SAN PARDO #INIZIALMENTE - Molise Web giornale online molisano

San Pardo #Inizialmente

Larino, 25.26.27 maggio 2021, San Pardo si accontenterà dei ricordi del passato nel pensar che il futuro sia incredibilmente più splendente, ma è già il secondo anno di silenzio.

Nell’imbattermi in “ Viaggio nel Molise “, come fece Jovine, si Francesco Jovine del rinato Parco Letterario, il giornalista, scrittore, narratore di un Molise sempre vivo ma sempre pronto a portar del trono i lagni di un popolo senza ancora la voglia di viverlo per sempre,  mi sovvien l’eterno, e domanda mi pongo : Si può essere innamorati di una tradizione così da piangerne la sua momentanea “ dipartita ?” . Mi rispondo come d’appresso.

Il Molise senza le sue tradizioni non sarebbe tale. Sarebbe una regione amorfa , senza tempo e senza la sua gente. Larino è una dei simboli di una tradizione “ pura “, “ semplice “, “ viva “, mai doma. La gente vive per tornar bambini nel mondo dei ricordi di una vita senza schemi, senza invidie, gelosie ma, piena di colori, rumori, assonanze, rivalità ed amicizia fusa in amore. Nessun si perde per strada. Essa, lunga ma decisamente percorribile, non lascia indietro nessuno. Vive del presente , decisamente,  guardando sempre al passato; quello dei tempi migliori. Racconti tramandati oralmente da avi che entrano nei cuori di giovani aitanti, che minan le menti, rendono innovativi e passionali quei trascorsi che, al sol pensiero, si diluiscono in lacrime di passione, di gioia, di partecipazione alla vita della comunità. Lorenzo Di Maria, giovane Larinate o Larinese, come meglio si voglia porre l’appellativo dell’essere di una splendida cittadina piena di storia, arte e tradizione, vive tutto questo. Lo fece l’anno passato e quest’anno ancor di più va ricordato. Parla del passato per arrivare a goder di un presente dal sapore di unicum : la sospirata libertà. Rimira e intreccia vite dedicate ad una delle manifestazioni che tra religiosità e folklore, rende davvero e magicamente “Liberi.” Liberi di sognare, di volare, di goder di quella tradizione più viva che, vividamente accende ogni cuore , ogni strada, ogni pietra che affoga ogni suo dolore in un mare di carri colorati, pieni di festanti fiori di carta che ubriacano all’odor di mani dal sapiente comporre petali, steli e pistilli. Quel mare che defenestra il mostro e fa si che il Principe Azzurro vinca su di esso e sfondi quel portone chiuso alla grettezza di un uomo mai soddisfatto e mai decisamente “ puro “. Lorenzo Di Maria canta benissimo la sua canzone preferita, quella di una festa piena di rumori, di parole, di sguardi, di letame , di sapori forti ma mai fuori luogo e sempre pronti a fornir all’olfatto, l’odore della Libertà di un giorno dedicato all’Amore vero per la propria città, per la propria gente, per il Santo Patrono, che mai è li fermo a rimirar le genti e goder da solo la sua festa. E’ la festa di tutti, soprattutto di chi mai ha rimirato tanta bellezza. Dalla piazza vuota si senton i rumori di campane, di carri che , trainati da buoi, ordiscono trame di assordanti “rintroni” che stordiscono sino all’abitudine. Non guastano ma inebriano come l’odore di sterco, forte ma significativo. Senza tutto ciò non sarebbe festa, non sarebbe possibile viver la felicità dei carri vestiti a festa. I carri si avvicinano, i canti dei carristi che accompagnano il busto del Santo seduto in bella vista sul carro n. 1, quello prescelto, le odi si innalzano in cielo e San Pardo, felice farà sicuramente la “Grazia” tanto attesa e tanto nella preghiera richiesta. Il rumore dolce ma cupo delle ruote dei carri si confonde con quello dell’organo della Cattedrale. Ci si incammina tutti in fila verso la piazza dove la banda suona allegramente e porterà la festa alla sera e sino ai colpi dei fuochi d’artificio. Tra la gente la curiosità è tanta e tutti si domandano chi allieterà la nottata. I Santi entrano tra la tripudiante gente ed i colori inebrian i cuori. Ma, un velo di malinconia ed una lacrima avvolge il viso di chi spera che tutto questo possa esserci quest’anno. Non è così purtroppo ! Quest’anno ci sarà ancora silenzio, ed il silenzio sarà la tomba per tutti, per il secondo anno consecutivo. La tristezza traspare ma il cuore è sempre li, a rimirar l’eterno ed a pensar che la vita è un passaggio, com’è la processione. Tornerà più forte di prima, come un perduto amore? Non è più un’affermazione ma una domanda, purtroppo! Ed allora, si torna ad aspettare, pregare, e non dimenticare ciò che della vita ne fa “ una bella vita “. Chiudiamo gli occhi, si faccia silenzio, e anche quest’anno, San Pardo farà sentire i suoi rumori, i suoi profumi e le festanti genti che dichiarano indissolubile amore al Santo ed ad una Larino dal sapore di Antico. Larino è San Pardo, San Pardo è Larino. Auguri ed arrivederci al 2022, sarà ancora più “ Bello “, ma stavolta sarà decisamente verità!

 

R’mur’

di Lorenzo Di Maria

 

N’i sient’ i r’mur’ p’a vij’?

Zitt’ zi’: edduos’ i campan’.

Quand’ son’n e scd’vallun’ t’ r’ntr’mm’lej a cocc’.

Ma po t’ c’ ’bbitue. Subb’t.

N’a sient’ a ‘ddor da mmerd’?

Scin, ma quell’ jè a natur’.

E po vid’ quant’ so bbiell’ ’lli hhjur’.

Ma quell’i fa bbiell’ tutt’ l’ann’,

e tutt’ l’ann’ d’ n’ata maner’.

N’i sient’ i vacch’?

A dduj’ a dduj’, sott’ u juov’.

“Zicch’l, zicch’l!”

“E mmen Ssuntì, p’ la majell’!”

N’a sient’ a carres’?

E santo Pardo vuole ’l suo onora.

E po u piezz’ ca m’ fa semp’ chiagn’…

Tocca carriero mij ’ssu carr’ d’amora.

N’u sient’ l’organ’ ’nda chiesj’?

Le voci alziam di giubilo. Fu Pardo il santo apostolo.

E di Larino il popolo. Pardo ci sii propizio.

’Ssa canzon’ s’ po sul’ l’cquà. Ch’ tutt’a voc’.

N’u r’canusc’ u r’mor’ d’i rot’?

“Ué, tir’a mart’llin’, tir’ tir’!”

N’i vid’ ch’ trasc’n p’ via Seminarj’?

“G’rat’l bbuon’ ssu carr’!”

N’a sient’ a band’ ch’ son’?

Senza, n’ par’ fesct’.

“Chi vé masser’ e cantà?”

“U spar’, oh! È già ng’m’nzat’…”

N’i vid’ i sant’ ’mbr’gg’ssion’?

“Uajù, jamm ca ecch’ c’n’ vonn’ duj’ p’ San G’sepp’,

ca quill’ pes’!”

N’u vid’, ell’ p’ miez’, Sant’ Primian’?

“Genta pess’m’ d Larin’.”

Ma pu a nott’, nu camp’sant’,

canta Larino a te.

No, quest’anno nz’ ved’ n’sciun’,

nz’ sent’ nient’.

I luc’. I q’lur’. I ddor’. I campanacc’. A cart’ p’i hhjur’. U m’rlett’. A scambagnat’.

U fridd’. U call’. U s’dor’. A fatich’.

Mo zs’ n’ parl’ l’ann’ ch’ vé, se Dij’ a vo.

Ma quant’ si fess’!

T’ si sq’rdat’ com’ dic’ a canzon’?

Immoto resterà.

T’i si sq’rdat’ i statue d’i sant’?

Ndo sctà a cchiù bell’ d’ tutt’ quant’?

Sctà p’ llut’m, jè a lut’m ch’ esc’, jè a lut’m a rr’trascì.

Zs’ fa sp’ttà.

Com’a primaver’, com’u ver’amor’.

E se na vot’ zomp’, n’ ffa nient’.

P’cché u cor’, quill’, sctà semb’ llà.

Dduos’m bbuon’:

Larin’ jè San Pard’. E San Pard’ jè Larin’.

E mo sctatt’ zitt’! N’i sient’ i r’mur’ p’a vij’?

N’i sient’ i campan’?