C’È UN POSTO A TAVOLA: CONCEZIONI DI AVICENNA, SAN TOMMASO, AL-GHAZALÌ, AVERROÈ - Molise Web giornale online molisano

C’è un posto a tavola: concezioni di Avicenna, San Tommaso, Al-Ghazalì, Averroè

Diversa è stata la prospettiva dal punto di vista filosofico, invero la cultura Araba, soprattutto nel Medioevo, intorno al 1100 e sino al 1200, ha avuto un importante sviluppo grazie alla presenza di esponenti del mondo arabo, in particolare Avicenna ed Averroè che hanno tradotto in arabo ed ebraico, prima ancora degli stessi ebrei, Aristotele e lo hanno poi commentato. Il riferimento maggiore della filosofia avicenniana è rintracciabile nel pensiero platonico, seppur con qualche nobile influsso aristotelico.

Significativo, ad esempio, è il fatto che secondo Aristotele l'essere sia un'idea necessariamente presente alla mente umana, benché, di norma (nel senso che è così per la quasi totalità degli esseri umani), essa sia acquisita tramite l'esperienza. Ma se un uomo fosse completamente privo di percezioni sensibili, egli avrebbe comunque l'idea dell'essere, perché percepirebbe la propria esistenza. Ma la tesi più importante della filosofia avicenniana ripresa dal filosofo antico è l'idea di necessità: tutti gli enti, per lui, sono necessari, ebbene necessaria è la creazione. Appunto questa è la tesi che lo mette in rotta di collisione con l'ortodossia islamica, per la quale la creazione è un atto libero di Dio. Per Avicenna invece Dio che è il Bene assoluto, non può non irraggiarsi attorno a Sé, creando altri esseri, finiti. Ne segue che Dio crea ab aeterno, e dunque che il mondo finito è eterno esso stesso.

Avicenna riprende un’altra tesi aristotelica riguardante il rapporto tra essenza ed esistenza, che venne dibattuta spesso in Occidente nel XIII secolo. Per Avicenna l'esistenza è sì distinta dall'essenza, ma come un suo accidente. Come capita, accidit, che una cosa sia di quel colore, di quella forma, di quel peso, in quel luogo, in quel momento, così capita che esista. L'esistenza viene così posta sullo stesso piano di qualità, quantità, relazione, spazio, tempo. Ben diversa sarà la teoria dell'esistenza di Tommaso d'Aquino, che vedrà nell'essere non certo un accidente, qualcosa di secondario, ma la perfezione suprema, il perfectissimum omnium.

Prosegue Avicenna che Dio non crea immediatamente il mondo materiale: prima di tutto da Lui emanano le prime Dieci Intelligenze, esseri puramente spirituali. L'ultima di queste e inferiore è quella che egli chiama il dator formarum, il "datore di forme", che infonde nella materia la forma ed esercita anche la funzione di Intelletto Agente, quella stessa capacità di cui Aristotele aveva parlato, per cui il pensiero umano può astrarre l'intelligibilità dal dato sensibile, sollevandosi al di sopra del qui-e-ora. Anche questa teoria pone Avicenna in contrasto col Corano, perché, se coerentemente affermata, implica la negazione dell'immortalità personale (infatti se ogni individuo umano non ha un suo proprio intelletto agente, ma si avvale di una intelletto agente separato, comune a tutti, non ha in sé un fattore superiore alla caducità della materia).

Tuttavia, in entrambi i casi Avicenna negò di volersi mettere in contrapposizione all'Islam e sostenne, poco coerentemente con le sue tesi filosofiche, tanto l'immortalità personale quanto la distinzione tra Dio e il mondo creato. Peraltro, un paio delle sue ammissioni apparvero quanto meno ambigue: l'immortalità in effetti è un ritorno all'Intelligenza universale ed è concepita in termini di conoscenza intellettuale, e la distinzione tra Dio e il mondo è affidata alla scissione piuttosto fragile, tra essenza ed esistenza. Siffatte conoscenze rimasero per lungo tempo ignote ai latini, al mondo dei discendenti della dea Europa; d’altronde quest’ultimi non avevano conosciuto durante tutto il primo Medioevo Aristotele nella lingua originale, ad esclusione di qualche sporadica eccezione ed è così che, su impulso e grazie all’interessamento di San Tommaso d’Aquino, Aristotele fu fatto tradurre dal greco antico e introdotto nel mondo occidentale. San Tommaso nell’opera di traslitterazione dal greco al latino si avvalse dell’apporto di un suo confratello fiammingo Guglielmo di Moerbeke, così facendo si è potuto avere a disposizione gli scritti integrali del filosofo Aristotele. Quindi, emergerebbe un punto d’incontro, di forte leganza tra la scolastica-tomistica che  è la filosofia per eccellenza del cristianesimo, e la filosofia araba (non musulmana). Così dicendo la curiosità ci porta ad una inevitabile e necessaria domanda:

Per quale ragione la sapienza non musulmana?

Infatti dopo Avicenna, venne un teologo, morto all’incirca nel 1198, un certo Al-Ghazalì,il quale condannò in blocco la ragione, la filosofia, in quanto era un fondamentalista teologico. Egli dichiarava che occorreva studiare solo il Corano e bisognava ripudiare ogni speculazione, ogni studio razionale del dato rivelato, ossia del Corano; questi, pertanto, ha preso il predominio nel mondo arabo eclissando non soltanto Avicenna ma anche Averroè, del quale parlaremo a breve, imponendo una teologia votata ad interpretare il Corano alla lettera, senza alcun margine d’interpretazione; contrastò Al-Farabi ovvero Averroè e Avicenna in nome dell'ortodossia maomettana. Significativo è il titolo di una sua opera Destructio philosophorum. In un'altra opera intitolata Rinnovamento delle scienze religiose il teologo sostenne, contro Avicenna, la creazione del mondo ex nihilo e nel tempo. Nella sua polemica anti-razionalistica sostenne anche la causalità divina come unica causalità (ossia fu occasionalista): non è una realtà creata a causarne un'altra, ma Dio causa tutto, immediatamente. Questo afflato mistico era legato alla personale spiritualità di AlGhazalì, che era un Sufi e che ad un certo punto della sua vita, abbandonata Bagdad, si ritirò a vivere in modo ascetico in Siria. Non disdegnò, in tal senso, di nutrirsi anche di idee esterne all'islam, come l'ebraismo e il cristianesimo.

Così dicendo potremmo considerare Al-Ghazalì un esponente dell’estrema destra, mentre Averroè come esponente della estrema sinistra. Averroè, oltre che conoscitore di filosofia e medicina (latinizzazione di IbnRushd), studiò diritto e negli ultimi anni della sua vita (dall'82) fu medico del Califfo di Cordova, finché non cadde in disgrazia, morendo in esilio, in Marocco, nel 1198. Massimo pensatore arabo espresse al riguardo il seguente concetto: “Solo ragione niente fede, la ragione è più importante della fede”, in cui, commentando Aristotele, affermava che la filosofia è superiore alla rivelazione e alla religione, perciò l’anima dell’uomo non è immortale, c’è un solo intelletto agente comune a tutti gli uomini, solo questo è effimero. Dio non è trascendente ma è immanente, ossia è nel mondo, quindi scivola nel panteismo (Dio e il mondo sono una sola cosa); è la così chiamata “teoria delle due verità”, la quale affermava che vi è una verità per la teologia contraria a quella per la filosofia, in ogni caso entrambe possono essere vere seppure dicano l’opposto.

Quindi tra la sana filosofia di Aristotele, come l’aveva commentata San Tommaso e la stessa filosofia, come l’aveva commentata Averroè non v’è dialogo, mentre con Avicenna si è riscontrata una forte compatibilità, di fatto il concetto di necessità rimanda a ciò che non può essere altrimenti. Eppure sarà ancora una volta Tommaso a dedicare un’ampia trattazione al tema. Egli partì dalle quattro cause di Aristotele e distinse quattro tipi di necessità: materiale, formale, finale, efficiente. Una delle cinque vie per dimostrare l’esistenza di Dio si basa proprio sul rapporto necessario/possibile. Ma Tommaso per tale dimostrazione fa riferimento, come gran parte dei suoi contemporanei, alla dottrina di Avicenna che distingue tra ciò che è necessario per sé, e ciò che è necessario in rapporto ad altro come effetto o causa. Per questo motivo dunque la possibilità si diversifica dalla contingenza non solo perché non è necessaria per sé ma anche perché non lo è per altro da sé, dunque non sfiora minimamente il concetto di contingente.

Se in Avicenna troviamo un tentativo di sintesi tra platonismo e aristotelismo, seppur prevalente il riferimento allo Stagirita, di cui fu detto (ad esempio da Tommaso d'Aquino) il Commentatore per antonomasia, e se in Avicenna le tensioni con l'ortodossia islamica venivano coperte da un formale ossequio, in lui viene messo esplicitamente a tema il rapporto tra ricerca filosofica e credenza religiosa, con la teoria divenuta celebre sotto il nome di doppia verità. La soluzione proposta da Averroè è che la verità della ragione può contraddire quella della fede, senza che ciò impedisca di considerarle vere entrambe.

Secondo Copleston (Storia della filosofia, Paideia, Brescia, vol. II, p. 260) ciò non significa però una totale equivalenza di due tesi contraddittorie, bensì che la credenza religiosa comprende allegoricamente e imperfettamente ciò che la filosofia comprende chiaramente. Secondo lo studioso inglese insomma Averroè avrebbe anticipato Hegel, seguendo la gnosi. Peraltro, se nella sostanza questa interpretazione è vera, la teoria della doppia verità venne formulata in modo molto più sfumato che in Hegel, se non altro per prudenza, onde evitare condanne da parte delle autorità religiose maomettane.

* Eternità e necessità del mondo

Certamente per lui la filosofia aveva un primato sulla teologia, e Aristotele andava seguito anche dove contraddiceva l'insegnamento del Corano, ad esempio, nella tesi della eternità del mondo. Questa tesi contrasta con la dottrina coranica (come del resto anche con l'insegnamento biblico), che sostiene che il mondo non è sempre esistito, ma ciò non impedì ad Averroè di sostenerla. Tuttavia, egli non nega che sia Dio a creare il mondo, solo che lo crea dall'eternità, e quindi eterno è il mondo che è oggetto di un atto eterno. Come Avicenna, anche Averroè sostiene che l'atto creatore non è libero, ma necessario. E anche questa è una tesi contrastante con la teologia islamica, benché trovi qualche presupposto.

* Unicità dell'intelletto agente

Un'altra tesi su cui Averroè preferisce seguire Aristotele piuttosto che il Corano è la negazione dell'immortalità personale. In effetti per lui uno solo è l'intelletto agente, comune per tutti gli individui umani, nei quali perciò non esiste un fattore immateriale. Dunque l'individuo è mortale, quando muore il corpo muore tutto della persona singola. Resta solo quella realtà superindividuale che è l'Intelletto Agente. Così la vita ultraterrena è radicalmente negata. Purtroppo, nonostante i considerevoli passi compiuti dai pensatori arabi, con la svolta di Al-Ghazalì, che eclissò sia Averroè sia e soprattutto Avicenna, la conoscenza araba trovò una battuta d’arresto, nel mentre la filosofia scolastica europea progredì. Quello che poteva diventare il punto di contatto con la cristianità medievale non produsse i frutti sperati. Così detto dal punto di vista geopolitico il mondo arabo va a prendere una particolare struttura “fisionomica” che ben presto così verrà inquadrata.

La genesi di ciò va ricercata in un nazionalismo arabo, il quale dopo l’invasione di Napoleone dell’Egitto, nei primi dell’Ottocento, venne a formare un movimento arabo che volle essere fedele alla tradizione e alla cultura araba (non dimentichiamo le loro conoscenze nella geometria, nelle matematiche, nella aritmetica, nella filosofia, nella medicina e nella stessa architettura), mentre gli Occidentali intesi in Europei che, nel frattempo, avevano rinnegato i valori del Medioevo e della cristianità, si erano laicizzati facendo propri i valori dell’Illuminismo, del liberalismo. Costoro diffusero sia un progresso tecnologico, che fu accettato dal nazionalismo arabo, ma soprattutto portarono uno stile di vita, una filosofia razionalista e una morale molto aperta all’immoralità e alla decadenza che non fu accolta dal mondo arabo.

Di conseguenza il mondo arabo si oppose al liberalismo, contro l’illuminismo e la Rivoluzione Francese, atteggiamento che assunse la stessa chiesa Cattolica. In questo è possibile scorgere un punto di vista geopolitico comune tra cattolicesimo e pan-arabismo. L’inflessibile mancanza di dialogo portò alla nascita del partito arabo chiamato Baath, derivante da una formazione europea, nello specifico quella francese, molto simile al nazionalismo sociale europeo, in particolare in Italia con Mussolini, in Spagna con Franco e in Portogallo con Salazar; si potrebbe inserire nell’elenco anche la Germania del cancelliere Adolf Hitler, ma quest’ultimo era nazionalista-socialista e pangermanista ovvero neopagano.

Numerosi movimenti nazionalisti ascesero al potere e sino al 1990 diressero il vicino Medio-Oriente, la Palestina e la Siria, poiché vicini all’Europa e in particolare all’Italia e Medio Oriente con Iraq e Iran, poi l’Estremo Oriente: l’India e la Cina, ecc. Di conseguenza il Vicino e Medio-Oriente ebbero dei regimi fondati sul partito Baath di matrice nazionalista, i quali non erano fondamentalisti religiosamente e quindi erano tolleranti nei confronti del Cristianesimo, tant’è vero che in Iraq con Saddam Hussein c’era libertà di culto per i cristiani, così nella Siria di Assad c’era libertà di culto per i Cristiani, prima che le bombe dei gruppi terroristici portassero il massacro. La stessa storia si è ripetuta in Libia con Gheddafi e in Tunisia con Ben Alì.

Questi sono stati dei movimenti pan-arabi nazionalisti, in Egitto con Nasser o con Mubarak con i quali si poteva intessere un dialogo. Furono d’ispirazione islamica, ma non erano fondamentalisti, non imponevano la Sharia, lasciavano una certa libertà di culto e tolleranza nei confronti del Cristianesimo. Tanto è vero che in Iraq, il ministro degli esteri di Saddam Hussein, Tareq Aziz, fu un ministro dell’Iraq pur essendo Cattolico.

Ecco che, con il 1990, si sviluppano questi movimenti terroristici i quali considerano il loro obiettivo fare la rivoluzione permanente, mondiale, grazie a “islamisti” che non hanno una religione islamica, ma una ideologia politica islamista di cui si servono per portare la guerra nel mondo intero, nei vari paesi la guerriglia, la guerra civile nell’Europa e nell’America con attentati, e devono soprattutto sovvertire e attaccare quei paesi in cui regnava il nazionalismo arabo. Ribadendo che dal punto di vista religioso non v’è nulla in comune tra Oriente e Occidente, sarebbe pertanto ipocrisia dire: “parliamo con un musulmano”, poiché il cristiano crede nella divinità di Gesù Cristo, mentre il musulmano lo reputa un profeta; dal punto di vista filosofico, invece, la corrente di Avicenna, con la grande Scolastica e lo studio di Aristotele, è in piena sintonia. Quello che può accomunare l’Europa al mondo arabo è un certo tipo di Europa, l’Europa tradizionale che si rifà alla Grecia antica, a Platone e Aristotele, alla Roma antica e alla Roma dei Papi con la filosofia dei padri della Chiesa, Sant’Agostino, la Scolastica, San Tommaso d’Aquino, perché qui rintracciamo un punto d’incontro.

Rivangando le affermazioni, perdura il pensiero di un fondamentalismo teologico che è stato quello di AlGhazalì; si osservi ulteriormente che la parola “fondamentalismo” è d’origine protestantica, non è assolutamente musulmana. I protestanti americani nell’800 dicevano che bisognava ricorrere ai fondamenti della Bibbia, quindi, leggere la Bibbia “materialmente”, come Al-Ghazalì diceva che bisogna leggere il Corano, a “piè de lettre”, come le lettere suonano, senza dare un’interpretazione. Ebbene, questo fondamentalismo protestante, che poi ha fatto proprio l’America in funzione anti-europea e anti-cattolico-romana, noi lo ritroviamo nel mondo arabo, in Al-Ghazalì, il quale era un teologo che nondimeno ha escluso lo studio della teologia per il solo Corano; ebbene questo fare lo rintracciamo in alcuni gruppi terroristici.

Si tratta di un fondamentalismo di matrice puramente ideologica che non ha nessuna base teologica. È un’ideologia politica che deve scardinare le reliquie che ancora stanno in piedi in Europa, ovvero scardinare la Cristianità in Europa.

Quindi, un mondo arabo che è moderato e che è nazionalista, vuole il bene della propria patria, ed è d’ispirazione musulmana perché sono arabi, non sono islamici fondamentalisti, dal momento che nelle viscere dell’Islam prolifera il verme del fondamentalismo, quell’Islam che con Maometto conquistò mezzo mondo con la scimitarra, quindi nell’Islam c’è questa carica di conquistare il mondo con la spada e non con la predicazione; invece, nel movimento arabo del 1800-1900, Baatista e nazionalista, non v’è più questo intento di soggiogare con la spada, ma vi è la volontà di assorbire la tecnologia dell’Europa e degli Stati Uniti d’America, far avanzare il proprio paese arabo, restando fedeli alle tradizioni arabe e islamiche, senza ricorrere alla forza, alla Sharia e alla scimitarra.

Facendo un passo indietro nella storia, per comprendere meglio non siamo dimentichi nel rimembrare che il mondo arabo, nell’anno 732 d.C, fu bloccato a Poitiers, in Francia, diversamente sarebbe penetrato in Europa; Carlo Martello così facendo riuscì a fermare i musulmani fondamentalisti che volevano portare l’Islam con la scimitarra, poi nel 1571, con la battaglia di Lepanto, in cui la Cristianità sconfisse la flotta turca  che altrimenti avrebbe poi conquistato l’Europa. Mentre nel 1683, durante l’assedio di Vienna, il generale polacco Sobieski riuscì a sbaragliare l’esercito turco di molto più numeroso; se tutto ciò non fosse avvenuto, l’Europa oggi sarebbe stata di cultura islamica. Tuttavia, in seguito, vi furono delle tappe positive nel mondo arabo, non bisogna confondere l’arabo con l’Islam, non bisogna per questo motivo identificarli (l’arabo inteso come una persona con la quale si poteva e può parlare, convivere e non presenta importanti problemi). Il fondamentalismo come era stato partorito divenne ormai sormontato e superato.

In questa indagine si è potuto carpire i concetti che potevano essere di coagulo tra Europa e il mondo arabo. Noi europei abbiamo come radici la Grecia, Platone, Aristotele, Roma, Seneca, Cicerone, sant’Agostino, san Tommaso d’Aquino; queste sono le nostre radici. Di contro il mondo anglo-sassone, soprattutto l’America, ha fatte proprie le radici del Protestantesimo, un mondo che è nato nel periodo 1600-1700. Infatti, in quegli anni germoglia un mondo giovane, il liberismo, la massoneria, cui si aggiunse il giudaismo allignato particolarmente in America, essendo considerato un paese molto ricco in cui si poteva fare agevolmente fortuna e dal quale si poteva, poi, con le banche, dominare il mondo intero. In tutto ciò, ci sembra significativo che la filosofia araba non riesca ad effettuare una credibile sintesi tra fede e ragione, oscillando tra il prevalente razionalismo di Avicenna e Averroè e il misticismo di Al-farabi e Al-Ghazalì (nemmeno in questi ultimi per la verità privo di elementi eterodossi). In effetti si può parlare di filosofia araba, ma non di filosofia musulmana. Avendo una concezione di Dio come abissalmente distante dall'uomo, la conciliazione tra ragione filosofica e credenza religiosa diventa più che problematica. Da notare che proprio in questa difficoltà di rapporto tra credenza maomettana e riflessione razionale ci sia una delle principali radici culturali della difficoltà dello stesso mondo islamico a rapportarsi dialogicamente con altre culture e con la storicità. Si erge quindi istintiva la domanda:

Come mai proprio questi paesi, in cui il movimento arabo d’ispirazione islamica poteva dialogare col Cristianesimo su basi culturali e non su basi teologiche sono stati vittima della ferocia degli attacchi terroristici?

Questo è il problema che ci troviamo davanti.

 
di Matteo Iorio e Guido Rossi