Mercoledì - 30 Novembre 2022

PACI – Premio Auditorium Citta’ d’Isernia: il ritorno dopo due anni

Dopo due anni di sosta causati dall'emergenza sanitaria, torna in allestimento  PACI – Premio Auditorium Citta’ d’Isernia, il progetto artistico e culturale di settembre nel capoluogo di provincia. L’inaugurazione della mostra d’arte che quest’anno ha come tema il rapporto tra centro e periferia, intesi come luogo fisico e dell’anima, si terrà venerdì 2 settembre dalle 18.

«Rispetto al nostro centro biologico tutto ciò che non è il nostro corpo proprio è fuori di noi, è già alla periferia.  E allora da cosa nasce il bisogno di cancellare il centro fisico? - inizia così un estratto dal testo di presentazione di Antonio Pallotta, Direttore Artistico della mostra - Nasce, io credo da una condizione biologica deficitaria e quindi da una intenzione di potenziamento della dotazione naturale.

Non è il nostro esserci già un decentramento rispetto all’atto originario dell’origine? (come del venire al mondo). In tal senso, io credo, che la condizione precipua dell’uomo sia da subito quella dell’altrove. Non un altrove irreale, immaginario, di evasione utopica. Ma un controspazio reale, una eterotopia, direbbe Foucault. Si può dire che l’eterotopia è la capacità di resistenza allo spazio semplicemente ereditato, come progetto di potenziamento di quello spazio, da perdurare nel tempo: progresso.

La periferia come stato mentale, dello spirito, inizia come bisogno di decentramento, di fuga verso l’altrove, di conoscenza verso la differenza. L’attrazione inspiegabile e misteriosa che sentiamo verso la differenza è la necessità di pathos dal quale deriva l’amore per l’altro. Amare, non significa forse rinunciare al proprio spazio per fare spazio ad un altro? Rinunciare alla pretesa di voler avere tutto lo spazio per sé per condividere con l’Altro, l’esperienza della differenza.

Il PACI è una eterotopia, uno spazio della non-individuazione della singolarità; uno spazio in cui l’io si incrina, poiché in quanto etero-topia è spazio altro, è spazio dell’altro. Spazio della differenza che non appartiene all’individuo singolo, spazio della condivisione, della comunione, della collettività, del t e r r i t o r i o.

Io direi che la periferia come stato dell’anima, non può essere spaziale in origine, ma che lo diventa nel momento in cui si scopre l’imperscrutabile. La scoperta non può fare luce una volta per tutte sul suo mistero ma non può neanche tacere semplicemente. La scoperta del limite rende possibile il viaggio baudelairiano fatto di soste, nessuna delle quali è la destinazione finale.

Un viaggio sul crinale della dicotomia dentro/fuori.

Nonostante la luce, noi non vediamo e ciò che facciamo è precipitare dall’origine intrascendentale; postuma.

“Scoprire” significa predisporsi consapevolmente verso la possibilità di mettere in crisi il proprio spazio soggettivo, la propria comfort-zone. Aprirsi all’Altro, significa “fare spazio”, “dare spazio all’altro” e ciò impone giocoforza che un poco di quello spazio soggettivo sia sacrificato, venga cancellato per dare all’altro l’opportunità di occuparlo. Spazio cancellato, è in effetti un non-spazio. Se il non-spazio è spazio di più soggetti allora è spazio della condivisione. E il risultato di una condivisione è sempre uno spazio della trasformazione.»

L’edizione critica del Premio è di Gioia Cativa, Carmen D’Antonino e Silvia Valente.