CENTRI PER L'IMPIEGO, ZERO ASSUNTI IN MOLISE E POLITICHE ATTIVE INESISTENTI - Molise Web giornale online molisano

Centri per l'Impiego, zero assunti in Molise e politiche attive inesistenti

di Antonio Di Monaco
I Centri per l'Impiego del Molise, secondo i dati del ministero del Lavoro, allo scorso 30 giugno, risultano ancora a quota zero assunti insieme con quelli di Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia e Sicilia. Un dato che mette a forte rischio la posta in gioco di 6,6 miliardi che, con il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, si vuole destinare proprio alle politiche attive per il lavoro. Ma per ottenerli tocca rispettare gli impegni presi con l’Europa a partire proprio dal potenziamento dei centri per l’impiego: dal 2019 dovevano essere assunte 11.600 persone da affiancare alle 8mila già presenti, ma ad oggi ne risultano assunte 949, pari all’8%. Inoltre, nella stragrande maggioranza dei Centri per l’Impiego, finora hanno fatto solo pratiche burocratiche e non politiche attive. Per aiutare i poveri a rimettersi in pista e cercare lavoro servono forze adeguate, un metodo organizzativo condiviso fra le Regioni e l’applicazione delle regole. E, se necessario, commissariare le Regioni che non riescono ad assicurare livelli essenziali delle prestazioni, come è previsto dalle norme.
 
Infatti, la condizione per percepire il reddito è quella di firmare il patto per il lavoro impegnandosi a mettersi a disposizione dei Centri per l’impiego. Ebbene, questi patti, ad oggi sono stati stipulati solo con il 31% degli inviati a queste strutture. È vero che da aprile a luglio 2020 era stato sospeso l’obbligo di presentarsi ai centri a causa del lockdown, ma è passato più di un anno e nulla può giustificare una percentuale così bassa. In nessuna regione è mai stata applicata la "condizionalità" scritta nella legge: se rifiuti il lavoro, perdi il reddito. Per impedire che avvenga questo, occorre che a dare l’assegno e a controllare che il percettore di reddito si dia davvero dato da fare per trovare lavoro sia lo stesso ente, come avviene per esempio in Germania e in Francia. In Italia, invece, l’Inps dà l’assegno e i centri per l’impiego i servizi.
 
Inoltre, la legge dice che un’offerta di lavoro è "congrua" – e quindi se la si rifiuta il reddito viene tagliato o addirittura tolto – se il contratto è a tempo a indeterminato e garantisce almeno 858 euro al mese. Al contrario, i contratti a termine o a tempo determinato possono essere rifiutati infinite volte e nessuno potrà mai far decadere il reddito perché è la legge stessa a non considerali "congrui". Tuttavia, il 59% dei percettori del reddito non ha mai lavorato o non lavora da anni. Reinserire queste persone con un contratto indeterminato è ai limiti dell’impossibile. Sarebbe quindi ragionevole inserire anche questi tipi di contratti tra le offerte congrue. Eppure, le aziende che assumono un percettore di reddito hanno diritto a detrazioni contributive. Ma questi incentivi hanno agevolato le assunzioni solo dello 0,1%. Dunque, va da sé che un’azienda seria assume qualcuno se è convinta che sappia fare bene il lavoro, non certo perché c’è uno sconto sui contribuiti. Ma qui la grande assente è la formazione, rimasta una delle tante promesse disattese.