chiamerà!

Non finisco di parlare che mi squilla il telefonino.

Ciao Lino, sono Davide” all’altro capo “ti volevo parlare di una cosa molto bella che mi hanno proposto e volevo chiederti di farne parte!

Gli rispondo, facendo il vago, ma con un sorrisetto compiaciuto, a fil di labbra, sussurro: “Ah! Ok! Dai passa di qua, ho appena fatto il caffè!

Arriva dopo un quarto d’ora (ma sembra un attimo), con l’aria felice di chi ha avuto conferma che la vita sta scorrendo nella direzione giusta.

Mi racconta del progetto in atto e propone di coinvolgere tutti i musicisti che operano nella nostra zona, eliminando ogni tipo di frammentarietà conflittuale che, in altri posti, rende impossibile la realizzazione di ogni cosa.

Solo uniti si vince!

Del resto, chi ha praticato il Buddismo, ben conosce il concetto di Itai Doshin (Diversi corpi, stessa mente) che spiega in termini semplici il concetto di sinergia.

La parola d’ordine dev’essere Unità!” afferma trionfante e aggiunge “Ognuno sarà utilizzato secondo le proprie capacità e nel ruolo che più gli compete.”

Un miracolo!

Anche l’ambiente che ci circonda sembra sorridere al sentore di questo rinnovato entusiasmo per la fratellanza e l’armonia di gruppo. Sembra di essere nell’Eden prima dell’arrivo del serpente, non in una ‘terra chiamata Molise’.

Davide aggiunge che sarò libero di metter su la situazione che desidero, potrò chiamare anche altri ospiti, scegliermi le date (naturalmente anche per gli altri vale la stessa cosa) e, l’unico obbligo che avrò, sarà solo quello di comunicargli il budget, la cui cifra sarà corrisposta regolarmente prima della prestazione artistica.

Più tardi, camminando a due metri da terra per la gioia, nel centro storico di Isernia, incontro Francesco, un contrabbassista, che mi saluta con un sorriso a trentadue denti e mi chiama fratello (fino a ieri non è che corresse buon sangue tra noi!). Più avanti Bruno, altro musicista, mi abbraccia e mi dice “Brother, che bello incontrarti!”.

Che sta succedendo? E pensare che fino a qualche tempo fa c’era un clima pessimo, chiacchiericcio e critiche alle spalle di tutti, cattiverie inventate o enfatizzate su chiunque realizzasse una minima cosa, addirittura disprezzo per i figli o i familiari… e poi sorrisetti ipocriti e ‘salamelecchi’ quando ci s’incontrava, per poi ricominciare a disprezzarsi appena passati oltre i “nemici”.

Un tempo avevo addirittura cercato di organizzare un consorzio di musicisti. Quando arrivai a Isernia, convocai a casa mia gran parte di coloro che avevano a che fare con la musica, cercando di creare un ensemble che si occupasse dello spettacolo, che uniformasse i prezzi la qualità e le prestazioni, in modo da tutelare la categoria e creare o distribuire lavoro in modo utile per tutti.

In seguito mi fu riferito che diversi elementi che avevano partecipato alla riunione così avevano commentato: “Ma chi si crede di essere Lino Rufo? Che spera di comandarci? Noi non abbiamo bisogno di capi!

Di conseguenza, questo progetto naufragò.

Ho tentato nel tempo di coinvolgere quanti più “suonatori” possibili nel mio carrozzone musicale, portandoli a suonare con me od offrendo loro concerti, anche fuori zona, con le loro situazioni personali. Il risultato è stato sempre lo stesso: diversi di loro mi hanno ricambiato con critiche alle spalle e cattiverie e mi hanno costretto a rivolgermi a collaboratori esterni, per lo più romani.

Ora la critica è diventata: “Ecco perché Lino Rufo fa cose belle, perché si prende i musicisti bravi da fuori!

Con questi preamboli, capirete che gli avvenimenti di questa mattina mi lasciano alquanto ‘basito’, non sono abituato a un’armonia spirituale così spontanea in questo girone, finora, infernale.

Stamani, sto incontrando musicisti e altre persone che mi sorridono, rimandandomi calore umano, e manifestano stima per il mio talento e le mie capacità.

Forse stanotte ci sarà stato qualche stravolgimento nel movimento dei pianeti o qualche rivoluzione strana nell’universo avvenuta mentre dormivo!

Intanto, fin quando dura, me la godo tutta. Il fatto è che non ci sono abituato e mi fa bene rilassare per un attimo il mio spirito ferito,  sempre ‘in campana’ a ogni segnale.

Mi viene da canticchiare Life is beautiful… di Keb’ Mo’.

Saltello, sorrido, mando bacetti a tutti e ringrazio l’universo per avermi regalato il privilegio di vivere qui, in questo Paradiso sconosciuto al mondo.

Mi dico che sono stato stupido a pensar male di un ambiente così caldo e accogliente: forse era il mio atteggiamento che creava un po’ di ostilità intorno a me!

Mentre mi pongo questi dubbi e mi faccio ragionamenti vari nella testa, entro distrattamente in un portone del centro storico che non conoscevo.

All’interno, mi trovo in un ambiente che non riconosco, ma, allo stesso tempo,  in qualche modo mi è familiare. Un grande androne presieduto da un’ampia balconata a cui si accede salendo i gradini di una doppia scalinata che sale a sinistra e a destra del locale.

In cima al terrazzo una mia compagna delle scuole medie che non vedo da quarant’anni almeno, Adele, è appoggiata alla balaustra. Salgo di corsa le scale per salutarla, ma, mentre mi avvicino, lei si allontana e, all’improvviso, comincia a franarmi il terreno sotto ai piedi. Mentre precipito, perdo a poco a poco conoscenza.

A un certo punto, sento una voce da lontano che si avvicina sempre di più, aumentando il volume, e  pronuncia il mio nome: “Lino, Lino, Li… L…!

Apro gli occhi e vedo, nella semi oscurità della stanza, il volto di mia moglie che mi porge una tazzina di caffè.

Stavo sognando, ma la sensazione era che il mio viaggio onirico fosse tutto reale.

Mi vesto in fretta e porto giù il cane.

Il vicino mi guarda storto. Un commerciante misura con lo sguardo la distanza dal muro dove ha fatto i suoi bisogni il mio quadrupede, che ho diligentemente raccolto, pronto ad attaccar briga. Incontro un paio di amici musicisti che, oltrepassandomi, cominciano a parlottare lanciandomi sguardi (non oso immaginare cosa si stiano dicendo o non voglio). Qualcuno inchioda di colpo l’auto mentre attraverso la strada, lanciando imprecazioni irripetibili. Due amiche pettegolano del più e del meno, lanciando sguardi infuocati a qualche ragazzo che passa. Una Maserati parcheggia davanti al bar, mentre una Porsche continua lo “struscio” lungo corso Garibaldi. Su piazza Celestino V, all’ombra della Fontana Fraterna, iniziano a tirar fuori i tavoli per l’aperitivo e alcune donne si affrettano a uscire dalla messa di mezzogiorno in Cattedrale per andare a preparare il pranzo.

Le facce delle persone che incontro sono scure, provate, altezzose, cariche di sufficienza e critiche.

I terrestri di qui guardano troppo gli altri per essere cittadini, sono eccessivamente vestiti a festa per non sembrare provinciali, ostentano troppo per ingannare sguardi esperti: benvenuti nella realtà!