ICTUS EMORRAGICO, CI SI POTRÀ CURARE SOLO FUORI REGIONE: LA POLPETTA AVVELENATA DAL PIANO OPERATIVO SANITARIO - Molise Web giornale online molisano

Ictus emorragico, ci si potrà curare solo fuori regione: la polpetta avvelenata dal Piano Operativo Sanitario

di Antonio Di Monaco
La montagna, questa volta, non ha partorito il classico topolino, ma un'imponente spada di Damocle sulla salute dei molisani. Nel Programma Operativo 2019-2021 della Regione Molise - che il presidente, Donato Toma, ha presentato in pompa magna ancorché atteso da ben tre anni - è stato stabilito che il trattamento di secondo livello dell'ictus emorragico - che è anche quello più costoso - sarà dirottato nelle aziende ospedaliere "Rummo" di Benevento e “Ospedali Riuniti di Foggia". Nel documento si parla della riqualificazione delle reti tempo-dipendenti (trauma, ictus, emergenze  cardiologiche, terapie intensive, STAM e STEN) attraverso la "stipula accordi interregionali - si legge testualmente - per la centralizzazione del paziente con ictus emorragico con strutture extraregionali quali azienda AO 'Rummo' – AO Benevento e con l’AOU 'Ospedali Riuniti di Foggia' che dovranno essere conclusi entro la fine del 2021". Ciò significa che la mobilità passiva sanitaria, ossia l’indice di fuga dal Molise, aumenterà e per la Regione rappresenterà una voce di debito perché, ogni anno, la Regione che eroga la prestazione viene rimborsata da quella di residenza del cittadino. Tuttavia, a carico del paziente e della sua famiglia restano (come minimo) le spese per la visita dallo specialista che lo opererà (la mobilità riguarda prevalentemente l’attività chirurgica), le visite di controllo dello stesso specialista, le spese di viaggio, le spese di soggiorno per i familiari e i farmaci di fascia C spesso prescritti alla dimissione.
 
In soldoni, il Piano Operativo non è che un riordino meramente ragionieristico della materia sanitaria in un territorio con enormi criticità come l’invecchiamento della popolazione, l’aumento della cronicità, lo spopolamento, la bassa intensità abitativa, il complicato assetto orografico e la viabilità inadeguata. L’emergenza pandemica si è dimostrata un gigantesco amplificatore dei difetti strutturali del comparto, già provato dal progressivo depotenziamento e dallo smantellamento di servizi esistenti, in aggiunta alle croniche e storiche carenze soprattutto della sanità territoriale, mai pienamente avviata e strutturata.